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«Ho saputo che si rifaranno le elezioni». E così fu... Siracusa, l'ombra della "cricca" sul voto-bis all'Ars

Palermo, a una svolta l'inchiesta sulla corruzione alle mini-elezioni a Pachino e Rosolini nel 2014. Fra gli indagati il deputato regionale Gennuso e gli avvocati Amara e Calafiore, ma anche Lombardo e Romano. Sentiti dalla Gdf alcuni politici regionali, controlli sui conti correnti di candidati e giudici. E nelle carte molte coincidenze con il sistema degli "ammazza-sentenze" emerso a Messina e Roma...

«Ho saputo che si rifaranno le elezioni». E così fu...Siracusa, l'ombra della "cricca" sul voto-bis all'Ars

Gennuso incatenato contro i poteri forti

Palermo. Gennaio 2014. Siracusa, interno giorno. In una sala della segreteria politica di Bruno Marziano. Davanti all'allora deputato regionale del Pd altri due suoi colleghi che - come se questa storia fosse anche una maledizione politica - nel 2017 non torneranno sugli scranni dell'Ars. Enzo Vinciullo, con tono greve, lancia l'allarme: «Ho saputo che faranno rifare le elezioni. Signori miei, prepariamoci perché sarà un bordello. Non lasciatemi solo...». Ad ascoltare la premonizione c'è anche la vittima predestinata: Pippo Gianni, che il seggio l'avrebbe perso subito nelle elezioni “più pazze del mondo”. L'ex deputato di Udc e Cantiere popolare sbianca in volto. E taglia l'imbarazzato silenzio, dentro quella stanza: «Io soldi non ne ho, anche ne avessi non gliene darei. A nessuno...».


Se fossimo dentro la trama di una fiction - politici corruttori, toghe corrotte e colletti bianchi facilitatori - quella appena narrata sarebbe una scena-chiave. Ma è realtà. Storica, visto che racconta del kafkiano replay del voto, nell'ottobre 2014, in alcune sezioni del Siracusano con la modifica degli equilibri di Sala d'Ercole per i successivi tre anni. Ed è anche realtà giudiziaria: sulla sentenza che dispose il clamoroso ritorno alle urne (e soprattutto su tutto ciò che accadde prima) a Palermo è in corso una delicata inchiesta, che assume contorni ancor più inquietanti dopo l'emersione del “Sistema Siracusa” e i 15 arresti degli scorsi giorni. Fra le due vicende c'è infatti molto più di un collegamento: stessi nomi, medesime dinamiche. Un fil rouge, tutt'altro che sottile. E non è detto che alcuni degli atti in mano alle procure di Roma e Messina sulla “cricca ammazza-sentenze” non possano tornare utili ai colleghi palermitani.



L'inchiesta di Palermo

In origine il fascicolo sui presunti brogli elettorali - trasmesso dai pm di Catania ai colleghi di Palermo - si chiamava “Gennuso Giuseppe + 14”. Con le ipotesi di reato di corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto d'ufficio, infatti, erano indagate 15 persone. Fra le quali, appunto, l'attuale deputato regionale Pippo Gennuso (rimasto fuori dall'Ars nel 2012 e poi vincente ai tempi supplementari di quelle elezioni), assieme ai figli Luigi e Riccardo, ma anche gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, fra gli arrestati nel blitz della guardia di finanza nei giorni scorsi. Avvisi di garanzia, fra gli altri, notificati anche all'ex presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e all'ex ministro Saverio Romano, già verdiniano e oggi fra i leader di Noi per l'Italia con cui è candidato alle Politiche.


