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La siciliana che parla ai robot e ora sogna di toranre nella sua terra

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La siciliana che parla ai robot e ora sogna di tornare nella sua terra

Di Laura Compagnino

«Vedevo le mie coetanee desiderare un uomo con gran macchina e tanti soldi. Nei miei desideri invece ero io quella Potente». La frase della poetessa Alda Merini campeggia sul suo profilo Facebook, manifesto di vita dell’ingegnera Enza Spadoni. Lei volitiva, caparbia, sensibile e sognatrice incarna perfettamente il ritratto di una donna del Sud che ha scelto di spiccare il volo per scoprire il mondo, facendosi strada senza scorciatoie e compromessi in un mondo prettamente maschile. La sua età è indecifrabile, non vale la pena neanche chiederla e non solo per fatti di galateo che impongono di tacere sulle questioni anagrafiche col gentil sesso. Lei oltre a dimostrare poco più di trent’anni fisicamente, per entusiasmo e passione potrebbe persino averne 17. È la sua gavetta a raccontare chi è.

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Da bambina frequenta la cattolica scuola Santa Lucia di Palermo e mostra sin da subito il suo carattere. «Non accettavo regole astruse e illogiche - dice mentre gli occhi di un cangiante verde azzurro, sorridono - non ero nata per subire». In famiglia la sua determinazione viene supportata da genitori progressisti, «mio papà aveva come riferimento il “Manifesto” di Marx, la banale concezione dell’esistenza non varcava la soglia di casa nostra», sottolinea fiera la Spadoni che con orgoglio rimarca di essere irriducibilmente di sinistra.

Dopo il liceo, arriva il momento di scegliere quale facoltà frequentare. Ed Enza con convinzione si iscrive a Ingegneria gestionale. «Non mi interessava il posto fisso, sognavo di dare un contributo vero a questa terra che amo profondamente e che ha vissuto sempre di occasioni perdute», commenta la Spadoni che a quest’ambizione ha dedicato la sua tesi di laurea, basata sullo sviluppo locale delle piccole e medie imprese.

Dopo l’università, inizia a lavorare in realtà regionali, al Parco Scientifico e tecnologico della Sicilia, allora guidato dal professore Domenico Romeo. «Fu lui a propormi quella che poi sarebbe stata la svolta della mia vita. Mi disse che a Pontedera, la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa stava aprendo un nuovo polo di ricerca e mandò una lettera di referenze su di me al rettore dell’epoca, Riccardo Varaldo» dice l’ingegnera che ricorda gli anni in Sicilia con un velo di tristezza: «Vent’anni fa Palermo, ma in generale tutta l’isola, era profondamente classista. Se nascevi in una famiglia benestante o di potere, andavi avanti a prescindere, altrimenti avevi chance ridottissime. Ci si frequentava solo fra pari casta, era inconcepibile una cena fra un operaio e un imprenditore».

La donna sente ormai troppo forte la voglia di allontanarsi dalla sua terra, di cui vede sempre più evidenti i limiti e nel 2002 va via da Palermo. «Ho cominciato a girare il mondo - dice - ho lavorato all’università Waseda di Tokyo come Exchange Researcher e alla scuola Superiore Sant’Anna di Pisa è iniziata la seconda parte della mia vita».

In questa eccellenza italiana nel settore scientifico, la Spadoni si occupa di robotica, nel dettaglio dell’impatto che la robotica ha sulla vita dell’uomo. E da sognatrice qual è, rimanda il suo lavoro al pensiero di Leonardo Da Vinci, sulla centralità dell’uomo rispetto all’ambiente, al mondo animale e a quello vegetale. «Noi cerchiamo soluzioni per migliorare la vita dell’individuo - spiega la Spadoni componente dell’equipe del professore Paolo Dario, fondatore dell'Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant'Anna - ma sempre partendo dal presupposto che i robot potranno essere di ausilio all’uomo, ma mai sostituirlo».

Sentirla raccontare i dettagli del lavoro che compiono, significa essere portati per mano in un mondo così incredibile che sembra uscito fuori da un film. «Per un anno abbiamo allevato in una teca un polpo - narra - animale straordinario per la sua estensione, le sua capacità retrattili e di adattamento al terreno. Osservandolo abbiamo progettato un robot capace di pulire i fondali marini. La natura ha già tutte le risposte necessarie all’uomo, per questo va preservata, tutelata e rispettata».

Ma l’Italia è matrigna con le sue menti migliori, tanto che la Spadoni, dopo 18 anni trascorsi alla Scuola Superiore Sant’Anna, è ancora precaria, per un gap del sistema accademico che non prevede la stabilizzazione per una figura come la sua. Però lei, con quella passione che ha animato tutta la sua esistenza, non demorde, continuando a inseguire i suoi sogni.

Oggi è impegnata a tutto tondo nell’affermazione della parità di genere, con un ruolo nell’organismo della scuola d’eccellenza di Pisa. È stata inserita nella lista stilata da Startup Italia “Unstoppable Women”, fra le donne innovative che stanno cambiando il Paese. Lei ci tiene a precisare di non essere una con le palle, perché il parametro di riferimento è decisamente fallocratico. «Sono una persona il cui merito si misura da sempre sul campo», chiosa.

L’altra concreta aspirazione è quella di tornare in Sicilia, con un progetto per la creazione di un centro di competenza robotica nell’isola, in collaborazione con la Regione Siciliana. Il piano, come racconta, è già in una fase avanzata e lei è convinta che si possa costruire un aggregatore che metta insieme sinergie e tecnologie. «Palermo, la Sicilia - afferma commossa l’ingegnera Spadoni - sono tanto belle che feriscono ma sono rimaste ancorate al passato per via di tutti quei treni passati e persi. Quale impegno potrebbe avere più valore per me di quello di scommettere sul futuro della terra che porto scolpita nell’anima?».

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