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Il coraggio di Anna, quando il successo nasce da una sconfitta

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Il coraggio di Anna, quando il successo nasce da una sconfitta

Di Maria Ausilia Boemi

Avere il coraggio di crederci, di trasformare gli impedimenti in opportunità, con l’intelligenza di andare non là dove ti porta il cuore, ma di sapere fare battere il cuore là dove ti porta la vita: la 24enne calatina Anna Ventura non si sente una particolare eccellenza siciliana, ma una “normale” giovane dottoranda in Biologia a Padova che sognava di diventare medico. Non è riuscita nel suo intento ma, invece di autocommiserarsi o di gettare la spugna o, peggio, di incaponirsi, ha scoperto altre passioni che ha saputo abbracciare con lo stesso entusiasmo.

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«Ho frequentato a Caltagirone il liceo linguistico - racconta -, scelto perché era quello più completo, anche se inizialmente la mia propensione era per le materie umanistiche. Durante il liceo ho scoperto però il mondo della biologia e in particolare della neurologia - che è diventata la mia grande passione - e, quindi, dopo il diploma ho tentato il test di Medicina. Ma non l’ho superato. Mi sono allora iscritta in Biologia a Catania, con l’idea di ritentare il test l’anno successivo. Ho dato così tutti gli esami di primo anno in Biologia, condizione indispensabile per conservare la borsa di studio senza la quale non mi sarei potuta mantenere all’università, e ho ritentato il test in Medicina, fallendolo però un’altra volta. In confusione, ne ho parlato con uno dei miei professori di Biologia, che mi ha fatto notare che non c’è bisogno soltanto di medici, ma anche di ricercatori. Allora ho deciso di continuare col secondo anno in Biologia, sempre con l’idea di ritentare, se il corso di studi non mi fosse piaciuto, il test di ingresso in Medicina. Ma ci ho preso gusto e ho deciso di completare la triennale». A quel punto, per Anna Ventura la scommessa era cercare un corso di laurea magistrale in Biologia più inerente alle neuroscienze, la sua grande passione: «Ma ho scoperto che a Trieste c’era un corso magistrale in Genomica funzionale, che dava la possibilità a 6 studenti meritevoli di fare il secondo anno alla Sorbona a Parigi, conseguendo così la doppia laurea. Tre giorni dopo la mia laurea triennale a Catania sono quindi partita per Trieste e ho iniziato lì la biennale, senza credere tuttavia che sarei rientrata tra i 6 studenti che sarebbero andati alla Sorbona. A febbraio, invece, mi hanno comunicato che rientravo tra quelli che sarebbero partiti per Parigi (i requisiti erano avere dato tutte le materie del primo anno e avere una media uguale o superiore a 27)». Anna Ventura arriva così a Parigi dove frequenta il primo semestre di corsi come in Italia e nel secondo fa un tirocinio in un laboratorio di neuro-oncologia «perché a Trieste avevo scoperto l’oncologia, divenuta un’altra delle mie passioni».

Terminato l’anno a Parigi, nonostante la proposta di rimanere a fare il dottorato alla Sorbona, Anna Ventura decide di tornare in Italia «sia perché a Parigi non mi ero trovata benissimo, sia perché secondo me in Italia avrei potuto dare il massimo». Dopo la laurea a giugno a Parigi e a ottobre a Trieste, la biologa calatina fa domanda per due dottorati: uno a Milano e uno a Padova. «A Milano ho passato le prime selezioni, ma non ero convinta perché quella è una metropoli come Parigi, troppo grande, dispersiva, difficile da fare propria. A Padova non c’ero mai stata, ma sentivo che era il posto giusto. Infatti anche lì ho passato la prima selezione, ma quando è uscita la graduatoria (i posti a disposizione erano 13), io ero la quattordicesima: con lo scorrimento, tuttavia, sono diventata 12esima. I posti coperti da borse di studio istituzionali erano però solo 11. Stavo quindi per rinunciare perché non me lo potevo permettere economicamente, quando la rappresentante del corso mi ha detto che poteva esserci la possibilità di avere dei fondi privati per finanziare la borsa d studio. E qualche settimana dopo in effetti è arrivata l'email con la conferma della borsa di studio. Da settembre dello scorso anno sto quindi facendo il dottorato allo Iov (Istituto oncologico veneto) a Padova. Non ci avrei mai creduto».

