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Lo scienziato gelese tornato a casa per creare bioplastiche dall'olio di frittura esausto

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Lo scienziato gelese tornato a casa per creare bioplastiche dall'olio di frittura esausto

Di Maria Ausilia Boemi

Dalla Svezia è voluto tornare per realizzare la sua idea in Italia: il biotecnologo gelese Antonino Biundo, 32 anni, ha ideato un sistema, brevettato in Italia, per trasformare l’olio vegetale esausto in plastiche probabilmente biodegradabili. Un progetto green, di economia circolare, che perfettamente si integra nei piani del Recovery Plan, che Antonino Biundo sta portando avanti, tramite la startup Rewow, con altri due giovani: l’avvocato pugliese Ilaria Lorusso e Alessandro Cristiano, ex ufficiale della Marina militare impegnato in un master in Business Administration alla Bocconi.

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Nato a Catania, ma vissuto sempre a Gela fino alle superiori, Antonino Biundo si è laureato all’università di Palermo in Biotecnologie (laurea triennale) e in Biotecnologie per l’industria e la ricerca scientifica (specialistica). «Mi sono poi trasferito a Vienna per un dottorato in Biotecnologie e scienze agrarie, dopodiché ho ottenuto un assegno di ricerca post doc di due anni al Kth (università politecnica) di Stoccolma».

Ma Antonino Biundo voleva tornare nel Belpaese «per portare in Italia, tramite la mia scoperta fatta in Svezia ma brevettata nel mio Paese, quel valore aggiunto di cui tutti parlano ma che ancora non si vede tantissimo, soprattutto in Italia nel campo delle biotecnologie e in particolare delle biotecnologie industriali». L’occasione è stato un altro assegno post doc, questa volta di un anno, all’università di Bari, terminato a novembre 2020: «Ora sono sempre a Bari con la startup innovativa che abbiamo costituito a dicembre 2020, con cui abbiamo finora vinto diversi premi».

La scoperta del dott. Biundo consiste in un trattamento chemo-enzimatico per trasformare l’olio da frittura esausto in bioplastiche: «Stiamo creando un portfolio di diversi prodotti: alcune di queste plastiche possono essere utilizzate come ingredienti nelle formulazioni cosmetiche, altre come packaging o per usi diversi. E ne stiamo studiando anche la possibilità di riutilizzo o compostabilità».

Plastiche, dunque, innovative, che non si trovano né in natura né sul mercato, create «utilizzando determinati enzimi per trasformare dei composti dannosi per l’ambiente come l’olio da frittura esausto». Plastiche che peraltro «probabilmente hanno un alto grado di idrolisi e biodegradabilità, ma non possiamo ancora dire al 100% che sono biodegradabili, in quanto per certificarlo occorrono maggiori quantità di prodotto. Da un litro di olio produciamo in genere un 20-30% di plastica, dipende anche dalla qualità dell’olio. Il residuo può essere poi utilizzato per produrre energia elettrica da usare nello stesso processo di produzione».

Un problema, quello dell’olio vegetale esausto, ancora poco recepito dalla popolazione, ma molto grave dal punto di vista ambientale «soprattutto per gli acquedotti nel trattamento di acqua e reflui urbani e per i pesci e gli altri organismi acquatici, perché l’olio crea una patina superficiale sull’acqua che inibisce il passaggio di ossigeno e raggi solari». Basti pensare che un solo litro di olio di frittura non smaltito correttamente (quindi buttato con noncuranza, dopo una frittura casalinga, negli scarichi domestici o nel suolo) può rendere non potabile fino a un milione di litri di acqua, creando una patina superficiale che può arrivare fino a mille metri quadrati. «La nostra è una startup innovativa che crea una nuova vita per un rifiuto organico, destinandolo non solo - come avviene oggi - a produzione di saponi solidi e liquidi e soprattutto di energia (quindi biocarburante come biodiesel o biogas da olio vegetale esausto, mercato però oggi insidiato dai motori elettrici e a idrogeno), ma che possa essere utilizzato in forma tangibile». I tre fondatori della startup sono oggi in una fase di transizione dallo stato laboratoriale in piccola scala alla produzione di quantità di materiale molto più elevata per potere effettuare i test in ambienti rilevanti: «In tale ottica, stiamo creando delle partnership con diversi attori sul territorio italiano».

