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La “mission possible” del comandante Arcobelli testimonial dell’Italia in America

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La “mission possible” del comandante Arcobelli testimonial dell'Italia in America

Di Giovanna Genovese

C’è un detto a Paternò: “A matina quannu m’arrusbigghiu cascu malatu si nun vidu ‘a Turri”. Laddove ‘a Turri sta per il Castello Normanno, luogo simbolo della cultura del grosso centro agrumicolo a pochi chilometri da Catania. Evidentemente Vincenzo Arcobelli, nato sì a Catania ma vissuto a Paternò, deve avere una salute di ferro se trent’anni fa lasciò il paesello natio con annessi e connessi per inseguire il sogno americano. Un salto nel buio. Non sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Come la quasi totalità degli emigranti, del resto. E per di più ha sfidato la sorte, anzi il motto: perché lui da allora la Torre l’ha vista molte volte, è vero, ma solo in cartolina. È l’inizio del 1993 quando Vincenzo, un diploma all’Aeronautico Ferrarin, ex parà della Folgore prima e ufficiale dell’Aeronautica militare dopo, parte alla volta degli Stati Uniti con poche, ma solide, certezze: realizzarsi e andare avanti solo per meriti, qualifiche, abilità e capacità professionale. Nel cuore anche la voglia di confrontarsi ad armi pari con una cultura diversa e un mondo decisamente più all’avanguardia. Insomma, competitività allo stato puro. Che lo porterà a salire i gradini dello stato sociale pur con tanta tristezza nel cuore per la lontananza dalla sua terra, una buona dose di umiltà e un impegno costante dedicato agli italiani nel mondo. Come dire: una bella differenza tra chi vive alle spalle dell’emigrazione e chi da emigrante fa e resiste.

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Comandante Arcobelli, lei 6 anni fa è stato il primo degli eletti negli Stati Uniti (dove risiedono circa 350mila italiani iscritti all’Aire e 25 milioni di americani di origine italiana) quale rappresentante al consiglio generale degli italiani all’estero, organo consultivo del governo e del Parlamento italiano. Oggi vive a Dallas ed è diventato un punto di riferimento sia per i siciliani in Nordamerica sia per la comunità italo-americana. Cosa ne pensa assieme ai suoi colleghi del Cgie, a un anno dalla diffusione del Covid, degli effetti causati dalla pandemia nelle comunità degli italiani residenti in America?

«Dopo una retrospettiva di quanto sta accadendo, noi consiglieri abbiamo fatto un ragionamento sull’evoluzione sanitaria e sulle conseguenze che portano ad affrontare ancora con incertezza un futuro costellato da condizioni difficili. L’Italia risulta uno dei paesi più colpiti dall’epidemia e, oltre alla gestione delle vicende domestiche, deve tener in conto la presenza di milioni di emigrati e di italodiscendenti, che richiedono assistenza e servizi di varia natura. Il Consiglio Generale assieme agli organi rappresentativi di base “I Comites”, e le Associazioni, sono stati impegnati a sostegno degli interventi di prevenzione e di tutela dei diritti essenziali richiesti dai nostri connazionali negli Usa e nel mondo. La fattiva collaborazione con l’Unità di crisi della Farnesina, con la Dgit del Maeci, le ambasciate, e la rete diplomatica consolare, è stata in svariati casi fondamentale per poter riportare a casa italiani desiderosi di rientrare. Questa esperienza ha permesso ai rappresentanti del Cgie di esercitare alcune delle prerogative mirate ad assistere le comunità tramite l’informazione e la comunicazione».

Pandemia a parte, com’è vista la situazione italiana nel Texas?

«I texani in genere provano rispetto e ammirazione per come gli italiani contribuiscono alla crescita dello "Stato della stella solitaria". A ciò è da aggiungere l’attrazione incondizionata per il marchio italiano che va dal fashion al design dalle auto all’arte, dalla scienza alla ricerca, dalla lingua alla cultura, fino ad arrivare ai prodotti enogastronomici e quindi alla cucina italiana. Negli ultimi anni tra l’altro si è avuta una crescita esponenziale di studenti texani che imparano l’italiano nelle università locali e di visitatori interessati alle bellezze italiane».

A quanto pare più volte lei ha chiesto la riattivazione della consulta regionale dell’emigrazione siciliana non operante ormai da diversi anni...

