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il personaggio

Jonathan David, il gelo sotto porta: perché alla Juventus un “affare a zero” rischia di costare carissimo (ogni gol 8 milioni)

Tra un “cucchiaio” respinto e un conto che lievita, il caso David racconta la distanza tra curriculum e realtà: tre gol in ventiquattro gare, peso psicologico, gerarchie mobili e numeri economici che fanno rumore

Redazione La Sicilia

04 Gennaio 2026, 17:02

17:03

Jonathan David, il gelo sotto porta: perché alla Juventus un “affare a zero” rischia di costare carissimo

Jonathan David sceglie il “cucchiaio” ma Wladimiro Falcone non abbocca: resta alto, para facile. È l’istante che congela un girone: dal “Iceman” al ghiaccio addosso. Finisce 1-1, con fischi e domande che rimbalzano. Un rigore fallito pesa in ogni squadra; in questa Juventus, che aveva puntato su David per cambiare volto all’attacco, pesa il doppio. E pesa anche sui conti: l’attaccante è arrivato a “parametro zero”, ma con commissioni e ingaggio lordo tali che ogni rete, ad oggi, sfiora gli 8 milioni di euro. Un numero che buca il rumore di fondo e costringe a guardare oltre il singolo errore.

Una fotografia impietosa: 3 gol in 24 presenze

Dentro la stagione bianconera di David c’è un paradosso. L’avvio, 24 agosto 2025, è da copione: debutto in Serie A, cross di Kenan Yıldız, girata e palla in rete. Sembra l’alba giusta. Da allora, però, la curva s’è appiattita. A oggi il bilancio dice: 3 gol in 24 presenze complessive con la Juventus, compreso quel rigore sbagliato con il Lecce che ha cambiato l’umore dell’Allianz. In campionato, appena 1 acuto; due le reti in Champions. Una fotografia che fa a pugni con l’idea del finalizzatore “freddo e spietato” portata in dote da Lille e Gent.

Arrivo a zero, costi alti: quando “parametro zero” non significa gratis

Il fascino dell’operazione stava tutto lì: prendere uno dei migliori cannonieri della Ligue 1 a parametro zero. Ma il “gratis” nel calcio d’élite è una semplificazione: tra commissioni alla firma e salario lordo, il conto lievita in fretta. Nel caso di David, le commissioni complessive riconducibili all’ingaggio sono nell’ordine di circa 12,5 milioni di euro, con un ingaggio stimato in circa 6-6,5 milioni netti (circa 11 milioni lordi). Tradotto: per ora, ogni rete in bianconero è costata “quasi 8 milioni”. È un dato che allarma, perché annulla il vantaggio competitivo dell’operazione “a zero” e amplifica la frustrazione di una piazza che si aspettava impatto e leadership.

Un curriculum che prometteva altro

Prima di Torino, Jonathan David era un profilo con numeri robusti: al Lille, 109 gol complessivi nelle competizioni, doppia cifra in campionato per cinque stagioni di fila, fino a diventare uno dei riferimenti offensivi più continui della Ligue 1. Titoli, persino: campione di Francia al primo anno, poi protagonista in Europa. La Juventus, nel luglio 2025, annuncia il quinquennale fino al 30 giugno 2030 con legittimo ottimismo: l’idea è sommare profondità di rosa e una diversa soluzione in area rispetto a Dušan Vlahović. Sulla carta, equilibrio perfetto. Sul campo, la chimica si è rivelata più complessa.

Il fattore psicologico: timidezza, pressione e un ambiente che osserva

Dentro il vortice delle spiegazioni, torna un termine classico ma mai banale: psicologia. Nelle ultime settimane, anche il tecnico Luciano Spalletti ha alternato bastone e carezza per “stanare” il lato competitivo di David: servono presenza, espressione, convinzione. Da fuori, la percezione è di un giocatore che “sente” la voce dello stadio, specialmente quando i palloni pesano. E il rigore “a cucchiaio”, scelto nella serata sbagliata, è diventato un simbolo fin troppo ingombrante. Le cronache raccontano di un David che talvolta si isola, con linguaggio del corpo basso, e fatica a prendersi responsabilità emozionali nei momenti-chiave. È un’interpretazione coerente con quel che si vede in campo: esecuzioni spesso pulite in contesti “leggeri”, esitazioni quando il contesto si fa complesso.

