l'intervista
«Qualcuno decise che dovevo sparire»: Platini rompe il silenzio, accusa il sistema e indica la sua strada (c'entrano i calciatori e Infantino)
L’ex fuoriclasse francese racconta come ha vissuto il decennio di esilio, rivendica l’assoluzione in Svizzera, critica l’era Infantino e avverte: senza regole condivise tra leghe, club e giocatori il calcio rischia di diventare solo business
C'è un uomo che ha passato quasi dieci anni a difendere il proprio nome fuori dal campo. Poi il 25 marzo del 2025 la “liberazione”. Quel giorno, una corte svizzera ha confermato che Michel Platini non aveva truffato nessuno. Nel calcio globale della governance, dove contano regole, calendari e miliardi, l’ex presidente di UEFA scelse un’immagine spiazzante per riassumere tutto: “un gruppo di persone decise di farmi fuori”. Non è una frase da romanzo, è il cuore di un racconto che interroga il presente del pallone.
Un decennio che ha cambiato il calcio e la vita di Platini
Nell’intervista rilasciata al quotidiano britannico The Guardian, l’ex numero 10 della Francia e del Juventus spiega che la sua squalifica e il crollo della candidatura alla presidenza della FIFA non furono un incidente giudiziario, ma l’esito di una “campagna politica” interna agli apparati del calcio mondiale. Lo ripete senza giri di parole: fu un’operazione per fermarlo nel momento in cui stava per salire sul trono del governo del pallone.
I fatti giudiziari oggi sono chiari. Dopo una prima assoluzione nel 2022, la vicenda del pagamento di 2 milioni di franchi svizzeri per le consulenze svolte tra il 1998 e il 2002 si è chiusa con una seconda assoluzione in appello il 25 marzo 2025: la corte svizzera ha ritenuto plausibile l’accordo orale tra Sepp Blatter e Michel Platini e ha escluso l’elemento di dolo. In quel momento i procuratori avevano ancora facoltà di ricorrere alla Suprema Corte, ma in seguito la stampa francese ha riferito che il ministero pubblico non ha presentato ulteriore impugnazione, sancendo la fine del caso. Per Platini è stata “la restituzione dell’onore”.
Non c’è una “condanna per truffa” pendente in Svizzera su Platini per quel procedimento. Semmai, resta la storia sportiva delle squalifiche decise dagli organi etici del calcio nel 2015-2016 (poi ridotte dal TAS e scadute nel 2019), e l’ombra di un’epoca in cui l’intero sistema dovette guardarsi allo specchio. Sull’altro protagonista di quel dossier, l’ex presidente FIFA Sepp Blatter, la giustizia interna al calcio ha prolungato i divieti fino al 2028 per altre violazioni del codice etico.
L’accusa: “un disegno politico contro la mia candidatura”
La tesi di Platini, tornando al merito, è netta: la richiesta di corrispondere il saldo del lavoro svolto anni prima avrebbe offerto il pretesto a “persone ben collocate” per spingerlo fuori dai giochi alla vigilia della corsa alla presidenza FIFA. L’assoluzione penale non cancella le conseguenze: in quei mesi cruciali, Platini fu sospeso e il campo di gioco politico cambiò radicalmente, spalancando la strada all’era Gianni Infantino.
L’era Infantino, tra espansioni, super-tornei e una gestione più verticale
Qui il discorso di Platini diventa sistema. Da fuori, l’ex presidente UEFA osserva un governo del calcio “più autocratico”, costruito su grandi espansioni e nuove proprietà del calendario. Non è un giudizio isolato se si guarda ai fatti.
La Coppa del Mondo passerà a 48 squadre a partire dal 2026: una decisione presa nel 2017 dal Consiglio FIFA all’unanimità. È il cambiamento più impattante nella competizione simbolo del calcio per formato, numero di gare e distribuzione dei ricavi.
È nato il Mundial de Clubes FIFA 2025 (la nuova Coppa del Mondo per Club), torneo quadriennale a 32 squadre ospitato negli Stati Uniti dal 15 giugno al 13 luglio 2025. Una manifestazione che si è sovrapposta al periodo tradizionale di riposo dei calciatori, innescando proteste dei sindacati e contenziosi in sede europea.
Il dibattito sulla Superlega europea ha vissuto una svolta giuridica quando, il 21 dicembre 2023, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che UEFA e FIFA avevano abusato della loro posizione dominante nel modo in cui avevano bloccato il progetto del 2021. Non è l’avallo alla Superlega, ma un richiamo a procedure e regole di concorrenza: un passaggio che continua a ridisegnare i rapporti di forza.
Di fronte a questa accelerazione, FIFPRO (il sindacato mondiale dei calciatori) e le leghe europee hanno contestato pubblicamente la “unilateralità” delle scelte FIFA e la compressione dei periodi di recupero, avviando azioni legali e reclami all’Unione Europea: il nuovo Mondiale per Club occupa un segmento dell’anno che i giocatori considerano vitale per la salute e la longevità della carriera. È un dossier che riguarda milioni di tifosi: più partite non sempre significa migliore spettacolo, se a pagarne il conto sono qualità, integrità psico-fisica e infortuni.
Platini non inserisce Gianni Infantino tra i “mandanti” della sua caduta, ma critica l’idea di un calcio condotto “dall’alto verso il basso”, più attento al valore commerciale dei grandi eventi che al principio di equilibrio competitivo. A volerlo leggere con realismo, è una fotografia che trova riscontro nella cronaca: dalla corsa ai record per i biglietti del Mondiale 2026 a nuovi assetti di calendario, il globale del pallone è diventato un’industria che cerca continuamente nuove superfici di crescita.
Sullo sfondo, la Superlega continua a riaffacciarsi come proposta “alternativa”, confezionata oggi con il linguaggio delle piattaforme e della gratuità per i tifosi. UEFA ribadisce che non intende modificare di nuovo il format della Champions per inseguire quel progetto, mentre leghe e governi mantengono una posizione di netta contrarietà. Il braccio di ferro è tutt’altro che chiuso, ma le porte della politica sportiva sembrano più ingombre di cavilli e ricorsi che di soluzioni condivise.
Infantino nel mirino, ma senza personalizzare troppo
Platini non si abbandona alla polemica ad personam: non indica Gianni Infantino come “istigatore” della sua caduta. Tuttavia, critica la filosofia di governo dell’era attuale: più potere al centro, grandi eventi come leva di crescita, spazio negoziale ridotto per leghe, club e soprattutto giocatori. Sui dossier concreti — Mondiale a 48, Mundial de Clubes a 32, gestione del calendario internazionale — i fatti gli offrono appigli per il ragionamento. Il contraltare è noto: FIFA argomenta che più nazioni e più club nei tornei globali significano maggiori opportunità, nuovi mercati e, in teoria, più risorse per lo sviluppo. È il cuore del dibattito contemporaneo: inclusione o inflazione? Equilibrio competitivo o saturazione? Qui si gioca la vera “politica” del calcio dei prossimi anni.