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Alfio Bonanno e l'amore per l'Arte Natura: «Se pensiamo soltanto all'estetica, ci addormentiamo»

Di Gianluca Reale

Alfio Bonanno ha una lunga barba bianca che sembra divisa in due tronconi. Un’aria pacata che dispensa serenità. Da cinquant’anni vive in Danimarca, eppure è nato alle pendici dell’Etna, a Milo, da dove è andato via a 4 anni con i genitori per emigrare in Australia. Sull’Etna è tornato nei giorni scorsi per dirigere la masterclass “Vulcano Etna A/R” con nove giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Catania, sostenuti anche dalle borse di studio messe a disposizione dalla Fondazione Oelle, dal comune di Milo e dal comune di Piedimonte. Una settimana trascorsa in un agriturismo per trasmettere a questi giovani allievi la sua concezione “ecologica” dell’arte e del territorio. In questo caso «non un’Etna oleografica o da cartolina, ma un’Etna che parla soprattutto del territorio come giacimento culturale», spiega il direttore della Fondazione Oelle, Carmelo Nicosia.

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Non è un caso che Bonanno sia uno dei più quotati esponenti mondiali della cosiddetta Arte Natura o di quella che altri definiscono Land Art. Crea, dipinge, immagina, compone con quello che l’ambiente gli offre. E gli suggerisce. È il caso delle tre imponenti “Sentinelle” di pietra realizzate nel parco della Rocca di Butticari a Nizza di Sicilia nel 2016. Persino i “pennelli” per inchiostrare se li costruisce con rametti raccolti sul posto che poi inserisce nell’opera. E forse non è un caso neanche che nei giorni appena trascorsi sul vulcano con questo gruppo di giovani artisti, la nebbia e la pioggia, insolite per aprile, abbiano portato una piccola inaspettata magia. «Ci hanno dato la possibilità – spiega Bonanno - di pensare diversamente, è stato un regalo della natura».

Maestro, il suo approccio parte proprio da quello che offre la natura...

«Quel che c’è da fare nasce dai materiali che trovo sul luogo. Con molto rispetto e molta umiltà bisogna partire da un dialogo con l’ambiente. E se si apre un dialogo sincero e rispettoso può nascere qualcosa di importante».

Ispirazione?

«Il progetto artistico non è creare un oggetto, può anche essere un’immagine visuale che scaturisce da ciò che si trova o si vede. Per esempio, la nebbia di questi giorni ci ha permesso di avere di fronte un carico visuale magico, vedere figure che altrimenti non avremmo potuto notare. C’è stata un’interazione profonda, diversa».

Il Vulcano è il posto in cui è nato, sente questo legame?

«Lo sento molto forte, l’ho sempre sentito. Quando siamo partiti per l’Australia c’era un’eruzione con grosse esplosioni che lanciavano i sassi in aria, ricordo sempre questa enorme forza della natura. Era così violenta che quell’esperienza mi è rimasta in mente. In molti dei miei lavori c’è sempre in un modo o nell’altro la montagna, il vulcano, l’isola, anche simbolicamente. Quando sono arrivato in Danimarca, dove tutto è piatto, sentivo questa mancanza e vedevo la montagna nelle nuvole scure all’imbrunire».

L’Etna era presente anche nell’opera “Là dove riposano le lucertole”, che ha esposto a Radicepura garden festival due anni fa.

«È una struttura che ho realizzato con antiche piante di vitis vinifera, un’opera che è stata inserita in un libro sulla storia dell’arte che verrà presentato in questi giorni alla Tate Modern di Londra. Per me è una soddisfazione particolare, perché testimonia che la tendenza dell’Arte Natura è sempre più necessaria».

Lei come ha maturato questa necessità?