Questione di sistema e di gerarchie: Vlahović, Openda e l’equilibrio perduto

Il contesto tattico non è irrilevante. Nel corso dei mesi, la Juventus ha alternato assetti e guide tecniche, con Dušan Vlahović e il successivo arrivo di Loïs Openda a definire un triangolo competitivo al centro dell’attacco. In una squadra che tende a riconoscersi in un unico riferimento centrale, la coesistenza tra tre numeri nove ha imposto scelte e rotazioni. Finché Vlahović ha tenuto un rendimento perlomeno lineare, David ha spesso dovuto accontentarsi di minuti spezzati o di un ruolo “ibrido” che ne attenua la capacità d’attacco all’area. È un aspetto cruciale: l’ex Lille è un finalizzatore che legge gli spazi, non un trequartista di raccordo. Giocare “spalle alla porta” con continuità o stazionare tra le linee non è ciò che lo esalta. E quando un calciatore fatica a ritrovare il suo habitat, ogni errore pesa doppio.

Numeri dentro la partita: poco volume, luci intermittenti

Se si entra nell’anatomia della sua stagione, emergono dettagli utili. In Champions League 2025/26, David ha timbrato 2 gol in 6 presenze; in Serie A, fin qui, 1 rete in 14 gettoni. Al netto delle rotazioni, il minutaggio non è stato enorme ma sufficiente per aspettarsi qualcosa in più in termini di conclusioni nello specchio e tocchi in area. Significativo il dato della gara con il Lecce: molti più palloni giocati rispetto al passato recente, segno di una partecipazione più convinta alla manovra, ma ancora senza la ferocia sotto porta che ne aveva marchiato la carriera in Francia. È lo scarto tra volume e qualità: David riesce a entrare nella partita, ma fatica a decidere la partita.

Il costo per gol: come si arriva a “quasi 8 milioni”

Il calcolo non è elegante ma è necessario per capire il dibattito pubblico. Si prendono le commissioni legate alla firma (circa 12,5 milioni) e si sommano le quote di ingaggio lordo (circa 11 milioni annui). Si rapporta il totale al numero di reti segnate finora con la Juve (3). Il risultato si avvicina a “quasi 8 milioni a gol”. È un indicatore grezzo, certo, e per definizione provvisorio: il calcio è dinamico e una seconda parte di stagione felice riscriverebbe il rapporto tra costi e impatto tecnico. Ma spiega perché l’errore dal dischetto abbia acceso la discussione ben oltre il gesto in sé: qui non si giudica un solo rigore, si valuta l’efficienza di un investimento complesso.

Cosa dicono i precedenti: lenti inizi e rimonte possibili

La storia personale di David suggerisce prudenza nei verdetti: a Gent e Lille, il feeling pieno con il nuovo ambiente non è stato immediato. In Francia, la rampa di lancio è arrivata dopo alcuni mesi di ambientamento, con una progressione stabile e un rendimento da doppia cifra ripetuto stagione dopo stagione. Anche in Italia esistono precedenti di centravanti “alla seconda”: lo ricorda chi porta l’esempio di Edin Džeko alla Roma, passato da un primo anno di adattamento a una seconda stagione di esplosione. Qui, però, i tempi sono più compressi: la Juventus deve rimanere attaccata al treno Champions e i margini per un rodaggio prolungato sono ridotti. La domanda vera è se esista, dentro questa rosa e dentro questo sistema tattico, lo spazio per far sbocciare la miglior versione del canadese.