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Sicilians

Antonio Marcianò, un accademico con radici siciliane nell'esotica Shanghai

Di Maria Ausilia Boemi

Non è siciliano di nascita, ma vanta solide radici isolane paterne di cui va fiero. E “siciliano di cuore” in tutto si sente Antonino Marcianò, fisico teorico nato a Roma da padre di Niscemi, laurea e dottorato alla Sapienza, all’estero da quasi 12 anni: prima per un post doc al Centre de Physique Théorique a Marsiglia, dove ha lavorato con Carlo Rovelli, poi il salto negli Usa (post doc all’Haverford College a Philadelphia, poi a Princeton, infine al Dartmouth College in New Hampshire) e infine, quasi 6 anni fa, l’arrivo in Estremo Oriente, allettato da una cattedra cinese come professore associato offertagli dalla Fudan University, il più importante ateneo di Shanghai. E talmente siciliano si sente Antonino Marcianò, in realtà ormai cittadino del mondo, da avere scelto di iscriversi all’Associazione siciliani in Cina e da vantare anche «un aspetto fisico siculo-normanno ereditato dalla nonna paterna, mentre mio papà ha un aspetto siculo-arabo e un inconfondibile accento siciliano». Un cordone ombelicale con le origini isolane che non si è mai spezzato, tanto che, appena gli è possibile, Antonino Marcianò non manca di passare in Sicilia «a trovare i parenti».

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«Oggi sono professore alla Fudan University - racconta -: un’offerta allettante sia per l’avanzamento di carriera, sia perché la Cina investe tanti soldi nella ricerca. Qui mi hanno offerto fondi per portare avanti il mio lavoro, per assumere collaboratori, per viaggiare». Esattamente il contrario di quanto avviene in Italia: «Diciamo che la Cina investe in ricerca una cifra che supera i 300 miliardi di dollari. Si investe in ricerca più in Cina che in Europa e, se già non è avvenuto, tra poco ci sarà anche il sorpasso degli Usa. Ormai è il Paese che investe di più in assoluto nella ricerca e tutti i grandi investimenti a livello di esperimenti futuri sono in Cina, come ad esempio per i prossimi acceleratori di particelle e i futuri interferometri gravitazionali. Basti pensare che una delle antenne per radioastronomia per studiare le pulsar è in Cina e ora ne costruiranno altre. Hanno in progetto di costruire interferometri gravitazionali come quelli esistenti negli Usa o come Virgo in Italia, di realizzare grandi acceleratori di particelle come a Ginevra: alcune opere sono già finanziate, altre sono in fase di discussione». In ballo, ci sono miliardi di dollari: «I grandi acceleratori di particelle costano 20-30 miliardi di dollari e probabilmente i cinesi dovranno avvalersi di competenze scientifiche dall’estero». E l’Italia in questo «si sta muovendo bene, intensificando sempre più i rapporti bilaterali. E noi, in quanto scienziati italiani in Cina, abbiamo un ruolo importante nell’unire questi due mondi dal punto di vista scientifico: infatti, faccio parte di un’associazione di accademici italiani, creata su impulso dell’ambasciata e del consolato, la cui finalità è mantenere vivi o riallacciare i rapporti coi ricercatori italiani all’estero, perché noi possiamo fungere da elemento di interscambio scientifico e culturale. Una collaborazione che si estrinseca anche a livello accademico: molte università italiane sono interessate a collaborazioni con quelle cinesi perché qui ci sono i fondi e si possono realizzare gli esperimenti, mentre gli atenei cinesi di contro sono molto interessati al bagaglio di cultura e competenze delle nostre università e dei nostri istituti di ricerca».

Insomma, cervelli italiani che nel Belpaese non trovano sbocchi sono “corteggiati” dal gigante con gli occhi a mandorla: «In Italia mancano i soldi, ma secondo me c’è un problema più serio: sembra che la scienza non faccia parte della cultura. E questo è male. La scienza viene confusa con la tecnica e la tecnologia, mentre è una attività umana, conoscitiva, che tra l’altro ha varie fasi di sovrapposizione anche con le arti, quindi ha tutta la ricchezza per essere considerata alla stregua di un’attività umanistica. L’attività scientifica - io parlo della fisica perché è l’ambito che conosco - ha tutta la dignità per essere considerata un sapere umanistico. Non è tecnologia, è molto di più: la tecnologia realizza solo le applicazioni del sapere scientifico. È come dire che la musica è il suono o che la musica sono i liutai che fanno i violini: chiaramente in questo modo si perde tutto il concetto culturale e sociale di musica. La scienza ha aspetti sociali, si sviluppa nella società e la nostra società italiana è purtroppo in decadenza perché non investiamo nella cultura e nel sapere».

Nonostante ciò, Antonino Marcianò non esclude un rientro in Italia - «in realtà ho ricevuto anche delle offerte» - però sottolinea che cercherà «per quanto possibile di tornare in Italia con una doppia posizione, per il semplice fatto che secondo me è bene rimanere comunque in Cina proprio per la possibilità di avere fondi: pertanto tornerei, ma part time in un certo senso. Anche perché rientrare in Italia vuol dire purtroppo combattere contro tutto e contro tutti: è quasi un atto eroico». Terribile da sentire dire a un italiano, che spiega tuttavia che «l’Italia è certamente il Paese che tutti amiamo e dove si sta bene, però purtroppo è in decadenza, dobbiamo riconoscerlo, e il frutto della decadenza è che non si investe in ciò in cui si dovrebbe investire». E a riprova di ciò, basti guardare «l’incapacità italiana di programmare» a fronte di una Cina bravissima in questo: «Nel nostro Paese si fa tutto a mozziconi, in modo stentato, all’ultimo momento; in Cina, invece, si programma tutto a 5 anni minimo, ma anche a 20. Come possiamo allora competere se noi campiamo alla giornata e i cinesi pensano, ragionano, pianificano in prospettive ventennali? Il che, peraltro, è un problema non solo italiano, ma in generale europeo».

