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Spettacoli

Laura Marinoni: «Elena e il suo doppio reinventano il mito»

Di Ombretta Grasso

Elena come Penelope. La bellissima regina è nascosta in Egitto, fedele aspetta il suo Menelao, piange i cari perduti e rifiuta le nozze con un altro re. Paride, pensate un po’, è fuggito solo con una immagine, con un fantasma, e la guerra di Troia è stata combattuta per nulla, «per una nuvola».

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Una Elena alla fine della vita, vecchia e non più bella, racconta in scena la sua versione della storia o, forse, «solo una favola che la ricompensi di tutta l’infamia e l’odio ricevuti». Elena è la tragedia di Euripide che inaugura la stagione di Siracusa con la regia di Davide Livermore.

«Una vera, grande, tragicommedia – corregge subito la protagonista Laura Marinoni – Euripide ribalta tutta la storia con grande ironia, e con abilità straordinaria di commediografo ci presenta un personaggio surreale attraverso il quale si interroga sulla guerra, sul femminile, sulla verità dell’arte». Con «tempi comici perfetti», sottolinea l’attrice, Euripide si diverte a seminare domande, a rovesciare certezze, «e un regista come Livermore, abituato a leggere l’ironia dei testi, ha creato un grande gioco teatrale».

L’Elena lussuriosa e traditrice è invece innocente? «Non è colpevole o innocente, non è questo il punto, non c’è un giudizio - spiega la Marinoni - Euripide, attraverso un gioco teatrale di grande ambiguità, fa un doppio salto mortale perché ridà onore a una figura femminile.

Non giudica ma riflette su questa donna mito, si chiede se non sia solo una nostra proiezione, l’incarnazione dei nostri desideri. La donna bella deve essere per forza traditrice, prostituta, malefica, colpevole di ogni cosa, come ancora oggi, spesso con conseguenze tragiche, si pensa delle donne. Euripide va all’estremo opposto, la presenta come una vittima: tutti parlano di lei nel modo peggiore possibile e lei vive come una schiava, nascosta. È una specie di Penelope che sta aspettando il suo Menelao».

Elena amplifica il messaggio sull’assurdità della guerra, contro un feroce e lunghissimo conflitto, portatore di lutti e disgrazie, affrontato per qualcosa che non esiste. «Gli uomini fanno le guerre per ben altri motivi che per una donna rapita - riprende l’attrice - C’è un capro espiatorio, c’è sempre qualcosa che fa da detonatore, ma basta guardare i conflitti dei nostri giorni per capire da quali e quanti interessi siano mossi. E spesso la verità è il contrario di quello che ci viene raccontato».
Per Laura Marinoni è la quarta volta in scena a Siracusa. «Ho debuttato con Ronconi nel ruolo di Io, la donna mucca che scappa inseguita dal tafano, ed è stato magnifico interpretare un ruolo animalesco e nello stesso tempo divino diretta da un grande regista».

Poi è stata Andromaca e Giocasta, «ma la mia Elena è il ruolo che amo di più, che segna la storia della mia carriera, mi permette di portare leggerezza e ironia dentro un modo contemporaneo di recitare. Posso passare con grande libertà dal comico al tragico. Non mi aspettavo tanto divertimento nel fare una tragedia».

Si ride e ci si addolora in una storia che sembra anticipare il dramma giocoso, la commedia degli equivoci. «Non ci sono forzature - sottolinea la Marinoni - Il tipo di scene e il gioco comico, lo scambio di battute, sembrano goldoniani, non a caso il personaggio di Teuclimeno, il re che vorrebbe sposare Elena in Egitto, indossa abiti settecenteschi: sembra uscito da una commedia di Goldoni».

Non sappiamo se la versione di Elena sia quella vera e poco importa. «Cos’è la finzione? Cosa la realtà? In Elena c’è la dimensione del doppio, del fantasma, dello specchio di se stessi, temi del Novecento. Euripide anticipa Pirandello e Freud. C’è una frase del coro che dice: “Noi non sappiamo chi è dio, non sappiamo chi è non dio e chi sta in mezzo fra dio e non dio e dobbiamo capire qual è la verità della apparenza”. La verità della finzione è anche l’arte, inventare una immagine diversa da quella che tutti conosciamo sempre è un atto creativo e di per se stesso ha valore di verità».

Sulla scena ricoperta d’acqua, sul mare che è specchio e ricordo, Elena si racconta e ripercorre la sua vita. «C’è uno schermo in cui una Elena virtuale attraversa molte età, come se il tempo non esistesse. Un morphing a vista di primissimi piani che trasformano da vecchia a giovane. E’ una specie di “Matrix”, un grande regista che ha un suo doppio in scena». Elena diventa una dea, un archetipo immortale. «Rappresenta tutto quello che gli uomini desiderano dionisiacamente e che è anche il senso profondo della vita: la Bellezza, l’arte, l’incantamento, l’intelligenza. Da vecchia ritorna giovane per narrare la sua storia e reinventarsi».

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