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PREMIER LEAGUE

Manchester United, terremoto ad Elland Road: Amorim cacciato il giorno dopo il suo j’accuse. La maledizione post sir Alex Ferguson

Un pareggio teso, una frase che spacca lo spogliatoio e una decisione irrevocabile: lo United volta pagina affidandosi a Darren Fletcher per Burnley, mentre la dirigenza avvia la ricerca di un nuovo tecnico

Alfredo Zermo

05 Gennaio 2026, 14:53

17:27

United, terremoto ad Elland Road: Amorim cacciato il giorno dopo il suo j’accuse

La telecamera stava ancora inquadrando l’erba graffiata di Elland Road quando il microfono ha colto la frase che ha fatto saltare i ponti: “Sono venuto qui per fare il manager del Manchester United, non semplicemente l’allenatore”. Il giorno dopo, la scrivania di Rúben Amorim a Carrington era già vuota. Il pareggio per 1-1 in casa del Leeds United ha avuto il peso simbolico di uno spartiacque: gara nervosa, equilibrio in campo e, fuori, un’onda d’urto che ha travolto il portoghese. In mattinata, la nota ufficiale del club: “Decisione presa a malincuore, è il momento di cambiare”. Mercoledì la squadra sarà guidata da Darren Fletcher nella trasferta con il Burnley. Uno strappo rapido, chirurgico, maturato nell’arco di poche ore.

L’ultimo atto: Elland Road, 04 gennaio 2026

La partita aveva detto che lo United qualcosa da salvare lo possiede ancora: sotto con il gol di Brenden Aaronson al minuto 62, reazione immediata e pareggio di Matheus Cunha al 65’ su imbucata di Joshua Zirkzee. Poi occasioni da una parte e dall’altra, porte difese da interventi importanti e un punto a testa. Un punto che, in classifica, teneva i Red Devils in zona europea ma non placava le turbolenze. Il dato secco resta: 1-1 e, al triplice fischio, nervi scoperti.

Lo sfogo che ha rotto gli argini

“Non mollo. Ho un contratto per 18 mesi e lo onorerò, a meno che il club decida diversamente.” Il tono di Amorim a Leeds è stato quello di chi rivendica il proprio perimetro decisionale. Non solo: ha respinto l’idea di essere mero “head coach” e non “manager”, sottolineando di aspettarsi un ruolo pieno nelle scelte tecniche e nella direzione sportiva. Un messaggio diretto alla catena di comando di Old Trafford e a chi, dentro e fuori il club, aveva messo nel mirino la sua autonomia tattica e gestionale. Parole che hanno fatto il giro d’Europa, amplificando la frattura.

Il comunicato: freddo, breve, definitivo

Lunedì 5 gennaio 2026, la tempistica ha fatto capire tutto: annuncio formale dello United, ringraziamenti di rito e l’indicazione immediata della soluzione ponte. “Con il Manchester United al sesto posto in Premier League, la dirigenza ha deciso, a malincuore, che è giunto il momento di cambiare. Il club ringrazia Rúben per il contributo e gli augura il meglio. Darren Fletcher guiderà la squadra contro il Burnley”. La formula è stata ripresa in modo pressoché identico da più media britannici e internazionali, segno di una linea comunicativa chiara e condivisa.

Perché adesso: risultati, identità e catena di comando

La decisione non nasce nella notte di Leeds, ma matura da settimane. Al netto di qualche progressione nell’ultimo mese, lo United di Amorim era rimasto lontano dal livello atteso: sesto posto, 31 punti, e un distacco di circa 17 lunghezze dalla capolista Arsenal; appena 3 vittorie nelle ultime 11 gare di campionato. Numeri che raccontano più di tante analisi.

In controluce si intravede anche un tema “costituzionale”: per la prima volta nella sua storia recente, il club aveva scelto un “head coach” e non un “manager” all’inglese. Il portoghese ha percepito quel titolo come limitante e lo ha contestato pubblicamente, rivendicando un perimetro di potere più ampio nelle scelte di rosa e di mercato. Lì, tra definizioni e responsabilità, si è creato l’attrito con la struttura guidata dal direttore del calcio Jason Wilcox e dal CEO Omar Berrada, con il patron Sir Jim Ratcliffe a presidiare la visione proprietaria.

