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Marco, un cacciatore etneo di tumori nella terra di Amleto

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Marco, un cacciatore etneo di tumori nella terra di Amleto

Di Maria Ausilia Boemi

Un cacciatore etneo di terapie anti-tumorali nella nordica Danimarca: il 35enne Marco Donia, medico oncologo specializzato in particolare nella cura del melanoma con l’immunoterapia e professore associato all’ospedale universitario di Copenhagen, una moglie medico danese e due figlie (Graziella di 4 anni e Antonella di quasi 2), è ormai stanziale nella terra di Amleto. E recentemente ha vinto un grant di circa 1,4 milioni della Fondazione Lundbeck per approfondire lo studio delle interazioni tra sistema immunitario e tumori.

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Appassionato di atletica leggera, campione italiano di lancio del giavellotto under 20 quando gareggiava per la Libertas Catania, laureato in Medicina e chirurgia all’università di Catania nel 2008 e successivamente specializzato in Oncologia medica sempre nell’ateneo etneo, Marco Donia ha iniziato le sue ricerche in Danimarca grazie a una collaborazione internazionale avviata dal 2001 dal prof. Ferdinando Nicoletti, ordinario di Patologia generale ed immunologia del dipartimento di Scienze Biomediche e biotecnologiche, con l’università di Copenhagen. Dal 2014, dopo la specializzazione, Marco Donia lavora sia come medico oncologo che come ricercatore al National Center for Cancer Immune Therapy danese. Premiato nel 2017 come migliore ricercatore under 40 dalla Danish Cancer Society, dal 2018 è membro del comitato scientifico sull’immunoterapia nell’Esmo (European Society for Medical Oncology). «Partiamo dal presupposto - spiega il prof. Donia a proposito delle sue ricerche - che la gamma di sostanze rilasciate dalle cellule del sistema immunitario può sia aiutare a eliminare il tumore che favorirne la crescita. Le attività del mio gruppo di ricerca si focalizzano sullo studio del bilancio tra molecole positive e molecole negative rilasciate dal sistema immunitario nei tumori». Per raggiungere questo obiettivo, il prof. Donia utilizzerà una serie di tecniche avanzate di sequenziamento molecolare del genoma umano, comprese nuove metodologie come il single-cell Rna sequencing, che fornisce dettagliate informazioni genetiche contenute in ogni singola cellula che compone il tumore. «Ma mentre finora mi sono occupato specificamente del melanoma - sottolinea - con questa ricerca studio anche altre tipologie di tumori».

 

Preparazione tutta siciliana, quindi, quella del giovane docente catanese, e valida («Mi ha consentito di fare carriera qua»), fino alla decisione di trasferirsi in Danimarca, dove fare ricerca e carriera può essere più semplice. La parola d’ordine nel Paese del Nord Europa, infatti, a differenza di quanto spesso avviene in Italia, è sempre quella: meritocrazia. «Però secondo me il problema più grande della ricerca biomedica italiana è lo scollegamento con la medicina clinica. A ciò si aggiunge il fatto gravissimo che la ricerca di base è finanziata male e poco anche perché, non dando risultati immediati, difficilmente la politica, più sensibile a risultati a breve termine, la privilegia». E, pur se è vero che negli ultimi anni sono tornati in Italia e anche in Sicilia diversi ricercatori, «ciò è principalmente avvenuto con il rientro di personalità di altissimo prestigio, con ritorni immediati. Ma ciò andrebbe coniugato con la promozione di progetti a lungo termine, in cui si fanno crescere ragazzi e tra 10 anni, possibilmente, questi otterranno risultati concreti». Che è quello che dà poi reali ricadute sul territorio: «Più soldi nell’alta specializzazione si investono a livello locale, più possibilità ci sono che gli studi portino a risultati che attraggono grossi investimenti privati sul territorio. Ma si tratta di ricadute a lungo termine, su cui in Italia pochi si sentono di scommettere».

 

A 35 anni, dunque, è medico, professore associato all’università con un laboratorio, sposato e con figli: una realtà piuttosto rara in Italia. Il prof. Donia non è però sbarcato in Danimarca da «cervello in fuga, ma per scelta. Una certa mobilità è obbligatoria nella ricerca moderna, ma qui sono rimasto perché mi è stata offerta la possibilità di fare il medico e di svolgere ricerca con gli stessi pazienti che curo».