Un percorso accidentato, quindi, per una giovane calatina sorretta da una grande volontà e dal coraggio di crederci: oggi la dottoranda siciliana si occupa di «oncologia e immunologia clinica e applicata, nello specifico di una terapia cellulare adottiva in cui le cellule del nostro sistema immunitario, le CIKs espanse ex vivo, vengono ritraghettate con anticorpi monoclonali e dirette verso le cellule di tumori solidi ed ematologici». «Il mio futuro, dopo il dottorato - continua -, lo vedo sicuramente con un’esperienza all’estero, perché è giusto portare la globalizzazione nella ricerca, anche se poi credo di tornare per sempre in Italia. Qui non abbiamo i fondi però, per quello che ho visto a Parigi, posso dire che la formazione che abbiamo noi ce la possono solo invidiare. Se in Italia avessimo i fondi, saremmo tra i primi posti al mondo per la ricerca».

Perché gli studi in Italia della giovane dottoressa sono stati validi: «Io sono veramente soddisfatta dei miei studi italiani - conferma -, l’unico anno in cui non ho imparato nulla - se non delle grandissime lezioni di vita - è quello a Parigi. Per me i tre anni più formativi sono stati anzi quelli a Catania, persino più di quelli a Trieste». Certo, decidere di tornare in Italia dalla Sorbona non è una scelta usuale: «Penso che l’esperienza all’estero sia importantissima, ma non puoi dare il massimo se non stai bene con te stessa. L’esperienza all’estero tante volte è vista come una cosa da inserire necessariamente nel curriculum, ma non possiamo basarci sempre e solo sul curriculum perché poi quello che facciamo è effettivamente quello che siamo. E se non stiamo bene, non possiamo rendere nel lavoro. A Parigi non mi sentivo al massimo perché l’ambiente era abbastanza ostile: sono molto competitivi, ma se è giusto esserlo nella ricerca per andare avanti e stimolarsi, si deve anche sapere fare gioco di squadra».

Eppure i cervelli fuggono dall’Italia o non tornano: «A parere mio, all’Italia l’unica cosa che manca è la mentalità. Noi non crediamo nelle risorse che abbiamo e non le sfruttiamo. Poi senza dubbio è vero che i fondi non sono tanti, ma io ho fatto 5 anni di carriera universitaria solo con le borse di studio, quindi non è vero che l’Italia non ci aiuta, perché altrimenti io non avrei potuto studiare». Nessun rimpianto, alla fine dei conti, «perché sono felice del punto in cui sono arrivata. Forse l’unico rimpianto potrebbe essere il fatto di non avere fatto ricorso l’anno in cui non sono entrata in Medicina, però io le cose me le dovevo meritare. E poi, chissà, magari non sarei stata neanche adatta a fare il medico… Devo dire comunque che se sono arrivata fin qui lo devo a mio padre, che mi ha sempre spronata senza darmi mai contentini neanche a livello emotivo. È sempre stato la mia forza, anche se è a volte questa può essere un’arma a doppio taglio, perché il non darmi mai la soddisfazione di vederlo fiero di me, anche oggi, mi fa male».

E con la sensibilità di una giovane donna che ha incontrato ostacoli all’apparenza insormontabili, Anna Ventura ai suoi coetanei consiglia «di guardare sempre avanti, di credere in ciò che si desidera fare senza lasciarsi intimorire e di coltivarsi ogni giorno». E poi aggiunge: «Il caso non esiste e siamo noi senza dubbio gli artefici della nostra vita, perché se non semini non raccogli e quello che semini raccogli. Seminare significa stare sotto il sole, sotto la pioggia, soffrire le annate di magra, significa tante volte anche abbassare la testa, porsi delle domande, mettersi costantemente in discussione, perché senza mettersi in discussione non si va da nessuna parte». Intento tutt’altro che facile, tanto che Anna Ventura annovera come sua maggiore difficoltà proprio «quella di combattere con me stessa, con le mie insicurezze e i miei problemi di autostima, perché il mondo è pieno di persone eccellenti e riuscire a spiccare è veramente difficile». La maggiore soddisfazione «sarebbe invece quella di rendere ogni giorno di più fiera la mia famiglia dalla quale sono stata costretta ad allontanarmi - e quello è stato uno dei più grandi sacrifici della mia vita - e ogni giorno avere la voglia di fare sempre di più, senza mai accontentarmi». Della Sicilia, infine, terra nella quale «escludo di potere tornare perché non ci sono le strutture e i fondi per le mie ricerche», le manca «il mare, da morire, e la mia famiglia. Però so che sono sempre lì e posso tornare quando voglio». Sicilia, insomma, “porto sicuro” per la tenace dottoranda che ha saputo modificare sogni e passioni portando il cuore là dove la portava la vita.

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