La Cina è un Paese completamente diverso dal nostro: «Ad affascinarmi molto è la loro capacità di adattarsi, di creare nuove logiche, di programmare. Di contro, un aspetto cinese che mi è alieno è a volte la loro grande concretezza nei rapporti umani: può quindi mancare magari un risvolto più ideale che noi abbiamo nella nostra cultura. È un Paese molto diverso, è la cultura più differente che ci si possa immaginare, però alla fine va bene così».

Certo, è il Paese dove è stato più difficile adattarsi, anche se in realtà per Marcianò «è stato un crescendo. Quando sono stato in Francia, mi sembrava tanto diversa dall’Italia. Poi sono andato negli Usa e lì mi sono reso conto che la Francia alla fine era come l’Italia e che l’America era invece un mondo diverso. Ora sono in Cina, che è il mondo più distante che possa esserci dal nostro. Francamente non so dove potrei andare di più lontano, forse sulla luna - scherza -. La Cina secondo me da un punto di vista culturale è il posto più lontano da noi, già il fatto di usare i caratteri è lontanissimo dalla nostra mentalità». Eppure, il prof. Marcianò un po’ di cinese lo mastica: «Ma ancora non l’ho imparato bene: non è tanto un fatto di volontà, ma di tempo perché bisogna imparare a memoria tante cose e io di tempo non ne ho proprio».

Difficile all’inizio «imparare a muovermi e capire dove andare anche solo per mangiare, anche se io abito a Shanghai, che è una Cina internazionale, quindi non ho avuto grandissime difficoltà. Credo che in altre parti della Cina sarebbe stato più problematico». Una sfida vinta, costellata da tante soddisfazioni, tra le quali le più importanti sono «senz’altro vedere come imparano e crescono i miei studenti, avere potuto creare un mio gruppo di lavoro e realizzare le mie idee». Da fisico teorico, «mi occupo di ricerca in vari ambiti: di fisica connessa alle onde gravitazionali, di materia oscura, di Big Bang e buchi neri, ma recentemente ho iniziato a lavorare anche alle nanotecnologie. Sempre da un punto di vista teorico, ma collaborando molto con gli sperimentali». L’obiettivo è portare avanti i progetti iniziati «cercando di coinvolgere magari intelligenza artificiale e machine learning, estendendo queste ricerche interdisciplinari ad alcuni ambiti oggi molto di moda. E poi voglio continuare l’attività di divulgazione scientifica».

Nessun rimpianto, in ogni caso, per il prof. Marcianò: «Penso che ogni passaggio è stato necessario e propedeutico a quelli successivi». Da cittadino del mondo, sia pure siciliano di cuore, ai giovani Marcianò consiglia di «muoversi, fare tante esperienze, essere curiosi e dedicarsi a tante cose, senza soffermarsi solo su un ambito perché questo istupidisce la mente: bisogna volare alto e avere una visione di insieme di tutto. Quindi ai giovani mi sento di dire di fare esperienze, viaggiare e leggere molto, informarsi e occuparsi di tante cose e poi, di volta in volta, scegliere le più promettenti». Con la consapevolezza che il livello di preparazione che si consegue in Italia è ancora molto valido, «anche se purtroppo, non essendoci un reintegro, siamo vicini a una diminuzione di livello». Tuttavia, in questo quadro per Marcianò «il Sud Italia è forse l’area più promettente per lo sviluppo del Paese. Nel Meridione vedo molte energie e forze, penso che la Sicilia negli ultimi anni stia facendo grandi passi avanti e soprattutto i giovani si stanno allontanando da logiche antiche di omertà». Una Sicilia che per il prof. Marcianò «è la terra delle radici, un luogo di storia millenaria e di profonda ricchezza umana e scientifica. È un luogo che visito sempre più spesso e volentieri, e in cui mi vedrei bene a vivere. Non è un caso che molti miei amici e colleghi siano siciliani. Pur non essendo nato in Sicilia, ho tra l’altro delle caratteristiche peculiari dei siciliani: l’essere estroverso e amichevole, ma all’occorrenza anche molto diffidente e scostante; la ricerca dell’originalità tramite la fantasia; un approccio gioioso alla vita, ma anche la consapevolezza di dover essere pronto a dare battaglia se necessario; generosità e lealtà incondizionata in poche persone, ma furiose reazioni se la fiducia viene tradita o se le norme etiche di comportamento vengono meno. Tutto ciò mi sembra molto tipico dell’anima siciliana». Quindi, non solo un siciliano normanno di aspetto, ma un cittadino del mondo che porta la Sicilia nel cuore: «In particolare, l’umanità della gente siciliana. La storia e le esperienze di secoli hanno infatti trasferito una consapevolezza millenaria ad ogni gesto di vita quotidiana. Mi porto nel cuore la solidarietà, il sorriso dei miei nonni, l’ironia gentile e solare di mio padre e lo sguardo di mio figlio in cui vedo già proiettati molti aspetti di questa sicilianità».

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