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Giorgia Cafici: «A 11 anni avevo già deciso di fare l'egittologa»

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Giorgia Cafici: «A 11 anni avevo già deciso di fare l'egittologa»

Di Elisa Petrillo

Catania - I suoi occhi si accendono di una luce intesa non appena inizia a parlare dell'Egitto, e si rimane letteralmente rapiti da quel susseguirsi di storie, aneddoti, scoperte dal fascino unico. Vi presento Giorgia Cafici, egittologa catanese, presidente del Centro italiano di egittologia "Giuseppe Botti"- Cieb di Domodossola con sede presso il Collegio Mellerio-Rosmini, che si prefigge come propria missione, la promozione dell'interesse per l'Antico Egitto nel territorio dell'Ossola, e non solo, tramite eventi e conferenze atti a finanziare la creazione di borse di studio per giovani egittologi e il finanziamento di progetti scientifici in campo egittologico. Mente brillante, donna affascinante e piena di voglia di fare per la crescita del proprio territorio, è tornata a vivere in Sicilia per realizzare i suoi sogni partendo proprio da casa, dalla propria terra.

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Come mai ha deciso di fare egittologia?

«In occasione della mia partita d'esordio presso la Federazione Italiana Pallavolo - era il campionato Under 13 -, mia madre mi regalò un libro sull'antico Egitto. Ne rimasi talmente affascinata da leggerlo in qualsiasi momento della giornata al punto che un giorno dissi: Voglio diventare egittologa. Avevo 11 anni».

Un percorso fatto di studio, di ricerca e di tante esperienze, ma c'è stato un momento che ricorda con più emozione?

«È difficile individuare un unico momento, ogni piccola scoperta o avanzamento nella ricerca è indimenticabile. Sicuramente il trasferimento a Pisa a 22 anni, dopo aver conseguito la laurea triennale a Catania, ha segnato uno spartiacque nella mia vita e poi nella mia carriera. Non potrò mai dimenticare quanto subito dopo aver conseguito la laurea magistrale presso l'Università di Pisa, vinsi una borsa di studio bandita dalla Regione Toscana per effettuare un tirocinio presso il "Centro Archeologico Italiano al Cairo". Quel trasferimento coincise con il mio primo viaggio in Egitto e fu una possibilità di incontri preziosi con colleghi italiani che passavano dal Centro prima di recarsi presso le rispettive missioni. In quell'occasione partecipai alla mia prima campagna di scavo in Egitto con la missione dell'Università di Pisa diretta dalla professoressa Marilina Betrò. Proprio mentre mi trovavo al Cairo, presi un aereo per provare il concorso di dottorato alla Normale di Pisa dove non c’erano mai stati egittologi tranne Sergio Donadoni durante la fase della sua prima formazione come classicista. Insomma, utopia pura. E invece quel concorso lo vinsi. Per portare avanti il mio progetto di ricerca incentrato sulla disamina di uno specifico gruppo di sculture raffiguranti i membri dell'élite tolemaica, i cosiddetti ritratti, in quel periodo ho visitato i principali musei del mondo (il Museo del Cairo, il Louvre, il British Museum, il Metropolitan Museum of Art, il Brooklyn Museum of Art, il Museo Egizio di Torino, per citare i più importanti) e ho trascorso lunghi periodi di formazione all'École normale supérieure di Parigi e un intero anno accademico a Oxford come visiting student presso il St. John's College. Non posso non citare l'anno trascorso da assegnista di ricerca alla Normale di Pisa dove ebbi l'onore e il piacere di portare avanti un progetto coordinato con il Museo Egizio di Torino sotto la supervisione del professore Gianfranco Adornato e del direttore Christian Greco: ogni mese per almeno una settimana mi recavo a Torino e lì mi dividevo tra l'archivio di Stato e il museo stesso per cercare di ricostruire le fasi più antiche della sua storia. Il progetto ha portato risultati di rilievo ma purtroppo si è concluso inaspettatamente per carenza di fondi».

Ha partecipato a missioni?

«Ho avuto la fortuna di partecipare ad alcune missioni archeologiche dell'Università di Pisa dirette dalla professoressa Marilina Betrò a Dra Abu el-Naga, nome moderno di una località che si trova nella riva occidentale della città di Luxor e rientra nella più vasta area della Necropoli tebana che ospita le cosiddette Tombe dei Nobili. Destinata a sepolture di nobili e funzionari connessi alle case regnanti, specie del Nuovo Regno, l'area venne sfruttata come necropoli, fin dall'Antico Regno e, successivamente, sino al periodo Saitico (con la XXVI dinastia) e Tolemaico. La missione pisana scavò la tomba TT14 appartenuta ad Huy, Prete puro di Amenhotep, immagine di Amon. Un giorno ebbi la "sorte" di rinvenire parte di una mummia: la testa".

Cosa ne pensa dell'idea di realizzare una succursale del Museo di Torino a Catania?

«Credo che questa sia un'occasione che, da diversi punti di vista, la nostra città non deve e non può lasciarsi sfuggire. Da un punto di vista scientifico, il progetto di creare un museo che abbia il Mediterraneo come file rouge per collegare Catania all'Egitto, offrirebbe occasione di riflessioni approfondite su numerosi quesiti scientifici oggi ancora poco investigati sia sul versante egittologico che su quello dell'archeologia classica e locale e offrirebbe inoltre una splendida occasione per l'avviamento di ricerche multidisciplinari».

Quali sono le caratteristiche di un bravo egittologo?

«Non credo esista una definizione univoca per un "bravo" egittologo. La passione deve essere il motore principale che spinge ogni egittologo ma potrei dire ogni ricercatore, a dedicare la propria vita alla ricerca. La curiosità innata, lo spirito di sacrificio e la determinazione non possono mancare perché la strada sarà lunga, non priva di difficoltà ma allo stesso tempo, se ci si pone i giusti interrogativi, potrà portare a tante soddisfazioni».

Che progetti hai per il futuro?

«Sto completando la revisione del mio libro sulla ritrattistica privata di Epoca Tolemaica che verrà pubblicato presso la Harvard Egyptological Series della casa editrice Brill. Con il Cieb, Gerta Lipari, vice presidente del Centro e tutto il consiglio direttivo, abbiamo alcuni progetti in cantiere, primo tra i quali la ricostruzione virtuale dello Statuario del Museo Egizio di Torino così come era negli anni Cinquanta dell'Ottocento. Questo progetto deriva dall'esito delle mie ricerche presso l'Archivio di Stato di Torino, che hanno permesso di rintracciare alcuni documenti, finora noti ma non debitamente indagati, per ricostruire esattamente l'allestimento dello Statuario in quegli anni. Ho già presentato questa "scoperta" all'"Annual Meeting dell'American Research Center in Egypt" del 2019 e all'"International Congress of Egyptologists XII" tenutosi al Cairo lo scorso novembre e mi sto impegnando adesso per riuscire a trovare i fondi necessari per portare avanti il progetto. Il mio desiderio sarebbe quello di completare la ricostruzione virtuale in tempo per il bicentenario del Museo Egizio nel 2024, in modo che i visitatori in quell'occasione tramite una semplice app nel proprio telefono, possano entrare nello Statuario e vedere come questo doveva apparire nel suo primo allestimento".

Il suo più grande sogno?

«Trasmettere ai siciliani che lo vorranno quello che ho imparato in questi anni di studio. Io per realizzare il mio sogno sono stata costretta a lasciare la mia terra, vorrei che i giovani avessero la possibilità di scegliere. Credo che un periodo formativo all'estero dovrebbe essere obbligatorio, ma la fuga dei cervelli è una grande sconfitta».

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