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Marcello Bianca, l'ex geologo divenuto il fotografo della luna

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Marcello Bianca, l'ex geologo divenuto il fotografo della luna

Di Francesca Garofalo

Siracusa - “Marcello come here!”. Non è la voce della florida Anita Ekberg dalla Fontana di Trevi, ma il richiamo dei panorami che per bellezza e spettacolarità attirano a sé, come una calamita, l’omonimo dell’attore italiano, il fotografo siracusano Marcello Bianca. Andando a ritroso nel suo tempo, però, emerge davvero la storia di un personaggio felliniano: figlio d’arte, nato nel 1966 a Siracusa da madre inglese e padre siracusano, nelle sue vene scorre un mix di austerità, solarità, ironia ed autoironia che ha assorbito dalla madre insegnante d’inglese e dal padre cabarettista, artista di teatro, radio e tv. In bilico tra una vita razionale da geologo e una fatta di creatività controcorrente, dal temperamento orgoglioso e tenace, all’età di 50 anni decide di abbandonare anni di insegnamento, dottorato e lavori pubblicati su riviste scientifiche per la fotografia, sulla quale pone le fondamenta del suo nuovo futuro. Così, dopo anni in Basilicata, ritorna a Siracusa, dove da autodidatta con l’occhio nel mirino della sua Fuji X-T1, sviluppa la capacità di mimetizzarsi con l’ambiente circostante e diventa il fotografo della luna, che immortala in contesti da fiaba, dove l’ineffabile si manifesta ad un suo click. Nei suoi scatti singoli, in cui predominano anche paesaggi marini e figure umane, la peculiarità del suo linguaggio artistico è la spontaneità e l’assenza di bluff: tutte le scene raffigurate sono quelle che lui ha sempre al suo cospetto. E lo ha dimostrato anche come fotografo ufficiale dell'Ortigia Film Festival 2020.

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Quando ha deciso di diventare geologo?

«Il primo campione di roccia lo smartellai a 9 anni e decisi che avrei fatto il geologo dopo aver visto luccicare un cristallo di calcite, di cui Siracusa è strapiena. Dopo la laurea e il dottorato ho proseguito la mia carriera universitaria in Basilicata, dove mi sono occupato dello studio dei terremoti, ho pubblicato lavori su riviste scientifiche nazionali e internazionali, ho avuto qualche cattedra a contratto».

Quando è scattata la molla che ha fatto decidere di cambiare professione?

«Una mattina mi sono guardato allo specchio e non ho visto più una giovane promessa della Geologia, ma un uomo di quasi 50 anni che sopravviveva con contratti a tempo determinato. In quell’istante, capii che non avrei mai più vinto un concorso a tempo indeterminato, e che la Geologia non mi amava più quanto amavo lei. Così cominciai a dedicarmi all’altra grande passione della mia vita, la fotografia. Comprai la mia Fuji X-T1, imparai ad usarla e tornai a Siracusa con la scommessa di diventare un fotografo».

Per cambiare vita ci vuole una dose in più di follia o di coraggio?

«A trent’anni devi essere un po’ pazzo, a quaranta molto coraggioso. A cinquant’anni non hai nulla da perdere, e allora sembri folle e coraggioso, ma in realtà io non ho avuto scelta».

Perché proprio la fotografia?

«Perché mi ha attratto da sempre. Ho una foto in bianco e nero che mi ritrae con l’occhio nel mirino di una fotocamera, non avevo neppure 3 anni. Questa passione nasce dall’idea esaltante, di sottrarre istanti di vita di un pianeta all’oblio del tempo, almeno per la durata di conservazione di una fotografia».

Quali erano i suoi primi soggetti?

«Gli oggetti del mio monolocale a Potenza. La prima cosa che facevo aperti gli occhi era fotografare la moka che mi aspettava sul fornello o i calzini sul divano. Ma mi bastò mettere a fuoco per la prima volta la luna per sceglierla come soggetto preferito».

Fotografo preferito?

«Helmut Newton, per il viaggio nell’Eros. Ansel Adams, per i paesaggi e la magia del bianco e nero».

Cosa rappresenta per lei la fotografia?

«Non potrei più vivere senza, perché non saprei più osservare il mondo senza pensare: guarda che bello, adesso scatto una foto».

La geologia le è utile per i suoi scatti?

«Nella fase di programmazione di uno scatto paesaggistico e quando mi muovo sul territorio, mi tornano utili il senso di orientamento e la conoscenza della variazione di luci e ombre in funzione della morfologia del paesaggio».

Fotografo della luna. Che potere ha su di lei questo satellite?

«Irresistibile. La luna è un oggetto che affascina gli esseri umani fin dalla loro comparsa sulla Terra, quindi non credo di costituire un’eccezione».

Nel suo sito online dice di non saper usare Photoshop e ne va fiero. Cosa usa per l'editing?

«Punto a raggiungere la massima qualità fotografica già al momento dello scatto. Ovviamente post produco tutti i miei scatti, invece di Photoshop, un programma molto potente ma che possiede funzioni che non sfrutterei mai per il tipo di fotografie che scatto, utilizzo Lihgtroom, più leggero e adatto al mio stile di editing».

“Il fotografo non crea bellezza, la ruba” dichiara. Quanta ne ha rubata?

«Tanta da meritarmi mille anni di galera. Però spero di averla restituita, almeno in gran parte, con i miei scatti».

Meglio il bianco e nero o colori?

«La scelta è legata a ciò che si sceglie di raccontare. Il bianco e nero è il linguaggio per penetrare l’anima delle persone e delle cose, senza la distrazione del colore. Quest’ultimo è invece più simile alla realtà che conosciamo e, se usato con la giusta perizia, dona agli scatti un impatto visivo che il bianco e nero raramente può raggiungere».

Lo scatto di cui va fiero?

«Sono orgoglioso di diversi scatti, ma se devo citarne uno solo scelgo quello di una falce di luna crescente inserita in una fila di lampioni, a Siracusa. Per me rappresenta l’esempio perfetto di come la realtà dipenda molto dal nostro punto di vista, e spesso vale anche al di fuori del mondo fotografico».

Come è stata l’esperienza all'Ortigia Film Festival?

«È stato il coronamento di un sogno. Sei giorni frenetici, durante i quali ho visto da vicino come ciò che il virus sembrava aver reso impossibile è invece diventato possibile, emozionante e coinvolgente. È stato divertente fotografare gli ospiti sul red carpet, parlare di fotografia con Fabio D’Innocenzo, uno dei registi che ammiro di più e immortalare i volti dello staff, che hanno realizzato questo piccolo grande miracolo all’ombra dei riflettori”.

Tornerebbe a fare il geologo?

«Mai».

La sua filosofia di vita?

«Il rispetto. Se c’è pure la birra ghiacciata, meglio».

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