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Torna al Nord il giovane medico siciliano che era già andato a combattere la prima ondata del virus

Di Paolo Cappelleri

 MILANO - Quando a fine giugno ha lasciato l'incarico all’ospedale di Crema per tornare nella sua Palermo, l'ultimo malato Covid era da poco stato dimesso. Ora che è finita la tregua con la pandemia, Giuseppe Anzelmo, 27 anni, specializzando di Medicina, ieri si è imbarcato di nuovo su una nave diretto a Nord, dove lo aspetta «un contratto di un anno da libero professionista» con la Asst di Bergamo Est, in servizio nei pronto soccorso di Seriate e Alzano Lombardo.

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In mezzo è trascorsa un’estate decisamente anomala. «Niente spiaggia - racconta il giovane -. A fine giugno me ne sono tornato a casa per preparare l’esame di specialità a settembre. Ma il Covid in qualche modo mi ha penalizzato: serviva più tempo per studiare e ahimè è andata male. Quei quiz sono disgraziati». Prima di partire per Crema, Anzelmo lavorava come medico prelevatore in un centro per la donazione del sangue, dove suscitò più irritazione che ammirazione la sua scelta di partire per il Nord, proprio mentre molti sui coetanei lasciavano la Lombardia in fuga dal coronavirus.

Questa volta, archiviato il test andato male a settembre, lo specializzando si è guardato intorno. «Ma in Sicilia di lavoro ce n'è poco - spiega -. Ho visto il bando della Asst di Bergamo. Mi hanno contattato una settimana fa, mi hanno chiamato senza colloquio. Ho preso la mia scelta. Mi sono laureato per questo, per fare del bene alle persone. E nella Bergamasca hanno sofferto molto in primavera».

A Crema, nei reparti ordinari e nell’ospedale da campo dove c'erano colleghi venuti anche da più lontano, i sanitari cubani della brigata "Henry Reeve", Anzelmo si rese conto che i malati di Covid «hanno bisogno anche di sostegno morale. E’ importante quanto quello medico - ricorda -: di fronte a una malattia sconosciuta, spesso pensavano che sarebbe stata la fine. Bisognava tenere alto il loro morale».

In queste settimane gli amici di Crema gli hanno raccontato come il loro ospedale stia «facendo da air bag per snellire il carico di lavoro di Milano». Ora i dati su ricoveri e morti fanno di nuovo grande paura. Anche alla famiglia di Anzelmo.

«Sono preoccupati, avrebbero preferito che restassi a Palermo ma mi sostengono e mi danno coraggio, sanno che è il mio percorso - dice il siciliano -. Questo è un mestiere che richiede empatia e io me lo sento dentro. Anche io un po' di timore ce l’ho ma è una malattia che ho toccato con mano e ora mi sento più sicuro di quando sono partito la prima volta. Spero solo che questa brutta storia finisca al più presto». 

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