Un’idea, come tutte quelle geniali, nata per caso: «Un giorno in Svezia stavo friggendo delle patatine fritte - non proprio salutari, ma ogni tanto ci vogliono - e là ho cominciato a pensare a cosa si poteva fare di innovativo con l’olio di frittura che restava. Sapevo già che con quell’olio si produce biodiesel, ma la produzione di bioenergia o comunque di energia in generale è il punto finale di un prodotto. In altre parole, dopo quello non si può creare più nulla: in un’ottica di economia circolare, io volevo invece creare con questo olio un prodotto con alto valore aggiunto. Per questo motivo con un amico chimico dei polimeri, il dott. Silvio Curia, abbiamo iniziato a parlarne e siamo arrivati assieme a questa soluzione».

Un progetto che Antonino Biundo ha deciso di sviluppare in Italia, e precisamente a Bari, sia perché a Bari ha avuto l’opportunità di avere l’assegno post doc all’università, «sia perché qui ho trovato un ecosistema favorevole per le startup. Avevo in realtà provato a tornare in Sicilia, ma non ho avuto tantissima fortuna anche se con alcuni ex professori siamo sempre in contatto e collaboriamo. Ovviamente sto provando ad espandere il progetto non solo in Puglia ma anche in Sicilia, quindi sono in contatto con diversi raccoglitori di olio esausto nella nostra Isola e nel resto d’Italia».

Le maggiori difficoltà incontrate sono quelle «in campo economico, pesanti soprattutto per startup high-tech che hanno bisogno di grandi finanziamenti per portare avanti in maniera veloce il progetto e arrivare sul mercato prima possibile. Poi un sistema universitario che a volte confina determinate figure e non agevola un’interazione di conoscenze tra formazioni diverse e team multidisciplinari e interdisciplinari che sono alla base di una startup con maggiori possibilità di successo». E, nonostante la caparbietà di tornare in Italia, resta la consapevolezza che in Italia è più difficile portare in generale avanti innovazione e ricerca: «Soprattutto da quanto ho visto in Svezia, dove ci sono molti poli per la conoscenza di startup e progetti in diversi ambiti. Ovviamente adesso parlo di una mia esperienza in Italia durante il Covid, in cui molti eventi sono avvenuti online, però sicuramente non cè la stessa opportunità di conoscenza di network o partner, anche se l’ecosistema italiano in generale ora si sta muovendo molto bene, sta crescendo e si sta ampliando. Ma resta molto da fare».

Molto da fare per far sì che i cervelli italiani non fuggano all’estero o ritornino, come Antonino Biundo, perché «i miei studi in Sicilia sono stati validissimi, noi italiani siamo molto apprezzati all’estero e abbiamo una marcia in più rispetto agli altri per un discorso molto spesso duale, sia in senso positivo che negativo: nel nostro Paese non abbiamo infatti molti fondi per i laboratori didattici, quindi manca la pratica; in compenso, studiamo tantissima teoria che ci aiuta ad essere malleabili e a saperci adattare ai problemi risolvendoli».

A fronte di un’ottima preparazione, a essere carente è poi «anche la ricerca dopo l’università, quella che porti in maniera veloce a prodotti tangibili sul mercato. Ma finalmente l’Italia ora si sta muovendo, pur se tardivamente rispetto all’Europa». E a frenare tutto c’è anche l'immancabile burocrazia, incrostazione tutta italiana di cui il Belpaese non riesce a liberarsi: «Ad esempio, io ho avuto tantissimi problemi per un assegno di ricerca qui in Italia perché per ogni assegno devo mandare nuovamente la richiesta di equivalenza del titolo a Roma, rifare tutto l’iter burocratico, mandare la traduzione e gli atti notarili per dimostrare che i certificati sono validi. Una perdita di tempo e denaro che in altri Paesi non esiste: io sono stato in Svezia per un assegno di ricerca: ho dovuto semplicemente mandare il mio titolo di dottorato e immediatamente mi hanno mandato il contratto».

Cosa consiglia, allora, il giovane scienziato rientrato in Italia ai giovani? «Anzitutto consiglio, soprattutto a quelli più giovani di me e in particolare alle ragazze, di non avere paura, di provare senza timori e muri mentali. Abbiamo bisogno di persone che credano al 100% in un progetto, che non siano innamorati della soluzione, ma del problema. Noi, ad esempio, siamo innamorati del gravissimo problema ambientale causato dalla plastica e da un non corretto smaltimento dell’olio vegetale esausto e da là abbiamo creato questa soluzione high-tech». E scusate se è poco…

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