 

Soddisfatto a tutto tondo, il prof. Donia non ha dunque rimpianti e neanche una grande nostalgia della Sicilia: «Se mi manca qualcosa? Direi le granite, perché non si possono fare a casa. Ma, granite a parte, direi che forse ciò che mi manca è la flessibilità, caratteristica tipica siciliana che nelle sue aberrazioni ci fa però sentire allenatori quando ci sono i Mondiali o virologi ai tempi del coronavirus. Anzi, nell’ambito scientifico è proprio la versatilità il principale insegnamento che ho ricevuto a Catania nel dipartimento di Scienze biomediche. Per questo penso che la Sicilia, e l’Italia in generale, abbia enormi potenzialità inespresse. Non sono infatti le risorse umane né la formazione di base ad essere carenti, altrimenti non si spiegherebbero tutti questi italiani in posizioni di prestigio sparsi per il mondo. Basterebbe solo una maggiore organizzazione sul lungo periodo, al posto della navigazione a vista a cui siamo abituati». Non per nulla, a non mancare della Sicilia al prof. Donia, sono proprio «le cose fatte per un ritorno immediato, non programmate sul lungo periodo. Quelle del “poi si vede”. La minore programmazione pesa sui risultati a lungo termine». Pur trovandosi bene in Danimarca («Di questo Paese - sottolinea - mi piace la programmazione, mentre di contro non amo l’inflessibilità e la rigidità»), il prof. Donia non esclude il ritorno in Italia a lungo termine: «Se ci fossero le condizioni, mi piacerebbe. Il problema dei cervelli italiani all’estero, però, è che ci si scontra con un sistema senza certezze, in un sistema in cui gli interessi - spesso locali - di oggi contano più dei risultati che incidono nel domani. Non a caso, non sono solo gli italiani a non tornare, ma soprattutto sono gli stranieri a non venire. E gli italiani che tornano, spesso se ne vanno di nuovo. E non credo sia una questione di soldi o di stipendio».

 

Né per il prof. Donia vale la leggenda che nei Paesi del Nord Europa si viva benissimo rispetto a quelli del Sud: «Probabilmente è vero, ma io non credo che ci vorrebbero cose dell’altro mondo per realizzare le stesse condizioni anche in Italia. Basterebbe semplicemente un po’ di programmazione a lungo termine, a costo zero». E lo stesso welfare in Danimarca è alla fine «un paracadute sociale per chi ha bisogno: chi ha un lavoro ed è ben pagato, il welfare non lo utilizza o lo usa poco. Ad esempio gli asili: io pago per due figlie oltre 700 euro, ed è un asilo comunale. Chi ha i soldi, qua paga: chi vuole comprare una bella macchina paga una tassa al 150% del valore. Paradossalmente, se si facesse in Italia ci sarebbe una rivoluzione: il risultato è che a Catania in due mesi di paternità ho visto più Suv di quanti ne abbia visti in Danimarca in 5 anni, nonostante questo Paese sia molto più ricco. Qui c’è una certa attenzione da parte dello Stato per le cose necessarie e importanti, mentre il superfluo è scoraggiato con le tasse. Tra l’altro, a quanti serve proprio il Suv?».

Non ha dubbi neanche sulle maggiori difficoltà che ha dovuto affrontare, il prof. Donia: «La lingua, senza dubbio. Per il resto, nessun problema: ci sono tanti italiani qua, molti si lamentano del clima, ma a me il freddo non disturba più del caldo estivo a Catania». Le soddisfazioni sono invece «principalmente i risultati della ricerca e poi il fatto che in Italia non avrei probabilmente potuto avere due figlie a questa età». La ricerca, quindi, resta la molla che ha sempre spinto Marco Donia, anche nella scelta della professione: «Ho scelto di fare il medico e ricercatore - sottolinea - perché mi è sempre interessata l’innovazione e il campo dove c’è più possibilità di innovare, si conosce e non si conosce, è la medicina. E l’oncologia, nella stessa medicina, è ad oggi il campo in cui c’è più possibilità di fare una differenza con le proprie ricerche».

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