Il sostituto procuratore di Palermo, Piero Padova, aveva chiesto l'archiviazione per tutti. Evidenziando che «i commenti del principale protagonista» (Gennuso) avevano «unicamente» come oggetto «le questioni tecnico giuridiche riguardanti il ricorso elettorale» e «gli aspetti squisitamente politici delle vicende giudiziarie». Ma il gip Roberto Riggio è di tutt'altro avviso: ha chiesto un supplemento d'indagine, ordinando l'iscrizione nel registro degli indagati dell'ex presidente del Cga, Raffaele De Lipsis. Anche lui, così come Amara e Calafiore, finito nell'inchiesta di Messina e Roma. Archiviate, nell'ordinanza dello scorso 30 maggio, le posizioni di cinque indagati fra i quali il senatore Giovanni Mauro (Forza Italia) e il vicepresidente dell'Ars, l'autonomista Roberto Di Mauro. «Nessun ruolo nella vicenda»: fra loro due e Gennuso soltanto «contatti legati all'attività politica».


Le prime indagini
Per il gip Riggio, già nell'informativa del Nucleo operativo dei carabinieri di Siracusa, ci sono elementi che vanno «approfonditi». A partire dall'attività di Gennuso «diretta a influenzare l'esito del giudizio presso il Consiglio di Giustizia amministrativa a Palermo». Presieduto proprio da De Lipsis, nell'insolita veste di relatore-estensore della sentenza. Non passano inosservati «i continui rapporti» dell'allora aspirante deputato con Amara e Calafiore, che «ufficialmente non hanno alcun incarico ma che si occupano attivamente della vicenda».


Nelle indagini dell'Arma il gip riscontra «l'attivismo» degli avvocati «in prossimità delle udienze», ma anche «le rimostranze di Gennuso nei confronti dei due per il ritardo nel deposito della sentenza». In un'intercettazione il deputato regionale minacciava di chiedere «la risoluzione immediata del contratto», perché non più «interessato al progetto», con Calafiore costretto a giustificare il ritardo a un errore dei legali di Gennuso («Hai capre accanto che ti paiono scienziati...») nell'indicare «numerose sezioni» nel ricorso. Ma a sistemare la faccenda, ricostruisce il gip, ci avrebbe pensato il solito Amara.


L'iter amministrativo verso la remuntada nelle otto sezioni siracusane è lungo e tortuoso. Monta l'attesa per una delle prime sentenze decisive. Il 4 febbraio 2014 Gennuso dice a Enzo Medica (suo collaboratore, fra gli indagati) che «“quello” (verosimilmente l'Amara) gli aveva mandato un messaggio che “è tutto a posto”». Lo stesso giorno Gennuso riceve una telefonata da Romano: «Ho notizie da Piero Amara... Quindi so che le cose vanno bene!.,.», lo rassicura l'ex ministro. La stessa sera viene accertato un incontro fra uno dei figli del politico, Riccardo Gennuso, e Amara al ristorante “Tullio” di Roma. L'altro big indagato è l'ex governatore Lombardo, già a processo per voto di scambio aggravato, che sembra condannato a essere un “prezzemolino” delle inchieste giudiziarie siciliane. Viene ritenuto parte di «una sorta di cordata» a sostegno di Gennuso. Documentate decine di telefonate fra i due, ma anche numerosi incontri a Roma e a Catania per discutere del ricorso al Cga. «Sei sempre in cima ai miei pensieri...», è una delle più chiare rassicurazioni dell'ex leader dell'Mpa.

Gennuso ha una certa tendenza a «nascondere il “canale” dell'Amara e del Calafiore», scrive il gip. E anche gli avvocati adottano un low profile. Calafiore, ad esempio, «evita di rivelare la propria identità» all'avvocato “ufficiale” del deputato, Girolamo Rubino.«Sintomatica», per il gip, un'intercettazione del 22 maggio 2013. Gennuso passa il suo telefono a Calafiore, che chiede notizie a Rubino.

Avv. Calafiore: va bene collega, grazie...
Avv. Rubino: io con chi ho parlato, mi scusi?...
Avv. Calafiore: con chi ha parlato?... no, l'amico di Pippo sono...
Avv. Rubino: sì, per carità...

Una conversazione surreale. Utile, però, al gip per rafforzare un'altra convinzione: la «piena correttezza sia da punto penale che deontologico» di Rubino. Che, dapprima indagato nella veste di legale di Gennuso, ha ricevuto il decreto di archiviazione.

