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Goffredo Arena, la lotta ai tumori in Sicilia di un "cuore che ritorna"

Di Maria Ausilia Boemi

Catania - Non un cervello che rientra, ma un cuore che ritorna: il catanese Goffredo Arena - una delle eccellenze mondiali nella chirurgia laparoscopica e nella relativa didattica, per anni a Montreal dove era professore associato alla McGill University, autore di una rivoluzionaria teoria (oggi sempre più provata) sulle metastasi tumorali - ha mantenuto la solenne promessa fatta alla mamma prima che, da giovane chirurgo, partisse per l’estero. La mamma Maria Antonietta Terlizzi, infatti, gli aveva detto: «Vai, viaggia per il mondo, ma promettimi che un giorno tornerai, perché questa terra ha bisogno». Bisogno di cuori che tornino a portare entusiasmo. E il 21 ottobre scorso, dopo avere vinto il relativo concorso, Goffredo Arena ha preso servizio all’ospedale Giglio di Cefalù come primario di Chirurgia generale a indirizzo oncologico.

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«La decisione di tornare - spiega - non si prende con la testa, ma solo con il cuore. Goffredo Arena non è un cervello che rientra, ma un cuore che ritorna a casa dopo essere stato tanto tempo all’estero. È di questo che ha infatti bisogno questa terra: non di cervelli, che in Sicilia ci sono già, ma di cuori che, essendo stati lontani, riescano a vedere dopo tanti anni questa Isola per quello che è nella sua essenza. E che, proprio perché sono animati da questo entusiasmo, sono pronti a tornare per dare a questa terra e ai siciliani il diritto di sperare in una terra migliore, dove il bene comune è l’obiettivo più grande». Una decisione non facile e irta di ostacoli: «Ce ne sono stati per tornare e continueranno ad essercene. Io però ho deciso di prendere il mio cuore e buttarlo al di là degli ostacoli, lanciandolo nel futuro della Sicilia».

Una decisione presa per mantenere la promessa alla mamma, morta di tumore al colon con metastasi al fegato quando lui aveva 29 anni. Una storia toccante, infatti, quella di Goffredo Arena (già raccontata sulle pagine del nostro giornale): figlio di carne e sangue di mamma Maria Antonietta stroncata dal cancro e “figlio nella ricerca” di una mamma siciliana trapiantata in Canada, Maria Saputo, sua paziente affetta dallo stesso tipo di tumore e il cui figlio Giuseppe Monticciolo, su richiesta della madre (anche lei venuta a mancare), ha donato circa un milione di dollari «per far sì che il sogno di trovare una cura contro il cancro, che unisce due continenti, si avverasse». E con quei soldi Goffredo Arena ha brevettato MaterD (Metastatic And Transforming Elements Released Discovery Platform), con cui ha provato che le metastasi potrebbero non essere frutto di un trasferimento di cellule, ma di fattori che dal tumore principale sono trasportati tramite il sangue e giungono a cellule di organi bersaglio a distanza trasformandole. Un’intuizione che oggi non è più solo teorica «ma è diventata un dato di fatto, almeno in vitro. Stiamo sintetizzando nuovi farmaci che mirino o a distruggere il messaggio circolante o a evitare che questo entri nelle cellule sane a distanza. Il laboratorio in Canada continuerà a lavorarci sino a giugno, ma sto cercando un’università che sia interessata a continuare qua questi studi. MaterD è infatti un progetto nato in Sicilia, cresciuto in giro per il mondo e vorrei che sbocciasse compiutamente in Sicilia. Ovviamente, è un sogno che ha bisogno di appoggi esterni: ho già parlato con alcune persone, ma non c’è ancora un progetto concreto che mi sia stato offerto».

