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Tornare a fare ricerca in Sicilia si può, la storia della biologa Ester Badami

Di Maria Ausilia Boemi

Tornare a fare ricerca in Sicilia si può: una scelta non facile, certo, con la consapevolezza che in Italia è più complicato che altrove, ma non impossibile. Questa opportunità è stata data dal Ri.Med ad Ester Badami, ricercatrice palermitana 41enne, con un marito persiano e un figlio di 5 anni e mezzo, che dalla Gran Bretagna è tornata in Sicilia, dove lavora appunto tra Ismett e Ri.Med.

«Mi sono laureata a Palermo nel 2001 in Scienze biologiche - spiega -. Ho lavorato nel periodo di stesura della tesi al Cnr di Palermo facendo attività di ricerca in immunologia, il campo in cui ho lavorato sempre. Al Cnr, in particolare, mi occupavo di ricerca di terapie contro le allergie alla parietaria, polline endemico del Mediterraneo. Poi mi sono spostata in Inghilterra, dove ho fatto il dottorato e il post doc all’università di Southampton al Cancer Research Institute, questa volta occupandomi di autoimmunità, con la professoressa Sonia Quaratino. Un periodo per me molto fruttuoso in termini di ricerca scientifica e pubblicazioni».

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Poi il ritorno in Italia con un secondo post doc al San Raffaele di Milano con la professoressa Marika Falcone, lavorando su autoimmunità nell’ambito del diabete, «spostandomi un po’ di più sulla linea del paziente perché al San Raffaele è annesso l’ospedale». A quel punto si è materializzata l’opportunità di tornare in Sicilia, grazie a una «selezione sponsorizzata privatamente dalla Fondazione Banco di Sicilia che metteva a disposizione borse di studio per fare tornare i cervelli in fuga o contrastarne l’emigrazione. Sono state così bandite queste posizioni Ismett, finanziate dalla Fondazione Banco di Sicilia, e casualmente ce n’era una che sembrava cucita apposta per me. Ho partecipato e ho vinto: sono così arrivata in Ismett nel 2010 e poi sono stata assorbita nella Fondazione Ri.Med che nel frattempo ha consolidato il proprio organico, in vista dell’apertura del centro di eccellenza di Carini (attualmente in costruzione) che consentirà ai ricercatori Ri.Med attualmente a Pittsburgh (negli Usa) di tornare in Sicilia». Fermo restando che, nella consolidata collaborazione tra università di Pittsburgh e RiMed, c’è e continuerà l’“osmosi” di ricercatori tra le due sponde dell’oceano.

Oggi, Ester Badami, da ricercatore principale del gruppo delle cellule NK e dell’immunoterapia in Ismett e Ri.Med, si occupa «di ricerca per ottimizzare terapie cellulari che aiutino il sistema immunitario del paziente in determinate situazioni, come nel caso di trapianto di organo solido (prevalentemente di fegato visto che l’Ismett è uno dei centri più importanti del Sud Italia e del Mediterraneo in questo ambito). Purtroppo, infatti, spesso il trapianto di fegato non è curativo perché il tumore in breve riemerge, nonostante la chemio. L’idea è quella di aiutare il sistema immunitario del paziente che riceve il fegato trapiantato (persona soggetta a immunoterapia soppressiva e quindi debilitata), iniettando delle cellule ultrapotenti che riescano a migliorare le prestazioni di difesa del sistema immunitario e combattere la recidiva tumorale. Stiamo cercando, in questa fase preclinica, di produrre cellule Car-NK e, tramite trucchetti, ingegnerizzarle e ridirezionarne l’attività per renderle ancora più potenti ed efficienti». Si tratta di uno studio molto all’avanguardia «che tiene conto della maggiore propensione Aifa verso il trattamento di un paziente con cellule di questo tipo piuttosto che con cellule geneticamente modificate. Il preclinico serve a vagliare una terapia e ad essere sicuri che il paziente non abbia effetti collaterali».

