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Dall’Etna alle Ande il lungo viaggio di un linguaglossese “stregato” dal Perù

Dall’Etna alle Ande il lungo viaggio di un linguaglossese “stregato” dal Perù

Il viaggio come mezzo per sentirsi libero e opportunità per conoscere realtà e culture diverse. Risponde a queste esigenze, quasi urgenze di vita, la storia di Roberto D’Amico che, nato a Linguaglossa 37 anni fa, dopo avere girato il mondo si è stabilito nel lontano Perù, terra magica dalla quale è rimasto stregato e dove ha fondato una fiorente impresa in ambito turistico.   Da vero e proprio cittadino del mondo, D’Amico è partito soltanto 4 giorni dopo avere conseguito a Catania la laurea in Scienze politiche: prima per Parigi, dove ha fatto uno stage in comunicazione politica alla Sorbona, seguito da una breve parentesi di 6 mesi in Australia; poi il trasferimento a Roma dove ha lavorato - con uno stage pagato dall’Ue - per Virgilio Dastoli, assistente di Altiero Spinelli. Terminata questa esperienza, pur avendo vinto un concorso all’Ue come esperto in comunicazione, D’Amico ha preferito «virare - spiega - verso il settore privato. Fui segnalato a Londra a Stefano Pessina e Ornella Barra, imprenditori italiani ai vertici di Alliance Boots, colosso mondiale delle farmacie, per i quali scrivevo discorsi in italiano, inglese e francese. Avevo dalla mia l’esperienza e la conoscenza delle lingue. Ma a un certo punto ho troncato per tornare in Australia».

E lì la svolta definitiva, imboccata però non in Australia, bensì inaspettatamente in Perù: «Partii - racconta infatti - per un viaggio in Bolivia e Perù con un amico di Linguaglossa. Io non ero convinto di continuare a vivere in Australia: volevo infatti restarci soltanto per un paio di anni per accumulare i soldi che mi consentissero poi di fare impresa. In effetti, avevo sin dall’inizio le idee chiare su cosa volevo fare nella vita: l’imprenditore nel campo turistico. Ma non avevo i soldi. La mia passione, al di là dell’università, è stata infatti sempre viaggiare, perché ciò mi fa sentire libero, mi rende felice».   Galeotto fu quindi il viaggio in Perù: Roberto D’Amico rimase stregato da questa terra, «un territorio vasto 4 volte l’Italia che dal deserto, che si affaccia sull’oceano Pacifico, passando per la foresta amazzonica, arriva sulle Ande. Io sono di Linguaglossa, quindi ho vissuto sull’Etna e i vulcani mi piacciono sin da piccolo: oggi vivo ad Arequipa, di fronte a tre vulcani alti 6.000 metri».

Un breve rientro in Australia, ma ormai l’innamoramento era scoccato: «Prendendomi un anno sabbatico, mi iscrissi a un corso professionale di import-export (di cui non avevo bisogno) tenuto da una coppia di Arequipa con cui avevo stretto amicizia. Ci volevano più soldi per realizzare il mio progetto imprenditoriale, ma intanto cominciai a viaggiare nel Sud America, tornando però sempre ad Arequipa, dove nel frattempo mi sono fidanzato e poi in seguito sposato. Oggi ho un figlio di due anni e mezzo che si chiama Francesco. Durante questi viaggi, ho maturato l’idea che le mie esperienze organizzative e linguistiche in quel posto avrebbero potuto fare la differenza: uno deve infatti posizionarsi sempre nei posti lavorativi o geografici dove si fa la differenza. Ci volevano 25.000 dollari per potersi registrare come imprenditore estero in Perù: una volta pagata questa somma, le autorità mi hanno aperto le porte e non ho avuto alcun problema. Ho creato la mia pagina web a immagine e somiglianza di come a me piace viaggiare, sono arrivati i primi clienti, ai quali ne sono seguiti sempre di più e oggi ho una piccola impresa di tour operator: siamo in tre, più 50 collaboratori che contrattiamo alla bisogna, offrendo un servizio in stile anglosassone unito a un savoir faire tutto italiano».