Il deputato ex centrista, ora ritornato a Forza Italia (sua nuora, Daniela Armenia, è candidata alle Politiche con il partito di Berlusconi) non lascia nulla di intentato. Il 12 settembre 2013 Gennuso chiede a un'altra candidata della sua lista, Maria Grazia Caruso (prima dei non eletti a Siracusa con l'Mpa, archiviata anche la sua posizione) di intervenire «col nostro amico di Noto» - per il gip «verosimilmente un giudice del Consiglio di giustizia amministrativa» - anche perché «zucchero non guasta bevanda».


E lo stesso Gennuso rafforza la convinzione di cambiare “cavallo” legale dopo un colloquio con un altro ex deputato, Pippo Sorbello, che gli illustra la «capacità dell'Amara - scrive il gip - di influire sulle decisioni del Cga ed in particolare sul Presidente». Parlando dei “rivali” nel ricorso, si accende una lampadina nella testa di Gennuso: «Loro sono “ammanighiati”, vedi là, al Cga, per cui vedi di attrezzarti - gli consiglia Sorbello - perché Amara, Toscano, hai visto con Sai8 il Cga che ha detto?... Al Cga loro sono “ammanighiati”, devi vedere qual è il collegio, se il collegio è questo lì dove hanno il Presidente...». Anche in questo caso nomi e vicende che poi finiranno nell'inchiesta sul “Sistema Siracusa”.


Ma il meglio deve arrivare. «Gli hanno fottuto i soldi!… i giudici… mi ha detto che questo scherzetto gli è costato 200 mila euro». La frase-shock la pronuncia un altro ex deputato regionale, non coinvolto nell'indagine. Vinciullo, intercettato in una conversazione con Patrizia Calvo, ex presidente del consiglio comunale di Rosolini, «riferiva di aver appreso da una persona molto vicina a Gennuso che lo stesso aveva versato la somma di 200 mila euro ai giudici».


Gli ultimi sviluppi

Ed è proprio su questa presunta mazzetta che s'è concentrata l'indagine-bis, affidata alla guardia di finanza di Palermo. Oltre alle «anomalie» nell'iter della sentenza al Cga (fra le quali il cambio di collegio e il «restringimento delle operazioni di rinnovo delle elezioni» inizialmente estese ad altri comuni oltre Pachino e Rosolini) le fiamme gialle hanno approfondito il ruolo di quello che viene considerato «il terminale della attività posta da alcuni degli indagati», ovvero l'ex magistrato De Lipsis, indagato nell'ultima inchiesta sulle sentenze aggiustate ma prima ancora anche nella traghettopoli di Ettore Morace e soci.


Gli ultimi sviluppi? Numerosi. E significativi. Verificate, su espressa richiesta del gip Riggio, la natura e l'entità di un bonifico partito il 18 novembre 2013 dal conto corrente di Gennuso nella filiale della Banca agricola popolare di Rosolini. E approfondito, inoltre, il contesto di alcune intercettazioni in cui il deputato regionale e i figli parlerebbero di «cassette di papaya» da trasportare e di «sacchetti di plastica» da riempire con un non meglio identificato contenuto. Proprio alla vigilia di un viaggio a Roma.

A Palermo, in questi mesi, c'è stata una silenziosa sfilata di testimoni. Molti i politici. Quasi tutti ascoltati dalla Gdf quelli citati nelle carte. Compreso Gianni, la più lesa fra le parti in causa, il quale avrebbe fornito «elementi molto interessanti» per il seguito delle indagini. I finanzieri hanno sentito anche Vinciullo, involontaria gola profonda dell'indagine con quel suo «gli hanno fottuto i soldi!» intercettato. L'ex deputato regionale di Ap avrebbe detto di non ricordare, dopo così tanto tempo, da chi avesse appreso la notizia della presunta mazzetta. Confermando però l'incontro nella segreteria di Marziano. E pure quella frase: «Faranno rifare le elezioni». Una profezia. Che si sarebbe avverata. Nove mesi dopo. E che adesso, dopo l'ultimo capitolo sulla “cricca ammazza-sentenze”, ha un sapore ancora più amaro.


Twitter: @MarioBarresi

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