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Spettacoli

Rassegna Stabile di Catania, temi attuali e autentici per una visione di teatro che sa guardare all'oggi

Di Sergio Sciacca

Catania - Il teatro è soprattutto dialogo tra gli artisti e il pubblico e per questo deve suscitare interessi, emozioni, idee. Sono i concetti di fondo espressi nella mattinata di ieri da Laura Sicignano, come direttore artistico del Teatro Stabile di Catania, sintetizzando gli intendimenti della programmazione della rassegna che prenderà il via il prossimo 26 aprile estendendosi fino al 7 ottobre.

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La programmazione ha un titolo significativo (Altrove 2018: visioni di teatro contemporaneo) e comprende 5 titoli nuovissimi, di autori pieni di idee innovative (e di voglia di realizzarle al meglio come contributo non superficiale alla vita attuale) e realizzati con sperimentato dinamismo da artisti che hanno dato ottima prova di sé sia nel proporre novità dirompenti che nel siglare interpretazioni dei classici che sono state ammalianti per l’approccio ai grandi della cultura mondiale indicandone la forza intellettuale e la carica dirompente anche per questi anni presenti soffocati da un conformismo tartufesco in molti ambiti della civiltà occidentale.

Gli spettatori bene conoscono (e meritamente hanno applaudito) le capacità espressive della nuova leva artistica, ma soprattutto ne hanno in più occasioni apprezzato con entusiasmo le capacità di trasferire il pensiero dei grandi autori nella realtà, anche minuta, della quotidianità diffusa.

I tipi umani della ferocia sprezzante, della ottusa opposizione contro chi osa confliggere con il nostro egoismo, insomma l’indicazione del dialogo umano come forma suprema dell’umanità accessibile immediatamente a tutti sono gli argomenti di una ricerca teatrale che trasferisce verso il presente i modi della cultura teatrale che sotto tutti i climi, anche quelli più arcigni, ha sostenuto lo spirito rivoluzionario del teatro, quale che ne fosse l’autore, il dottissimo Seneca, il guitto Plauto, il fine intellettuale, seppur emarginato segretario comunale Machiavelli, il rivoluzionario, seppur segregato, Brecht. Quello che ne ha reso immortali le opere è la presa diretta con lo spettatore, la corrispondenza con le idee che poi si sono affermate.

La Rondine di Guillém Clua che ha riscosso successo internazionale e apparirà in prima nazionale a Catania, dopo una lettura romana accolta con entusiasmo dalla critica occidentale, è un esempio importante e pugnace: è scritto da un catalano, che afferma la propria identità. Il tema della pièce è altrettanto significativo: tratta della strage (autentica) che coinvolse, tempo addietro, numerosi omosessuali statunitensi. La traduzione italiana (di Martina Vannucci) è stata adattata (da Pino Tierno) perché ogni sensibilità nazionale ha le sue conformazioni. La regia di Francesco Randazzo saprà bene trasferire il fatto di cronaca verso i chiaroscuri della sensibilità umana; l’interpretazione di Lucia Sardo e Luigi Tabita saprà esaltare la profonda umanità del testo che andrà in tournée in diversi teatri italiani.

Temi attuali, autentici e di difficile composizione (come la storia del greco Ippolito, e dei suoi discendenti ritratti sulle scene classiche da Pasolini) per un teatro che va molto al di là dello show: non sono favole (ai due autori sopra citati costarono fischi e censure): ma la vita umana non garantisce lo happy end. I giovani lo sanno.

Gli altri titoli in cartellone affrontano la verità quotidiana: il fine vita nelle sembianze di Euridice; la questione della dignità dei miserabili (Storia di un oblio, del francese Mauvigner, prima nazionale, affidata a Vincenzo Pirrotta nella solennità di S. Nicola L’Arena); il Mafia Pride di Salvo Giorgio (regia di Giampaolo Romania), che già nel titolo ironizza su Pride and Prejudice; 68 punto e basta diretto e ideato da Nicola Alberto Orofino che nel panorama teatrale si sta facendo sempre più spazio per la sua comunicativa.

Impossibile soffermarsi sui dettagli di tutti i titoli che saranno ubicati in complessi architettonici di per sé densi di storia: il monastero dei Benedettini, il cortile del Castello Ursino, il complesso delle Ciminiere. Non casualmente dello sguardo storico ha parlato Lina Scalisi (vicepresidente del Teatro oltre che autorevole cattedratica di storia nel nostro Ateneo) che ha avvertito come la vitalità di questa offerta teatrale consiste nella indagine sulle fratture della vita associata e ha fatto menzione di Gramsci che iniziò la vita giornalistica come critico teatrale. A Massimo Tamalio, che firma e dirige il progetto teatrale, spetta la gratitudine di quanti si rendono conto che il Teatro (cosa ben diversa dallo show) è una delle leve risolutive per superare i grandi drammi della vita attuale. I luoghi sono stati scelti con cura: lì si potrà realizzare quel contatto ravvicinato tra artisti e spettatori, non separati da penombre, ma accomunati dalla appartenenza ai temi di oggi che gli artisti indicano come exempla e i cittadini accoglieranno come documenta della vita.

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