«I viaggi che organizzo, adattati a un pubblico italiano - spiega D’Amico -, sono classici ma personalizzati in base al budget, al tipo di esperienza che i viaggiatori vogliono fare, al circuito che vogliono visitare. Io sono nato professionalmente a Londra con una cultura di customer care molto forte: siamo quindi sempre al servizio dei nostri passeggeri».   Un amore - quello per il Perù - che, in questi anni, non ha conosciuto crisi: «Adesso ho preso anche la nazionalità peruviana: questo è un Paese meraviglioso ancora poco conosciuto in Europa. Diciamo che è la frontiera del nuovo Ovest, dove la dimensione umana e la libertà di fare impresa sono realtà concrete: è un posto magnifico, una realtà di cui mi sono innamorato, che mi fa tenerezza alle volte, come ad esempio davanti alla timidezza degli andini. Per chi ama la natura, poi, la giungla amazzonica è uno dei posti più belli che abbia mai visto. In Sudamerica si respira ancora quel senso di libertà che in altri posti del mondo, in Europa in particolare, abbiamo perso. Esiste ancora il contatto tra l’uomo e la natura che preserva la bellezza dei luoghi incontaminati.

Mi sono innamorato subito di Arequipa, l’imponenza di queste montagne e di questa natura è così forte da dare sensazioni, vibrazioni ed emozioni incredibili. Non ho dimenticato la Sicilia, però il senso di libertà, pace, spensieratezza che vivo durante le escursioni è impagabile. A parte l’aspetto storico e archeologico emozionante, la forza della natura, e quella dei peruviani di vivere con la natura, è veramente qualcosa di particolare. Venendo dall’Europa, questa forza attira, perché è molto differente da quello che ognuno di noi ha sempre vissuto».   Quindi è la diversità che l’attira ancora oggi? «Non sono una persona che si accontenta, c’è voluto il Perù per farmi fermare. Certamente vivo bene, ho la mia casa e la mia famiglia, ma non è una questione economica: la voglia di vivere il mondo, di vivere la mia epoca della globalizzazione, mi ha portato a interpretare le cose così come andavano. E forse lo avevo capito un po’ prima dei miei coetanei. Probabilmente questa è stata la differenza».  

Ma cosa ha in comune un linguaglossese, quindi un siciliano, con i peruviani? «Forse non tanto: ma la cosa che mi ha spinto di più è la voglia di scoprire qualcosa di diverso, che a me mancava e che ora mi ha riempito. In comune forse abbiamo la gioia di vivere, la spensieratezza, quella libertà che avevo perso tra Londra e Parigi - dove imperava la disciplina - e di cui la mia radice araba di siciliano ha invece bisogno». Un percorso, tuttavia, pianificato per anni in maniera strategica e con grande disciplina: da Catania a Parigi, da Parigi a Roma, quindi a Londra e poi in Australia, fino al Perù: «Fermarsi alla Sicilia non basta: io credo che comunque occorra andare qualche anno all’estero e poi magari rientrare nella nostra isola. Secondo me anche in Sicilia si possono infatti fare tantissime cose. Ho sempre odiato il negativismo e il senso di impossibilità che ci portiamo dentro. Credo che spesso noi ci sottovalutiamo o, al contrario, ci diamo delle arie fini a se stesse. Certo, la politica economica siciliana non dovrebbe essere indirizzata alla Francia, alla Germania o al Nord Europa ma, secondo me - anche se non in tutto e per tutto - ai Paesi arabi.

Gli imprenditori siciliani dovrebbero creare un commercio molto più forte con i Paesi arabi piuttosto che con il Nord Europa. È inutile infatti che giochiamo a fare i tedeschi: noi non siamo tedeschi».   E D’Amico non esclude, a differenza di altri emigrati, un eventuale rientro in Sicilia: «Devo dire che, anche se non adesso ma in futuro, magari avendo un capitale, tornerei in Sicilia se ci fosse una primavera siciliana». Per fare cosa? Ovviamente, impresa turistica. «Il mio è un business in cui combino la mia esperienza da viaggiatore, le mie competenze linguistiche e le mie capacità comunicazionali di marketing. Dunque, fondamentalmente, faccio un business che si adatta a quelle che sono le mie qualità. Credo che ciascuno di noi debba fare una professione o un mestiere adatto alle proprie caratteristiche. Ma per fare una cosa del genere bisogna essere un po’ ribelli e controcorrente».  