«Già a 14 anni ho imparato a dipingere. In Australia c’era una natura incontaminata, presente, coccodrilli, sabbie mobili, serpenti velenosi. Esperienze che mi porto dietro. Quando poi sono arrivato in Danimarca sentii che mi serviva qualcosa di più fisico, che dovevo fermami con la semplice pittura. Così andai a lavorare nel paesaggio, con la terra, l’acqua, gli alberi. E cominciai a scoprire che se rispetti la natura e l’ambiente si aprono tante porte e prima o poi il luogo ti dice che materiale puoi usare e quello che devi fare. Ci vuole grande rispetto dei materiali, devi farli lavorare per te, evitando di dargli un linguaggio totalmente estraneo. Le cose più semplici che ho scoperto in natura sono piccole cose, piccole esperienze visuali, forme eccellenti che magari non vediamo perché non siamo abituati a guardare oltre la superficie. Perché, ripeto sempre, noi siamo natura e la natura è dentro di noi, dobbiamo rispettarla perché altrimenti ci andiamo di mezzo come essere umani».

Il suo lavoro può contribuire a diffondere questa consapevolezza?

«Penso di sì. Nelle nuove generazioni c’è più informazione, maggiore voglia di proteggere il paesaggio. Anche tanti giovani siciliani cominciano a reagire al problema dei rifiuti, dell’inquinamento, delle tradizioni che stringono troppo e non lasciano respirare. La Sicilia è una terra fantastica con una storia che gli altri ci invidiano e che ci rende forti. Dobbiamo essere positivi, prendere coscienza che non dobbiamo solo parlare, ma possiamo fare qualcosa: se siamo in tanti a dire una verità e a dire basta, prima o poi cambiamo. Ogni volta che torno, però, constato che c’è sempre lo stesso problema dei rifiuti, la stessa mentalità che non ci fa percepire le possibilità fantastiche che la natura ci offre. Ma dobbiamo reagire oggi, non domani».

L’arte e la bellezza possono farci rinascere?

«L’arte non necessariamente deve essere bella in senso estetico, può essere anche aggressiva, una forma che ti fa pensare perché ti coinvolge. Questo è fondamentale. Se facciamo solo arte esteticamente bella, ci addormentiamo. Dietro ogni cosa che facciamo ci deve essere una motivazione, una convinzione, non dobbiamo solo arricchire di bellezza la superficie. È importante dirlo, perché pensare solo all’estetica ci condiziona molto».

Quanto è rimasto legato alla sua terra d’origine?

«Ho sempre cercato le mie radici. Per molti anni non sapevo se fossi australiano, danese, italiano o siciliano. Sentivo la mancanza di una base. Poi l’ho trovata in Danimarca, che è diventata la mia casa. Ci sto da tanti anni, ho la nazionalità, ho fatto tante mostre, sono stato coinvolto in alcuni comitati a livello ministeriale sull’ambiente, sono impegnato anche nel mio comune, partecipo alla vita pubblica non solo come artista ma come cittadino. Tutti dobbiamo pensare di partecipare, dare consigli ai politici».

Cosa ha spiegato ai ragazzi della masterclass?

«Quello della masterclass è un progetto che deve ancora andare avanti. A loro ho detto di usare l’intuizione, identificare nel paesaggio quello che offre a livello umano e poi usare le nostre capacità per comunicarlo tramite l’arte. Non dobbiamo avere un pre-concetto iniziale, altrimenti perdiamo l’essenza del luogo. Dobbiamo sempre guardare con nuovi occhi ogni nuovo paesaggio».

È in questa osservazione che possiamo percepire qualcosa di ulteriore?

«Ne siamo tutti capaci se abbiamo la voglia di soffermarci più di un attimo. Alla base di tutto, però, c’è il rispetto dell’ambiente e delle persone. E lo sforzo di comunicare su due livelli, parlare ed essere capaci anche di ascoltare. Altrimenti non c’è dialogo».

La natura ci parla?

«La natura ci parla se ci mettiamo sulla stessa lunghezza d’onda. Altrimenti c’è rumore e non riusciamo a sentirla».

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