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Verminaio Siracusa, nel “mondo Amara” il pm che «si svende» e i clienti altolocati

La rete della corruzione scoperta alla Procura di Siracusa dove il magistrato Giancarlo Longo, poi trasferito a Napoli, pilotava sentenze con la complicità dei legali siracusani Amara e Calafiore. Il blitz ha portato all'arresto di 15 persone

Verminaio Siracusa, nel “mondo Amara” il pm che «si svende» e i clienti altolocati

Messina - Le immagini. Più che la montagna di carte - 444 pagine di ordinanza del gip di Messina, 112 pagine a Roma - colpiscono quelle immagini. Giancarlo Longo, l’ex pm di Siracusa arrestato ieri, «si dedica alla spasmodica ricerca» di microspie. È il 6 febbraio 2017. Il magistrato sembra una mosca impazzita dentro un bicchiere: cerca sotto il tavolo, si toglie le scarpe e sale su una sedia, “indaga” sopra la porta. Fino a quando trova ciò che era certo di trovare. «Mentre uscivo dalla porta del mio ufficio, notavo un oggetto scuro che faceva capolino nella canaletta sopra la porta. Ho verificato che si trattasse di una telecamera collegata ad un trasmettitore esterno che ho prontamente rimosso». Così, otto giorni dopo, avrebbe scritto in una relazione trasmessa al procuratore capo Francesco Paolo Giordano nella quale dettagliava anche di una microspia rimossa dietro la scrivania. Il capo della Procura apre un fascicolo a “modello 45”, auto-assegnandoselo.

Della circostanza Longo parla con Giuseppe Calafiore, avvocato siracusano socio del deus ex machina della cricca degli ammazza-sentenze, Piero Amara. Questo l’estratto dell’intercettazione.

Calafiore: (incomprensibile e ride) ma che lo devono chiamare che è finito

Longo: (inc) e quello si caca...

Calafiore: (ride) compare secondo me appena gli arriva il colpo di questa qua (inc. parla a bassa voce) ormai secondo me cade dalla sedia? Che fa? (ride)

Longo: ma poi è importante pure che non c’è il dolo riconosciuto e che non c’è il dolo dalla figura su quella all’inizio, non c’è dopo là, tantomeno c’è dall’altro lato!

Calafiore: (inc) lui gli scrisse intanto (iintanto vuole sentire Musco dopo di che chiedo di essere sentito a interrogatorio dopo di che chiedo (inc) a-b-c-d-e

Longo: il problema è che bisogna chiudere tutto (inc) non penso sia a breve (inc) un po’ di tempo... il tempo ci vuole

Calafiore: vabbè compare me ne vado, tu giovedì mattina sei qua

Longo: domani mattina

Un dialogo emblematico. Per tutta una serie di motivi.

Ma Longo sa già che i finanzierieri della Tributaria di Messina gli hanno piazzato le cimici nell’ufficio. E le fiamme gialle sanno che lui sa. Per scoprire da chi gli fosse arrivata la soffiata gli investigatori vanno a Siracusa. Però l’ex pm aretuseo non in procura non c’è. Si precipita in ufficio e fa mettere a verbale: «Non ho al seguito il cellulare contraddistinto in quanto, lo stesso, si è rotto. Preciso, altresì, che tale apparato telefonico si trova presso la mia abitazione di Mascalucia». Dove, in un successivo controllo, non viene trovato. Longo, scrive il gip Maria Vermiglio, «dava prova di avere ascoltato il suggerimento datogli dal Musco (Maurizio, ex pm di Siracusa, già indagato e condannato per abuso d'ufficio, ndr)». E infatti, in un’altra intercettazione, lo stesso Longo ammette: «Io ho una scheda intestata a mio suocero... certamente messaggio con la sua che è cinese...».

