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Improvvisa...mente nasce una stella etnea sulle scene

L'attrice catanese Margherita Gravagna "alfiere" del teatro di improvvisazione che dal 2012 lavora per la Compagnia Aresteatro di Siena

Improvvisa...mente nasce una stella etnea sulle scene

Giovanissima, con i suoi 29 anni, eppure già stella di improvvisazione teatrale, laddove questo genere, tuttora non diffusissimo in Sicilia, riscuote grande successo. L’attrice teatrale catanese Margherita Gravagna, laurea specialistica in Critica letteraria all’università di Siena, ha completato la sua formazione teatrale di base con un master per attori-performer a Siena - dove lavora - con la compagnia Ares teatro e con Francesco Burroni, direttore nazionale della Rete italiana Match di improvvisazione teatrale. Ha poi preso un’ulteriore specializzazione con un master di teatro fisico di Mississipi University of Women, unica attrice italiana tra i 10 selezionati, dove ha studiato con Fabio Mangolini. Ha completato la sua formazione con maestri del teatro, della danza e della musica.

Dal 2012 lavora per la Compagnia Aresteatro di Siena e dal 2015 è responsabile progetti e didattica della scuola di teatro e improvvisazione della stessa compagnia, nonché insegnante nella scuola aretina di improvvisazione Areamista. Dal 2015 gioca da titolare nella Nazionale italiana - «sono la più giovane attrice della squadra» - dei professionisti (e dal 2017 anche in quella di Arezzo) del Match di improvvisazione teatrale in Italia. In questa veste, ha vinto, tra gli altri riconoscimenti, anche un campionato internazionale nel 2016 in Belgio.

«Oggi - sottolinea - giro con spettacoli di improvvisazione teatrale, ma faccio anche spettacoli più classici, anche se mai “classiconi”, nel senso che c’è sempre ricerca e sperimentazione negli spettacoli che scelgo di fare: ho curato varie scritture dell’Otello in uno spettacolo che si chiama “Desdemona”, affrontando la storia con un punto di vista più femminile; sono protagonista con il pianista jazz Giovanni Ghizzani di un duo in uno spettacolo di teatro canzone totalmente improvvisato che si chiama “Storie di G&G”; ho fatto un altro spettacolo sulle poesie del poeta turco Hikmet; a novembre ho aperto una collaborazione molto bella e stimolante con il teatro dell’opera di Firenze, il Teatro del Maggio, dove partecipo agli allestimenti della Cenerentola di Rossini come attrice, teatro danzatrice e come aiuto alla regista per fare training ai bambini e insegnare loro come stare sulla scena».

Ma cosa è il teatro dell’improvvisazione, genere ancora non molto diffuso in Sicilia? «L’improvvisazione teatrale è una pratica che esiste da secoli, da Shakespeare alla nostra commedia dell’arte, in cui gli attori lavoravano molto a canovaccio, improvvisando poi i loro lazzi e i loro pezzi migliori di repertorio. Noi facciamo improvvisazione dal vivo, quindi la pratichiamo direttamente davanti al pubblico. Entriamo in scena senza sapere cosa faremo e costruiamo scene, personaggi, mondi sotto gli occhi del pubblico. Questo per gli spettatori è molto stimolante, perché vedono l’artista mentre crea: è come vedere il pittore all’opera invece che il quadro finito». Esistono vari format: ad esempio, il Match di improvvisazione teatrale, di stile comico, è portato avanti in una trentina di città in tutta Italia (più di 300 spettacoli all’anno), che hanno in concessione il marchio della Rete italiana Match di improvvisazione teatrale il cui detentore è Francesco Burroni. È un format nato negli anni ’60 in Canada: Francesco Burroni lo scoprì lì negli anni ’80 e decise di importarlo, nel 1989, dapprima in Toscana (Burroni è senese) e poi man mano al Nord e al Centro Italia.

«Abbiamo sedi didattiche - specifica la giovane attrice catanese - dove formiamo gli attori. Articoliamo la formazione in fasce: ci sono gli allievi (chi non ha mai fatto teatro), gli amatori (attori un po’ più esperti ma ancora a livello amatoriale), i professionisti (attori a tutto tondo e improvvisatori). C’è un campionato (si chiama così visto lo stile para-sportivo con il pubblico che vota e un arbitro, ma in realtà è solo un vestito giocoso che racchiude in sé il teatro, un modo per renderlo popolare e vicino al pubblico). La cosa di cui vado molto orgogliosa è che non riceviamo alcun finanziamento statale, ma viviamo bene grazie al pubblico che riempie i nostri teatri. Sono tanti, infatti, gli spettatori, forse perché è un tipo di teatro particolare, molto pop».

All’inizio dello spettacolo il pubblico si siede sulla sua poltroncina e trova vari oggetti da utilizzare durante lo spettacolo. Uno è un bigliettino dove può scrivere il tema che vorrebbe fosse messo in scena nello stile che gradirebbe vedere (dalla commedia dell’arte a tutti gli stili cinematografici, dal romanzo russo alla soap opera, dall’horror al western: di tutto). «Ovviamente, più noi attori conosciamo lo stile originario, più ne possiamo fare una parodia credibile». Il pubblico ha un cartoncino bicolore per votare la squadra di attori che ha preferito e anche «una ciabatta che, se non è soddisfatto, può lanciare all’arbitro o agli attori». Una evoluzione, insomma, dei classici pomodori lanciati per protestare contro performances non gradite. All’inizio dello spettacolo, l’arbitro - che è il regista della cornice dello spettacolo - sorteggia i temi scelti dal pubblico e decide la durata di ciascuna manche di improvvisazione, che può essere giocata da entrambe le squadre contemporaneamente o essere comparata. E alla fine di ogni improvvisazione, il pubblico vota. «Quindi c’è un punteggio, dei vincitori e ci sono anche dei falli, che possono essere comminati dall’arbitro se gli attori non rispettano le regole del match. Per noi che giochiamo, che andiamo in scena è soltanto una sfida, un divertimento in più perché il format prevede lo scontro, ma in realtà gli attori collaborano molto tra loro perché altrimenti non ci sarebbe spettacolo».

E questa è infatti la grande lezione del teatro di improvvisazione: «È tutto un insegnamento all’ascolto, alla collaborazione, alla creazione collettiva. Anche per chi non diventa attore di professione, è un grande allenamento di vita che peraltro portiamo pure nelle scuole: la nostra è un po’ una battaglia contro l’abitudine di essere sempre altrove con la testa, mentre invece noi alleniamo a stare nell’istante, nel presente, a condividere. Poi, ovviamente, come tutto il teatro è anche una educazione alle emozioni, al mettersi in gioco, allo stare vicino agli altri anche fisicamente, con il giusto rispetto ma anche con la giusta mancanza di giudizio e, soprattutto, di prevenzione».

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