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Minne, minni e minnuzze: le scandalose dolcezze della festa di Sant'Agata

Dalle cassatella di ricotta ai panzerotti, la storia di alcuni dei dolci tipici preparati in occasione delle celebrazioni

Minne, minni e minnuzze: le scandalose dolcezze della festa di Sant'Agata

CATANIA - Diciamolo subito: ci sono minne e minne. E le «minnuzze di Sant’Aita», non ce ne voglia la Martire catanese, non hanno niente a che vedere con le cassatelle di ricotta che vengono definite così, tantomeno con lo storico dolce siciliano delle «minn’i vergini». Infatti, le “minnuzze”, in origine, erano una sorta di panzerotti con un ripieno di frutta secca e mandorle. Col tempo, la tradizione delle prime “minnuzze” di Sant’Agata s'è perduta, ed oggi si intendono impropriamente le cassate mignon con la ciliegina-capezzolo.
 
Altra cosa sono " ‘i minni ‘i vergini" preparate con un ripieno di "zuccata" oppure con un ripieno di "biancomangiare", dentro un involucro di pastafrolla.  La loro storia è quella più affascinante (e anche più divertente). Si preparavano (e si preparano tutt’oggi nella Sicilia occidentale) le quali vantano un riferimento storico, anzi letterario, nelle pagine del mitico Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Un dolce che indubbiamente aveva turbato il sonno di Don Fabrizio, principe di Salina, che riferendosi alle «impudiche paste delle vergini» si chiedeva «Come mai il Santo Uffizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci?».
 
«I minni di vergine», in realtà, sono legate alla Sambuca-Zabut del XVIII secolo. Ad invertarle fu una suora con un gran senso dell’umorismo, suor Virginia Casale di Rocca Menna del collegio di Maria che nel 1725, creò le "minne" su richiesta di Donna Francesca Reggio, divenuta Marchesa di Sambuca per aver sposato Don Giuseppe, la quale in occasione delle nozze dell’unico figlio, Pietro, aveva chiesto alla religiosa un dolce “particolare” che ha superato la prova dei secoli. 

Se qualcuno volesse assaggiarle, vale la pena una gita a Sambuca di Sicilia (peraltro ex borgo dei borghi) dove il pasticciere Enrico Pendola ha mantenuto la tradizione e le modella in diverse “taglie”, anche da mezzo chilo l’una. Si tratta di un involucro di pastafrolla ripieno di biancomangiare, zuccata, scaglie di cioccolato fondente, il tutto profumato all’essenza di fiori di garofano e cannella. La presentazione è quella di un “panzerotto” gigante decorato con la “diavolina” colorata. Ma detto così non rende l’idea... meglio assaggiare.   

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