Un magistrato che si comporta come uno che ha molte cose da nascondere. «In qualità di pubblico ufficiale svendeva la propria funzione», scrive il gip definendolo di ««inquietante capacità criminale». È asservito agli avvocati Amara e Calafiore. Decine i procedimenti a carico di clienti “vip” dei due legali, come Eni e i costruttori Frontino (la cui erede è compagna dello stesso Calafiore), che il pm avrebbe «condizionato». In cambio, per l’accusa, di denaro e regali. Longo sarebbe stato in precarie condizioni economiche ma, ciò nonostante, avrebbe depositato tramite sportello bancario sul conto quasi 88mila euro. «Non avendo vinto alla lotteria, né avendo ricevuto bonifici», ironizza il gip. Inoltre nel 2014 e nel 2015 avrebbe trascorso il Capodanno con i suoi familiari e le famiglie di Amara e Calafiore in un 5 stelle di Dubai (mille euro a notte) e al Grand Hotel “Vanvitelli” di Caserta. Il prezzo, per procura e gip, della corruzione.

I metodi usati da Longo, secondo i pm di Messina, erano tre. Il primo è la creazione di fascicoli "specchio”, che il pm «si auto-assegnava al solo scopo di monitorare ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi (e di potenziale interesse per alcuni clienti rilevanti degli avvocati Calafiore e Amara), legittimando così la richiesta di copia di atti altrui, o di riunione di procedimenti. Per i magistrati c’è una «regia occulta di Amara che, avvalendosi dell’asservimento di Longo, orchestrava una complessa operazione giudiziaria il cui fine ultimo era di ostacolare l’attività di indagine svolta dalla procura di Milano nei confronti dei vertici dell’Eni». Il secondo metodo è quello fascicoli “minaccia”, in cui «finivano per essere iscritti - con chiara finalità concussiva - soggetti “ostili” agli interessi di alcuni clienti» dei legali; infine i fascicoli “sponda”, tenuti in vita «al solo scopo di creare una mera legittimazione formale al conferimento di incarichi consulenziali, il cui reale scopo era servire gli interessi dei clienti di Calafiore a Amara».

Il gip di Roma, Daniela Ceramico D’Auria, parla di «“mondo Amara”, operante tra la Sicilia e la Capitale». È il rampantissimo avvocato siracusano, con big della finanza e della magistratura nel portafoglio clienti, il vero dominus. E riesce a coinvolgere anche l’ex presidente della IV sezione del Consiglio di Stato Riccardo Virgilio, indagato per corruzione in atti giudiziari. I magistrati hanno individuato almeno 18 atti - fra sentenze, ordinanza e decreti - “aggiustati” in modo da produrre «esiti favorevoli», con un valore stimato in 400 milioni, per le società legate a clienti di Amara e Calafiore, che sarebbero dietro alla società maltese nella quale il giudice Virgilio ha investito 750mila euro, provenienti da un conto svizzero e mai dichiarati al fisco.

Incrociando gli “aiutini” ricostruiti dai pm di Messina e di Roma, si apre uno scrigno di potentati e di rapporti d’affari. C’è l’imprenditore piemontese Ezio Bigotti (ai domiciliari), già indagato nell’inchiesta Consip e noto anche per la compravendita degli immobili d’oro della Regione nello scandalo di Sicilia Patrimonio immobiliare. Tanto da far esultare Rosario Crocetta (che lo denunciò): «Il tempo è galantuomo». Ma c’è anche la pista puzzolente dei rifiuti siciliani. Con il coinvolgimento di Mauro Verace (ai domiciliari), funzionario regionale già indagato nell’inchiesta su Cisma (fascicolo assegnato a Longo) con l’ipotesi di reato di perizie taroccate da consulenti compiacenti. E infine i rapporti con gli altri magistrati. Il gip di Messina parla di «rapporti confidenziali, meritevoli di approfondimento» di Calafiore con i pm Maurizio Musco e Marco Di Mauro.

Le molliche di pane lasciate da Amara e Calafiore portano anche altrove. Ad altri (presunti) insospettabili, funzionari pubblici e professionisti, alcuni dei quali imparentati o comunque legati ad altri giudici. Non finisce qui. In tutti i sensi.

Twitter: @MarioBarresi

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