Impossibile preconizzare i tempi per arrivare alla fase clinica: «In questo momento - piega Ester Badami - l’Ismett è nella fase di ristrutturazione e rimodernamento della propria Cell Factory. E dipende dai tempi burocratici Aifa».

Ester Badami è l’esempio, quindi, che si può fare ricerca anche in Italia e in Sicilia: «In realtà - sottolinea - avendo vissuto e lavorato all’estero - sono tra l’altro appena tornata da Pittsburgh - ho l’impressione che i tempi in Italia si dilatino rispetto ad altri luoghi e questo è un peccato. In Italia c’è un po’ più di lentezza, insomma». Pare allora di cogliere quasi un pizzico di pentimento nell’essere tornata: «È una domanda che mi sono fatta mille volte. Ma avendo la famiglia che ho oggi in Sicilia (ho conosciuto qui mio marito), non cambierei questo finale per nulla al mondo. Senza il mio nucleo familiare, invece, professionalmente parlando, lo sarei». In attesa, ci tiene a sottolinearlo, che «il centro Ri.Med a Carini sia una realtà stabilizzata, in modo da potere modificare la mia risposta».

In ogni caso, nel suo lavoro di ricerca, Ester Badami oggi lavora con i clinici nei laboratori di ricerca Ismett: «Per quello che dobbiamo fare, non manca nulla, quindi l’importante è mantenere l’attenzione focalizzata su ciò che dobbiamo fare, non perdere di vista che siamo in Ismett il cui punto di forza sono i trapianti e in particolare di fegato e che quindi facciamo ricerca su questo. Possiamo farlo? Sì. Lo facciamo? Va bene. Potremmo essere più veloci? Sicuramente. Certamente l’Ismett e anche la Fondazione sono due luoghi che danno molte opportunità, i soldi rispetto ad altri centri non mancano e vengono investiti molto bene, per cui se uno ha voglia di lavorare, questo è un luogo che consente di farlo. Sicuramente il centro di Carini ci consentirà di fare un salto di qualità perché sarà all’avanguardia e con tecnologie molto avanzate».

Si coglie dunque del dolce ma anche dell’amaro in questa analisi di Ester Badami, che ai giovani consiglia «senza dubbio di andare fuori, lasciare il prima possibile il comfort del nucleo familiare: fa bene andare via, farsi le ossa, girare, cambiare laboratori, imparare l’inglese che è la lingua che permette di comunicare col mondo. Ai giovani consiglio però di scegliere una bella città dove vivere bene, essere felici, dove non manchi nulla e si possa lavorare in centri di eccellenza. Questo lo consiglio perché non bisogna dimenticare che c’è anche una vita privata: una persona è completa e sta bene se il lavoro, ma anche ciò che c’è fuori, la appaga. La professione da sola non basta, bisogna essere lungimiranti: a breve termine, si lavora 24 ore al giorno, non importa se piove o nevica, ma a lungo termine potrebbe non andare bene».

E si capisce bene che questa è stata la molla che ha fatto tornare Ester Badami a casa: «Appunto, avevo degli amici però c’era la nostalgia della famiglia, degli affetti, mi mancavano il sole, il mare, la parte ludica della vita». Nonostante non le mancassero di contro «l’arroganza, la cafonaggine, la mancanza di senso di appartenenza e di educazione, che tuttora esistono ed anzi sono peggiorate». Anche se all’Italia per attirare cervelli o fare tornare quelli in fuga mancano, a dire della ricercatrice palermitana, «la serietà, i soldi, i luoghi di eccellenza, la voglia di lavorare: un po’ di stakanovismo ogni tanto, insomma, non guasterebbe. E poi purtroppo manca la lungimiranza dei politici nei confronti della ricerca: all’estero c’è molta considerazione di medicina e ricerca, qui no perché l’Italia non punta su questo».

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