Goffredo Arena è anche una delle eccellenze mondiali nella chirurgia laparoscopica e nella sua didattica: «Ho fatto più di 6.000 interventi, ero l’unico chirurgo in Nord America a spaziare dai trapianti di fegato, pancreas, rene agli interventi in laparoscopia, realizzando uno dei miei sogni». Ma Goffredo Arena aveva anche un altro desiderio - chi ha grande cuore è capace di massimamente sognare - non meno importante: «Creare un centro di addestramento chirurgico in Sicilia. Paradossalmente l’obiettivo più difficile, perché non dipende solo da me. Ma sono tornato in Sicilia a 46 anni per scommettermi in qualcosa di difficile che, se riuscirà, potrà cambiare il destino di tantissime persone. Ho deciso di rimettermi in gioco e cercare di fare la differenza nella mia Sicilia». L’ospedale di Cefalù «è una struttura con tanta voglia di crescere, con un passato importante e che ora, con la prossima acquisizione di un nuovo partner privato, vuole tornare alla sua mission iniziale: diventare un polo oncologico di eccellenza clinica e di ricerca in Sicilia. L’ambiente è entusiasta e ha voglia di crescere, c’è tanto da fare, ma i professionisti che ci lavorano sono aperti al cambiamento».

Entusiasti soprattutto i giovani chirurghi che possono operare, sotto la supervisione dell’addestratore, secondo il metodo americano: «In Italia c’è la concezione che il lavoro si debba rubare con gli occhi. Io sono convinto che non sia così, perché se io rubo con gli occhi e divento bravo, vuol dire solo che rubo meglio. E ciò significa crescere una generazione che si è fatta avanti per via di sotterfugi e gomitate. No, la conoscenza non si deve rubare ma donare, perché quando si dona la conoscenza si cambiano le coscienze. Il dovere di un maestro è quello di addestrare perché l’allievo diventi migliore di lui. È una lotta contro il nostro ego: quando l’ego perde, il malato vince; quando l’ego muore, si dà vita a quel fuoco che cancella il passato, illumina il futuro e dà vita ai pazienti». Ecco che allora, in un ambiente aperto alle novità, Goffredo Arena sta portando un modello di addestramento innovativo: «Il maestro, l’addestratore opera con le braccia dei suoi allievi. A chi mi chiede di essere operato solo da me, io rispondo che, se non faccio operare i giovani chirurghi, un giorno chi opererà i suoi figli, i suoi nipoti? Quindi è bene che i giovani chirurghi imparino con me accanto: il paziente è al sicuro, l’addestratore bravo non lo mette in pericolo e assicura al contempo la crescita dell’allievo». Una rivoluzione copernicana, in Italia, appoggiata però dall’ospedale: «Mi hanno consentito di portare a Cefalù alcune delle regole canadesi: io ad esempio inizio il giro visite ogni mattina alle 6 con gli infermieri del turno notte - che sono ben contenti di farlo - e, quando alle 7 abbiamo finito, tutti sanno cosa fare, le consegne sono fatte e si guadagnano tre ore sulla tabella di marcia». Una rivoluzione che può non piacere a tutti, «ma nella vita non si fanno le cose per essere apprezzati, ma perché è il proprio dovere. Quando l’obiettivo in Sicilia diventerà l’eccellenza e tutti impareremo a fare il nostro dovere, allora tutto cambierà».

Un cuore di ritorno, quindi, inserito in un progetto di rientro di cervelli portato avanti dall’assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, e dal governatore Nello Musumeci. Ed è proprio all’assessore, in primis, che Goffredo Arena rivolge la sua gratitudine: «Io non appartengo a nessuna corrente politica e, quando l’assessore mi ha chiamato per chiedermi se avessi desiderio di tornare in Sicilia, non lo conoscevo. Mi ha chiesto di provare a mettere in conto la possibilità di tentare. Ed eccomi qua. Io non sono né di destra, né di sinistra, né di centro, io servo chi serve i pazienti e Ruggero Razza è un visionario concreto, animato dalla voglia di provare a cambiare le cose in un settore complesso come la sanità siciliana». Ma prima dell’assessore, c’è chi ha fatto sapere ai vertici politici della sua esistenza: e Goffredo Arena ci tiene a «ringraziare i giornalisti che, con i loro articoli, hanno avviato quel processo mediatico che ha portato a farmi conoscere e poi a questo risultato. La buona informazione ha agito in maniera incredibile, dando il via, come semi che germogliano, al mio rientro. Una buona informazione onesta, corretta, non di parte, che serve il cittadino». Un onore e una gioia avere contribuito dalle pagine di questo giornale (i precedenti articoli si possono leggere sul sito www.lasicilia.it) a questo risultato rivoluzionario in una terra violentata da malaffare e disfattismo: una vittoria di cuori che getta semi per riportare la nostra preziosa Sicilia a splendere come merita. E che speriamo porti altri frutti…

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