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Andrea e Claudia, gli ingegneri-vignaioli che seguono i consigli di mastro "Nunzio"

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Andrea e Claudia, gli ingegneri-vignaioli che seguono i consigli di mastro "Nunzio"

Di Carmen Greco

Caltagirone (Catania) - «N’a lavurata è comu n’abbivirata, il segreto del vino è la terra». Nunzio Polizzi, “mastro” di cantina, queste piante di vite le conosce una per una, da quarant’anni. Lui è la sapienza storica di questo luogo, poco fuori Caltagirone, sull’antica strada collinare fra Gela e Catania. Sa a quale profondità arrivano le radici, attorno a quali tralci dovrà sarchiare il terreno, quando è sbucata fuori quella palma nana, nata da un seme abbandonato da una gazza ladra. Non si può “ricordare”, però, quali siano le viti di Frappato e quelle di Nero d’Avola. E questo perché, storicamente, in questa tenuta di circa dieci ettari a 400 metri d’altezza sui Monti Erei, i contadini non costruivano i filari seguendo ordinatamente il tipo di vitigno: a destra il Nero d’Avola, a sinistra il Frappato (le due varietà che costituiscono il Cerasuolo ndr). Si piantava tutto insieme.

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Ecco allora che, nel tecnologico 2020, per distinguere i due vitigni si annodano ancora oggi dei fiocchetti colorati sui tralci: rosso per il Nero d’Avola, bianco per il Frappato. Una lunga teoria di fiocchetti si allunga così senza soluzione di continuità su sette ettari di vigna “maritata”. Quando si stapperà una bottiglia di Cerasuolo docg nata da queste uve nessuno potrà mai sapere quali siano le esatte percentuali dei due vitigni (per il disciplinare Nero d’Avola e Frappato possono essere utilizzati in una percentuale che va dal 50 al 70% e dal 30 al 50% rispettivamente ndr), perché i grappoli vengono vinificati già “maritati” in vigna e non singolarmente per poi “sposarsi” in cantina così si fa abitualmente. È un modo di fare il “Cerasuolo di Caltagirone” come una volta si chiamava il vino da queste parti, prima che la contessa Vittoria Colonna fondasse la città che prese il suo nome (Vittoria, nel 1607) con il relativo “peso” economico e sociale della sua casata, anche sulla denominazione del vino.

Due trentenni catanesi, ingegneri “pentiti”, per usare le loro stesse parole, Andrea Annino e Claudia Sciacca, coppia nella vita e nel lavoro, si sono messi in testa di riprodurre quel vino “antico”, e si sono buttati nella produzione dopo aver rilevato un’azienda ormai in declino. Appassionati di vino, dopo aver girato in lungo e in largo per le campagne dell’Etna in cerca del loro luogo dell’anima, si sono fermati qui dove il terreno è ricco d’argilla e oggi - con i preziosi consigli del “mastro” Nunzio - producono circa 20mila bottiglie di Cerasuolo di Vittoria docg. «Quando siamo arrivati qui, nel 2015, in cerca di un vigneto - ricordano - ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti “È lui”. Così, hanno ribattezzato la tenuta “Valle delle Ferle” e hanno ristrutturato palmento e casale del Settecento. L’epoca l’hanno dedotta “per caso” durante i lavori di una ristrutturazione rispettosa non solo dei luoghi ma anche della vita che girava intorno a queste terre. Non hanno buttato il calesse, i vecchi attrezzi, il mobilio, le pentole, i bauli, perfino i pezzi di arredamento kitsch, atestimonianza del “quotidiano” domesticodi di chi ha lavorato e vissuto qui come e prima di loro. «Abbiamo scoperto che l’edificio ha origini settecentesche, grazie al falegname - rivela Claudia Sciacca - uno storico artigiano di Caltagirone. Stava riparando la cornice di una vecchia finestra e si è accorto che il tipo di lavorazione delle assi di legno non era a incastro come di solito, ma erano sovrapposte, come si faceva tre secoli fa. È stata una grande sorpresa per noi e un “tesoro” da custodire che mostriamo ai visitatori con un pizzico d’orgoglio».

Andando a spulciare nei libri di storia, gli ingegneri-vignaioli, hanno anche scoperto che su queste terre si produceva un vino citato anche da Plinio il Vecchio, il celebre storico romano. Nel XIV libro della sua monumentale Naturalis Historiae Plinio parla di una vite di origine siciliana detta “Murgentina” (da Murgentia, oggi Morgantina) “che più invecchia - scrive - e più acquisisce pregio... unica pecca: fa venire un mal di testa terribile che dura fino all’ora sesta del giorno seguente”. «Storicamente il “Murgentia” era un vino che non poteva mancare nelle case delle famiglie nobili del bacino del Mediterraneo - racconta Sciacca - e con ogni probabilità era l’antenato del Cerasuolo di Caltagirone». «In realtà non sappiamo a cosa di riferisca di preciso Plinio il Vecchio - precisa il marito Andrea - ma lui parla di un vitigno coltivato “solo dove il terreno è più grasso” e “grasso” significa argilloso, per cui... Ci piaceva l’idea di resuscitare questo nome con un vino ad hoc così abbiamo avviato un esperimento (ancora top secret in botte) per rendere omaggio a queste terre».

Twitter: @carmengreco612

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