«Sì. A mio avviso è un dovere morale e di volontà politica e istituzionale, soprattutto in un momento come questo di crisi economica diffusa e accentuata dalla pandemia. Vede, i siciliani nel mondo, le associazioni siciliane che operano attivamente all’estero e i loro rappresentanti sono una grande risorsa per la Sicilia e come tale meritano rispetto: portano avanti con dignità iniziative volte a preservare e promuovere l’identità e la cultura isolana. Nell’incontro avvenuto 13 mesi fa in New Jersey, il presidente della Regione Nello Musumeci ci chiedeva aiuto, affermando che la Sicilia ha assoluto bisogno dei siciliani all’estero. E noi della Csna (Confederazione dei siciliani in Nord America) abbiamo dato la nostra disponibilità purché ci fosse una solida concretezza. Insomma, voglio dire, bisogna studiare strategie e creare incentivi per le imprese siciliane operanti all’estero, per incrementare le opportunità nel turismo di ritorno, nel settore produttivo, degli investimenti, dall’energia all’agricoltura all’innovazione tecnologica industriale e manifatturiera, nonché dell’esportazione con il Made in Sicily. Ci potrebbero essere investitori che creerebbero posti di lavoro, per i nostri corregionali, qualora ovviamente ci fosse un solido riscontro».

Bella roba. Ma nel frattempo il fenomeno dell’emigrazione siciliana è in continuo aumento e le città ma soprattutto i paesi dell’entroterra e i borghi si svuotano sempre di più. La maggior parte dei giovani, non avendo né un lavoro né prospettive per il futuro preferiscono, non per scelta ma per disperazione, raggiungere altre nazioni.

«Ed è per questo motivo che la Sicilia ha bisogno di supporto. Ecco perché penso sia opportuno potenziare i rapporti con i corregionali di oltre confine e avere un organismo ufficiale di rappresentanza e di riferimento che possa operare strategicamente».

Anche lei è stato un giovane emigrato. È stato difficile dire addio alla famiglia e alle amicizie andando via dall’Italia così giovane? Come sono stati i suoi primi anni a “Stelle e strisce”?

«In genere le amicizie di gioventù sono quelle a cui per definizione bisogna dire addio o un benaugurato arrivederci. Con la famiglia invece è stata dura. In inglese si dice “bitter sweet”, un sentimento agrodolce. Un mix fra tristezza per i parenti che lasci e speranza gioiosa di avere davanti un futuro che probabilmente ti ribalterà la vita. Comunque era giusto andare via, seguire l’istinto. Ma è anche vero che io, che venivo da un paesino dove conoscevo un buon numero di persone, dove avevo lasciato tutti gli affetti più cari, mi ritrovavo catapultato in un grande Paese dove ero solo. Per fortuna sono sempre stato un tipo tosto fortificato dallo spirito di abnegazione. E così, lavoravo e studiavo. Senza sosta. La mia giornata cominciava alle 5 del mattino e si concludeva a notte fonda: 7 giorni su 7. Capisce bene che in queste condizioni di tempo per pensare ne restava poco. Qualche sera, rientrando a casa, guardavo una cartolina di Paternò o di Catania con l’Etna sullo sfondo e provavo uno strano miscuglio di tristezza e coraggio. Poi sopraffatto dal sonno mi addormentavo. E l’indomani era un altro giorno».

«A ogni modo, un po’ per distrarmi un po’ per desiderio di conoscenza, mi appassionai al fenomeno migratorio e conobbi alcuni leader della comunità italo-americana. E ascoltai, o meglio, assorbii, le storie intrise di sofferenze, soprusi e discriminazioni che nel XIX secolo patirono gli italiani negli Usa. Una per tutti il linciaggio dei siciliani a New Orleans. Un modo come un altro per non dimenticare la mia terra che ho fatto amare anche alla mia famiglia americana, trasmettendo loro usanze, tradizioni e cultura».

Arcobelli, oggi comandante pilota istruttore dell’aviazione civile commerciale, ha conosciuto personaggi italo americani di grande spessore culturale, imprenditoriale e politico come il chairman emeritus della Niaf, Frank Stella il giudice della Corte Suprema, Anthony Scalia e tanti altri ancora. È riuscito ad incrementare i rapporti istituzionali con vari leader governativi e della rappresentanza texana e americana. L’impegno sul campo non è passato inosservato tanto che il fondatore dei comitati Tricolori e unico a oggi ministro per gli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia, un giorno gli chiese di lavorare fianco a fianco per portare avanti le battaglie sui diritti civili dei nostri connazionali sparsi nel mondo. «Sono state veramente tante. Non sto qui a elencarle tutte. Tra le più significative la delibera texana che ha riconosciuto il 2 giugno “Italian National Heritage Day” (Giornata del patrimonio culturale italiano)».

Dopo tanti anni il ponte che lega Arcobelli alla Sicilia all’Italia è ancora attivo. Mentore di giovani leve, continua a essere al servizio della comunità. La promozione delle eccellenze Made in Italy a tutto campo è la sua “Mission Possible” e nel contempo continua a esprimere gratitudine, rispetto e ammirazione per la terra delle grandi opportunità.

Un’ultima cosa. Prima ho detto che lei ha una salute di ferro. In realtà pare che qualche problemino l’abbia avuto...

«Eh già. Penso sia stata la “vendetta” della Torre. Scherzo. Forse non era giunta la mia ora. Mettiamola così: il Padreterno ha in serbo ancora qualcosa per me. Mi è capitato di cadere diverse volte, l’importante è rialzarsi, e non mollare mai».

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