I numeri della gestione Amorim

Sul piano statistico, le cifre oscillano leggermente a seconda delle fonti ma convergono sull’idea di un rendimento sotto standard per i colori di Old Trafford. In poco più di 14 mesi alla guida dei Red Devils, Amorim ha viaggiato su un tasso vittorie complessivo attorno al 38%, con una percentuale di successi in Premier League assestata vicino al 32%: è il dato peggiore dell’era Premier per lo United. Nel bilancio c’è la finale di Europa League persa a Bilbao contro il Tottenham, ma anche la chiusura della scorsa stagione al 15° posto con 42 punti, peggior piazzamento dal 1974. Conferme arrivano da più dossier statistici e cronache di agenzia.

Altre ricostruzioni parlano di 63 gare complessive con bilanci poco divergenti (tra 24 e 25 vittorie secondo diverse testate), a testimonianza di un percorso che non ha mai davvero trovato continuità. La sostanza non cambia: rendimento irregolare, identità tattica alternativa ma mai pienamente metabolizzata dal gruppo, e uno spogliatoio scosso da infortuni, turn-over e scelte radicali.

Il modulo e il mercato: dove si è incagliato il progetto

Arrivato a Old Trafford il 1° novembre 2024 per succedere a Erik ten Hag, Amorim ha cercato di trapiantare il suo impianto a tre difensori e le uscite rapide che lo avevano reso un vincente allo Sporting CP. Alla prova della Premier League, però, quella struttura ha faticato: per caratteristiche della rosa, per l’adattamento di alcuni profili chiave e per l’incapacità di consolidare automatismi difensivi. La società, da parte sua, ha sostenuto di aver investito in modo significativo – si parla di una spesa lorda attorno ai 250 milioni – e di aver condiviso la strategia estiva, basata anche sull’innesto di più attaccanti. La divergenza si è trasformata in frizione: da un lato la richiesta del tecnico di interventi mirati, dall’altro il presidio dell’area sportiva sulla sostenibilità delle operazioni e sulla coerenza del piano triennale.

Il punto di non ritorno? Secondo diverse ricostruzioni, la percezione – espressa anche pubblicamente – che le opinioni dei commentatori di riferimento, come Gary Neville, stessero incidendo sul clima interno più di quanto dovessero. Una stilettata che la dirigenza non ha gradito, nella settimana che porta al mercato invernale.

Fletcher traghettatore: cosa cambia subito

La scelta di Darren Fletcher come soluzione immediata ha una logica interna: ex bandiera del club, già figura ponte tra campo e direzione sportiva, profilo capace di ridurre l’attrito nel breve. In vista di Burnley (calcio d’inizio mercoledì 7 gennaio 2026), la priorità sarà ripristinare principi semplici: blocco squadra compatto, riduzione degli spazi concessi tra le linee, ripartenze su Matheus Cunha e Benjamin Šeško, gestione più prudente dell’uscita palla. Nel frattempo, la società si muove sul mercato degli allenatori. Nessun nome ufficiale, né tempi dichiarati, ma una regia centralizzata dall’area tecnica.

Intanto la stampa inglese comincia a fare i primi nomi del possibile successore del tecnico portoghese. Tra questi anche quello di Enzo Maresca che pochi giorni fa ha rescisso il contratto con il Chelsea, ma che potrebbe essere il sostituto di Pep Guardiola sulla panchina del Manchester City, in caso di addio del catalano a fine stagione. Un derby di Manchester, dunque, per l’ex centrocampista della Juventus. Tra i tanti nomi circolati anche quelli di Xavi e Zidane (Zizou dopo i Mondiali dovrebbe prendere il posto di Deschamps sulla panchina della Francia), ma secondo una parte della stampa britannica lo United potrebbe scegliere un traghettatore fino alla prossima stagione per poi iniziare un nuovo (l'ennesimo) ciclo con un tecnico già abituato a guidare una big.

Un club a domanda di identità

L’era post-Sir Alex Ferguson ha visto alternarsi sette guide tecniche tra manager e head coach: una sequenza di strappi che ha eroso continuità e accumulato cicatrici. Nel mezzo, anche costi rilevanti per cambi in corsa e liquidazioni: il dossier dei conti degli ultimi anni ricorda, ad esempio, l’esborso di oltre 14,5 milioni di sterline legato al congedo di Erik ten Hag e di altri membri dello staff, un peso finito nei report trimestrali del club. È il segnale che ogni scelta tecnica oggi trascina con sé ricadute sportive e finanziarie.