Ma cosa rende speciale il Perù rispetto agli altri Paesi sudamericani? «Certamente la matrice inca e la cultura andina, la cultura della patata, dell’uomo mite, del mais, la cultura della foglia di coca del Perù non esistono in Cile, in Argentina, in Colombia. Esistono invece parzialmente in Ecuador e in Bolivia. Il Perù è un Paese multietnico dove esiste una fusione tra la cultura indigena, quella europea, quella cinese e giapponese, e la cultura africana da cui arrivavano gli schiavi. È un Paese multietnico, multiculturale, molto accogliente, con una gastronomia riconosciuta ormai a livello internazionale: solo per fare un esempio, quest’anno il Perù nella guida Michelin ha ottenuto 2 ristoranti, l’Italia solamente uno. È una nazione in crescita, che dal 2000 ha cominciato a crescere intorno al 10% per 7-8 anni, poi si è stabilizzata intorno al 6%, e ora oscilla tra il 5 e il 4%. Certo, la loro base di ricchezza è molto più bassa della nostra, il reddito medio in Perù è sui 7-8.000 dollari (intorno ai 6.000 euro).

È però un Paese in via di sviluppo, dove la maggior parte delle persone vanno a scuola, dove c’è il wi-fi ovunque: è una nazione che ha abbracciato la globalizzazione in maniera totale. Il Perù attrae tantissimi capitali dall’estero, ha un trattato di libero commercio con Cina e Usa e sta cercando di averne uno con l’Ue. Nel processo di espansione turistica del Perù credo che ancora siamo lontani dalle cifre che ci potrebbero essere da qui a 10 anni. Oggi il turismo ricettivo in Perù si aggira intorno a 1.800.000 presenze all’anno. Pochissimo. Ora però si sta irradiando un bagliore verso il mondo, anche per via della cucina che sarà un potente veicolo di espansione: credo che potremo arrivare sui 10 milioni di visitatori all’anno, da qui a un decennio».  

Rimpianti? «No, assolutamente. Credo che nella vita ci siano fasi diverse e una evoluzione. Londra rispetto alla comunicazione era una fase, ora questo del turismo è l’inizio di un progetto che credo abbia la potenzialità di essere l’impegno clou della mia vita». Ma la sua famiglia come ha reagito di fronte alla sua fuga? «Devo dire che sono rimasti perplessi all’inizio, ma dopo un breve periodo, conoscendomi, hanno capito che facevo sul serio. Piuttosto, è stato il salto da Londra o da Sidney al Perù quello più ostico per loro: però questi Paesi in via di sviluppo danno delle opportunità che oggi non esistono in Italia o altrove».  

E gli italiani, ovunque vanno nel mondo, purché determinati e preparati, sanno farsi valere: «Credo che il punto di forza degli italiani sia il nostro modo di fare: è la cosa che dovremmo esportare all’estero, in Europa non ce l’hanno in tanti. Noi invece abbiamo deciso di fare i tedeschi con l’euro e abbiamo inciampato. Io penso che noi italiani abbiamo una marcia in più individualmente, anche se come sistema magari non siamo molto forti. Ho visto italiani in azione nei laboratori universitari a Parigi, li ho visti alla City di Londra, li vedo anche in Perù e ci distinguiamo sempre. Non è per vantarci. E chi dice che non abbiamo voglia di lavorare, lo dice solo per invidia. Se è vero che abbiamo avuto dei rappresentanti politici che non ci fanno onore, è altrettanto vero che noi italiani ovunque andiamo ci facciamo rispettare: siamo bravi. Vedo però che oggi tanti ragazzi partono alla ventura, mentre invece bisogna in anticipo essere preparati con le lingue e capaci di fare una professione o un mestiere di cui il Paese che ci ospita ha bisogno. Altrimenti, si finisce col fare tutti i camerieri».

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