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«Cervello in valigia e cuore in Sicilia perché oltre le paure ci sono i sogni»

Di Sandy Sciuto

«Ho messo in valigia il cervello e ho lasciato il cuore in Sicilia» esordisce così Nunzia Caporarello, mentre dal Minnesota racconta la sua storia da ennesimo cervello in fuga. Di origini fiumefreddesi, classe ’85, con un curriculum vitae ricco di una laurea magistrale in Biologia molecolare, una scuola di specializzazione in Patologia clinica e Biochimica clinica in itinere e un dottorato di ricerca a Catania che è stato il trampolino per gli Usa. «Gli ultimi sei mesi di dottorato avevo la possibilità di far ricerca alla Mayo Clinic. Mi sono detta: ora o mai più, con la certezza che sarei potuta tornare al settimo mese». Inizia così l’avventura statunitense di Nunzia che ammette che, prima di partire, era «una ragazza con tanti sogni nel cassetto, voglia di fare, ma anche preoccupata di non essere all’altezza».

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L’esperienza l’ha smentita, però. In sei mesi ha dovuto fare i conti con l’inglese pieno di slang del midwest (aiutandosi con le serie tv), col clima artico, il cibo indigeribile, con la necessità di dovere imparare a lavorare in inglese, con la lontananza dai suoi cari, dal fidanzato, dalla sua gatta e con un metodo nuovo di fare ricerca. Impegno, determinazione e voglia di apprendere l’hanno portata al settimo mese ad ottenere una promozione - il post doc - che ha accettato perché, «nonostante molti contro, qui ho imparato tanto a cominciare dal metodo e a finire da quanto l’Italia sia stata capace di darmi una buona istruzione e mi abbia insegnato la resilienza».

Nessun rancore verso l’Italia per la quale vorrebbe che «la ricerca venisse considerata fondamentale e quindi finanziata, proprio come accade negli Usa». È innegabile, infatti, che la ricerca in Italia è ostacolata dalla mancanza di finanziamenti e dalla carenza di personale. «L’esser partita quasi due anni fa è stato un atto incosciente, ma necessario per la mia crescita personale e professionale. Al momento mi occupo di fibrosi polmonare idiopatica, in particolare dello “Studio dei meccanismi patogenetici responsabili dello squilibrio tra produzione e riassorbimento di tessuto fibroso a livello polmonare incluse alterazioni genetiche e disturbi della comunicazione intercellulare”. Lo scopo è identificare target per lo sviluppo di terapie risolutive. Ho acquisito consapevolezza e caparbietà. Ho rivalutato le piccole cose come il sole della mia Sicilia e, adesso, rispetto a prima, non mi pongo limiti».

Nessun dubbio sul futuro: «Rimarrò negli Usa il tempo necessario per essere un buon ricercatore e poi tornerò in Italia se avrò modo di avere una posizione consona alle mie competenze e capacità. Vorrei avere un mio laboratorio e diffondere il metodo imparato qui». Tra una connessione che salta e le sette ore di fuso orario, le chiedo cosa c’è oltre la paura, oltre il cuore altrove e oltre la solitudine dei giorni nevosi del midwest. «Le paure - risponde - sono false, una volta superate ci sono i sogni che puoi realizzare. Se l’ambiente in cui siamo non ci permette di sviluppare il nostro potenziale è bene partire. Tanto noi italiani siamo resilienti!».

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