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Casaro rap per salvare un mestiere dimenticato

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Casaro rap per salvare un mestiere dimenticato

Di Carmen Greco

MONREALE. Sfrattato dai caseifici industriali, il casaro si riprende la scena grazie al suo saper fare. Il modo è semplice: raccontare il suo mestiere fuori dal contesto esclusivamente agroalimentare e “reinventare” un’arte a rischio estinzione. Così cavalcando la moda del turismo “esperienziale” che tramanda il lavoro artigianale per preservarne sapere e memoria, Domenico e Giuseppe Guddo, padre e figlio, portano l’arte del casaro in giro per la Sicilia, facendo i formaggi dal vivo nelle feste e negli eventi privati.

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In realtà Giuseppe, 29 anni, un lavoro da tecnico di telefonia e la passione del rap - con il nome di Mailo ha preso parte alle selezioni per X Factor e Sanremo Giovani - non aveva alcuna intenzione di continuare il mestiere di famiglia. La tradizione, raccolta da cinque generazioni avrebbe potuto interrompersi con papà Domenico, 60 anni, esperto allevatore e casaro che continua a fare formaggi collaborando con amici titolari di caseifici. Giuseppe, studi da perito informatico, una moglie e un bambino di poco più di due anni, si sarebbe dedicato alla musica. Invece...

Il mastro casaro Domenico Guddo con il figlio Giuseppe

«Mio padre, per passatempo, andava a fare formaggi per gli altri, un giorno la persona che lo accompagnava non era disponibile e ha chiesto a me se potevo aiutarlo. Ho detto di sì. Da quel giorno fare il formaggio ha cominciato a intrigarmi maggiormente. Gli allevamenti di famiglia non ci sono più, oggi abitiamo dove una volta c’erano le stalle, ma il mestiere di casaro è rimasto nel nostro dna».

In realtà Giuseppe si occupa di “comunicare” la passione di papà, dai social rilancia i video con le “esibizioni” del formaggio dal vivo raccontando la storia di famiglia con l’obiettivo di tenere in vita il mestiere. «Fare le mozzarelle dal vivo alle feste è un modo per attrarre l’attenzione della gente. Certo, loro pensano principalmente a mangiare (ride ndr), ma dopo il primo assaggio si fermano e cominciano a domandare, chiacchierano con mio padre che è ben felice di raccontare la storia della nostra famiglia, le tradizioni di un mestiere antico, fatti, aneddoti, metodi di preparazione. L’idea è venuta a mio fratello che lavora nell’ambito del catering, un giorno propose a mio padre “visto che conosci il mestiere perché non lo porti negli eventi?”, e così è stato».

Reinventarsi per continuare a lavorare, divulgando l’arte della caseificazione come si faceva una volta, senza additivi e conservanti, ma con la tecnologia attuale. «Noi non abbiamo un caseificio - precisa Giuseppe Guddo - e io ho già un lavoro, ma sto apprendendo il mestiere da mio padre a 360 gradi, ci sono moltissime cose che devo ancora imparare. Lui l’arte del casaro la vive e la pratica da trent’anni, io sostanzialmente non ho la sua cultura in termini di produzioni casearie, non ho la sua stessa preparazione, ma lui mi ha tirato dentro questa cosa e adesso mi dovrò mettere a studiare. Sinceramente mi auguro che tutto continui, mi piace, mi appassiona tanto, non lo vedo nemmeno come un lavoro, forse perché ci scorre quest’arte nelle vene».


Giuseppe descrive suo padre come “cristianu anticu” «la sua felicità è alzarsi alle 5 del mattino e continuare a lavorare, il resto non gli interessa. Io sto sfruttando i contatti che ho costruito grazie alla musica rap per far sapere che c’è un posto in Sicilia dove è ancora viva l’arte del casaro e l’idea è farlo anche in modo ironico. Sto lavorando a una sigla per i video con le caricature mie e di mio padre, oltre che ad un testo rap, il titolo ancora approssimativo è “Tutto prende forma(ggio)”. Oggi la gente cerca la qualità, ma anche il divertimento, la leggerezza, che non vuol dire superficialità».

I prodotti che vengono più richiesti (anche in base ai menu proposti dai diversi catering) sono le mozzarelle, se non altro perché sono un finger food facile da consumare e si prestano a rivisitazioni molto versatili. «Per esempio - dice Giuseppe Guddo - quella ripiena di pomodoro e olive o quella con la mortadella al tartufo. Ci chiamano piccoli catering, ma ci ha voluto anche lo chef Natale Giunta che aveva saputo di noi tramite il passaparola. Il guadagno? Il prezzo dipende dal numero delle persone, se siamo insieme io e mio padre ha un costo, se dobbiamo chiedere l’aiuto di un’altra persona il prezzo varia, ma mio padre non lo fa per i soldi, lui lo fa per passione, questo lo rende felice e io con lui anche se certe volte gli dico “Ok papà, ma campi di felicità?”. Però quando lo vedo tirare il “lenzuolo” di mozzarella, sorridere e parlare con le persone delle radici della famiglia, del trisavolo, del bisnonno, dell’allevamento, del bestiame, di come si lavorava una volta, è come se ringiovanisse di dieci anni e per me è una gioia».

La storia di famiglia racconta che il primo a crederci fu il trisavolo Girolamo Guddo (detto ‘u diliatu), comprò le terre per coltivare limoni e allevare bestiame, poi fu il turno di Giuseppe (il bisnonno) che incrementò stalle e produzione, nel 1950 l’azienda passò in mano a nonno Girolamo, detto ‘u Truman (scomparso da pochi giorni) che tramandò il suo sapere a Domenico (‘u sinnacu). Domenico Guddo, il papà di Giuseppe (anche lui ha un soprannome, di chiama ‘u cucca) nel 1982 si dedicò all’allevamento e alla produzione casearia ottenendo dal Comune di Monreale il titolo di primo allevatore “per attività dal produttore al consumatore”.

Oggi, anche se gli allevamenti e il caseificio non ci sono più Giuseppe Guddo è pronto a raccogliere l’eredità del padre Domenico, un’eredità trasformata e coniugata con la sensibilità attuale. «Il sogno di mio padre sarebbe realizzare qui a Monreale un piccolo allevamento didattico per bambini autistici. Mia moglie è psicologa e ci ha dato l’input per un progetto di pet therapy che potrebbe evolversi anche mostrando ai ragazzi come si fa il formaggio. Durante il periodo del lockdown, fra un video di tik tok e l’altro, abbiamo scritto un progetto di 30 pagine, mio padre dettava e io mettevo nero su bianco, l’abbiamo consegnato a dei progettisti per svilupparlo e una mia amica che lavora in un centro di riabilitazione ha portato alla mia attenzione un bando che potrebbe fare al caso nostro. Lei lavora anche con i ragazzi del Malaspina (l’istituto penitenziario minorile di Palermo ndr) sui progetti di rieducazione e reinserimento nel mondo del lavoro per giovani che hanno precedenti penali, sarebbe bello se potessimo insegnare loro il mestiere di casaro, magari per inserirli, un domani, nel mondo del lavoro. Il progetto l’abbiamo presentato, sono convinto che qualcosa di bello nascerà».
Twitter: @carmengreco612

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