Il contesto della classifica e la traiettoria stagionale

Sul piano del presente, la classifica dice che lo United è in piena corsa per l’Europa ma lontanissimo dallo standard storico: sesto con 31 punti e un cammino zoppicante. L’ampiezza del distacco dalla vetta (17 punti) e il rendimento recente (soltanto 3 successi nelle ultime 11 di campionato) aggiungono pressione al traghettatore e a chi verrà. Parallelamente, pesa la precoce uscita dalla Carabao Cup per mano del Grimsby Town ai rigori, episodio-simbolo delle fragilità nella gestione dei dettagli. Tutti indicatori che hanno reso l’esonero di Amorim una mossa quasi obbligata nel calendario di gennaio.

Leadership, ruoli e un lessico da ricomporre

Che cosa resta, al netto delle scorie polemiche? Resta la sfida, per la dirigenza, di chiarire definitivamente l’architettura dei poteri sportivi: che cosa è un “head coach” allo United di Ratcliffe? Qual è la linea di demarcazione con l’area guidata da Jason Wilcox e dall’ufficio del CEO Omar Berrada? Il caso-Amorim ha rivelato quanto sia labile, in un club di questa portata, il confine tra campo e governance. Se la società ribadisce di aver garantito “100% di supporto” al progetto, il tecnico ha percepito un limite non accettabile al proprio raggio d’azione. È su questo crinale – prima ancora che su moduli e princìpi di gioco – che si giocherà la prossima ricostruzione.

Cosa si può imparare da questo strappo

  1. Identità tattica vs. adattamento: il 3-4-3 “di sistema” funziona se la rosa è calibrata; in caso contrario, diventa un vincolo.
  2. Catena di comando trasparente: il passaggio a un modello “head coach” richiede ruoli, processi e responsabilità comunicati senza ambiguità.
  3. Comunicazione pubblica: in Premier League, ogni parola pesa. Lo sfogo di Amorim non è stato un dettaglio mediatico ma un elemento sostanziale nel rapporto con la proprietà e con lo spogliatoio.

Le prossime 72 ore

In vista del Burnley, Fletcher dovrà gestire almeno tre priorità:

  1. Restituire sicurezze difensive a un gruppo che ha concesso troppo nei momenti chiave.
  2. Semplificare i compiti a centrocampo, per evitare transizioni scoperte.
  3. Valorizzare le caratteristiche di Cunha e Zirkzee attaccando in campo aperto.Nel frattempo, la dirigenza valuterà il profilo del prossimo tecnico con due bussole: aderenza alla rosa attuale e disponibilità immediata a lavorare con un modello “head coach” pienamente integrato con la struttura sportiva. Su questo punto, la chiarezza sarà decisiva per evitare di ripetere l’ennesimo giro sulla giostra.

Uno sguardo indietro per capire il presente

Il caso-Amorim non esplode in un club sano e lineare. Gli ultimi anni hanno lasciato scorie: cambi dirigenziali, investimenti cospicui non sempre coerenti, crisi di risultati, fratture con la tifoseria. Già all’inizio del 2025, le cronache economiche segnalavano un calo ricavi del 12% nel trimestre chiuso al 31 dicembre 2024, con un aumento dell’indebitamento e costi straordinari legati proprio ai cambi in panchina. Da allora, qualche passo in avanti in campo c’è stato, ma non abbastanza per cambiare la narrazione. Lo scontro di Leeds ha solo accelerato un epilogo che, con la prospettiva dell’imminente finestra di gennaio, la società ha preferito consumare subito.

Il punto di caduta

In 24 ore lo United ha chiuso una parentesi e ne ha aperta un’altra. A Darren Fletcher il compito di rimettere in riga fondamentali e autostima; alla dirigenza quello di consegnare, questa volta, una direzione tecnica chiara e compatibile con un modello moderno, dove le parole “manager” e “head coach” non siano scintille ma tasselli complementari. Perché tra un’etichetta e l’altra si gioca la differenza tra una stagione anonima e una rotta finalmente riconoscibile. A Old Trafford lo sanno: senza una grammatica condivisa, nessun progetto dura più di 14 mesi.