Laura Silvia Battaglia, l'ultima giornalista straniera ammessa a Gaza è siciliana: «Siamo mediterranei, capaci di stare ovunque»
Esperta di Medioriente è anche scrittrice e documentarista. Il suo parere sulla Sicilia e i siciliani è critico
Il giorno dopo l’attentato alle Torri gemelle, l’11 settembre 2001, Laura Sivia Battaglia doveva sostenere l’esame di Archeologia greca. Ma non si è mai presentata. In quel giorno in cui gli Stati Uniti sono sotto attacco, in cui le certezze crollano e si sciolgono, non riesce a smettere di guardare quello che accade, di leggere tutto.
«Volevo essere lì, capire quello che stava succedendo, essere testimone della grande storia». Laura, catanese, è una talentuosa collaboratrice di questo quotidiano. «Sognavo di studiare Lingue orientali, ma mio padre non ha voluto e quel diniego l’ho portato dentro». Perché dietro l’aria pacata, serafica, spesso sorniona, la voce bassa che mai immagineresti in un urlo, c’è una ragazza d’acciaio e indipendenza, che ha scelto, rischiando, il proprio cammino. Così l’arabo inizia a studiarlo con Francesco Barone, ora prof universitario, nella parrocchia di don Primo, vicino casa. Il capocronista di quegli anni, Giorgio De Cristoforo, la manda a intervistare nomi del giornalismo: Terzani, Annunziata, Mann, Ottone, Mieli. «Quest’ultimo mi suggerisce: “dovrebbe navigare in un mare più grande”. Mi sono detta che nella vita non avrei saputo mai se riuscivo a fare qualcosa se non ci provavo». La morte di Maria Grazia Cutuli fa da detonatore. Vince il premio a lei intitolato. Frequenta il Master in giornalismo della Cattolica di Milano, che oggi dirige. Specializzata in Medio Oriente, è reporter e documentarista dalla parte delle donne e dei più deboli.
La Sicilia è terra dove approdano i migranti, come affrontare “un’emergenza” senza fine?
«Gli sbarchi sono iniziati quando l’Europa è diventata una fortezza, quando Germania e Francia hanno inaugurato una politica molto stretta sui visti d’ingresso che ha reso impossibili gli spostamenti. I giovani vogliono viaggiare, vedere com’è l’Europa. Se va bene restano a lavorare, mandano i soldi ai familiari, poi torneranno indietro a farsi la casa per dimostrare che ce l’hanno fatta. Nessuno racconta di essere stato picchiato o di fare una vita terribile. I migranti contribuiscono a tenere in piedi questo Paese, dalle serre di pomodorini agli imprenditori. E saranno i loro figli ad aiutare il sistema. I problemi ci sono, certo, arrivano persone di tutti i tipi. Bisogna fare in modo che diventino cittadini italiani, devono conoscere la lingua, la storia, avere un lavoro».
Sotto i nostri occhi l’orrore di Gaza. Dov’è l’Europa?
«Israele ha stretto rapporti fortissimi con il mondo europeo delle industrie, della finanza, dell’agricoltura attraverso le start up, il tech, i sistemi di tecnologia applicata, la cybersicurezza. Nel febbraio-marzo 2023 sono stata l’ultima giornalista straniera ammessa a Gaza, il piano per occupare la Striscia era già chiaro».
Cosa può fare l’Occidente?
«Cose banali, ovvie: imporre sanzioni al Paese, com’è stato fatto con Iran, Corea, Russia, perseguire il Paese per crimini contro l’umanità, sostenere le misure della Corte internazionale, come è avvenuto per tanti conflitti in altri Paesi. Mi sento di dare ragione a Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori occupati: bisogna capire che il nodo è il sistema di colonizzazione in un luogo dove c’era già un altro popolo, la cui esistenza non è mai stata riconosciuta. Un luogo che ci hanno raccontato fosse vuoto, come era vuota l’America del Nord. Per gli europei è un dilemma etico che ci condanna per sempre».
Come vedi Catania?
«Le duemila persone in piazza Castello Ursino per la presentazione del libro della Albanese mi hanno dato una enorme soddisfazione. So che esiste a Catania una cittadinanza attiva, attenta. C’è stato un momento, tra la metà degli anni 90 e il 2000 in cui sembrava che tutto potesse cambiare. Ma quella speranza è stata tradita. La città è sprofondata di nuovo nel pantano delle politiche che strisciano nelle forme più raffinate di mafia, dei voti che vengono raccattati nei quartieri laterali, i giovani non possono fare niente. Odio della Sicilia e di siciliani che quando qualcuno ha un’idea, specie se è giovane, gli mettono i bastoni tra le ruote. E se riesce a farla lo criticano: ma chistu chi voli dimostrare? Chi voli fari? C’è un’invidia strisciante, manca il senso della comunità».
Cosa ti piace della Sicilia e dei siciliani?
«Il fatto di essere pienamente mediterranei. Se sei siciliano di mare sei capace di stare bene ovunque. Il siciliano ha quell’intelligenza vivace che gli consente di poter guardare il mondo. Non è come un mulo che deve seguire per forza una strada. Avendo una grande storia, stratificata, siamo tra i migliori abitanti del Mediterraneo, come i libanesi o i napoletani».
In che senso migliori abitanti?
«Se non sai contrattare, se non capisci quando conviene dire una cosa o farne un’altra, se non sai barcamenarti, non puoi sopravvivere in questo mare. Questa cosa è molto nostra, molto fenicia, molto greca, di chi sta proprio dentro il Mediterraneo. Poi, noi abbiamo pure una natura incontrollabile. Se vivi su un vulcano non puoi avere tutte le sicurezze. Ci stai e cerchi di capire come funziona. Per me questo è saper vivere. Le bellezze naturali, la storia, le vestigia antiche danno alla Sicilia uno spessore non paragonabile ad altre isole».
Cosa, invece, non ti piace?
«Non mi piace l’individualismo, la mancanza di senso di comunità che non abbiamo completamente. Si manifesta solo nei momenti di crisi. Sul treno dove viaggiavo giorni fa, una ragazza si è sentita male, tutti ci siamo fiondati per aiutarla. Chi dava un fazzoletto, chi un sorso d’acqua, chi cercava un po’ di zucchero. Una cosa del genere a Milano non la vedresti mai. Basterebbe un po’ di coordinamento, di logica e organizzazione per mitigare le nostre farraginosità e incongruenze e sarebbe tutto meraviglioso. Noi riusciamo ancora a non fare le cose per calcolo, ma perché le sentiamo, una cosa rara. Siamo stati meno toccati dall’efficienza, dal consumismo, dal modello sociale internazionale del liberismo in cui quello che conta sono solo i soldi che danno il potere con cui puoi comprare qualsiasi cosa. Un cancro che dilaga nel mondo. Ci hanno insegnato che fare la carogna paga, che devi seguire l’ordine, la regola, ma io non sono un robot, non sono un automa, ho un cuore che batte. Al Sud ancora resiste un mondo diverso».