Calcio: l'intervista
Angelo Busetta, il condottiero soffia su 85 candeline
Il tecnico tra i più amati dal pubblico siciliano: «Il calcio resta la mia vita Dai Catania, lotta per la B»
Il tecnico Angelo Busetta
Casa Busetta è un centralino dalle 7 di ieri mattina. Mister Angelo ha compiuto 85 anni. Chiamano da tutt’Italia. La signora Barbara fa da filtro, il tecnico risponde con la sua solita verve: «Hai portato il regalo?», l’esordio.
Confezioniamo un’intervista, se non le basta torniamo a mani piene...
«No, non va bene. Allora scrivi che il Catania deve continuare a lottare per la Serie B».
Ha seguito la squadra nella sfida di Monopoli?
«Mi sono collegato con i miei ex compagni di viaggio di Telecolor (Busetta è stato opinionista in tv per anni, ndr) ho sentito Carlo Breve che è stato tra i miei allievi prediletti, l’avvocato Patanè e tutta la squadra. “Abbiamo” vinto e dunque bisogna continuare. Sotto con il Cosenza».
Come ha festeggiato, Busetta?
«Sono a casa, è passato l’infermiere per una rapida ricognizione del mio stato di salute. Tutto a posto».
Scherzi a parte…
«Ho trascorso tutto il giorno al telefono. Il regalo più bello è sentire tanti amici veri».
Chi ha chiamato?
«Tanti. Le racconto una telefonata da Campobasso dove ho allenato 25 anni fa. Non mi hanno dimenticato».
Impossibile dimenticare, caro Busetta.
«Lì ho portato 25 mila persone allo stadio per la gara della promozione. E mi avevano dedicato uno striscione che fece scandalo».
Che c’era scritto?
«Lo dico? “Busetta è cosa nostra” e a momenti chiudevano l’impianto e mi arrestavano (ride, ndr) perché lo slogan poteva essere a doppio senso».
Lei ha vinto dappertutto, chi ricorda con piacere?
«Fate in tempo a leggere i “Promessi Sposi” per arrivare a fare la conta di quante volte ho vinto».
Proviamoci, su.
«Le vittorie tutte belle sono: Acireale, Catania, il Paternò che adesso non naviga in acque serene ma si riprenderà. Anche Canicattì, Morrone Cosenza. Poi Catania ha un posto speciale. Quando vai allo stadio e assisti a una gara con 20mila persone a sostegno pensi che qui deve tornare la Serie A».
Sarà un bel duello quest’anno.
«Eh sì, bisogna avere la testa, bisogna avere cuore e ritmo. Toscano è un motivatore».
E ha rinnovato l’appello: “Tutti uniti”.
«Giusta considerazione. Quello del tecnico è un mestieraccio. Tutti parlano di pallone, ma in pochi possono parlare di calcio».
La differenza è sottile.
«Ma importante».
E lei ne sa qualcosa.
«Col mio caratteraccio ho saputo gestire le stagioni. Ho prodotto effetti e affetti. L’amore che ho dato al calcio è stato continuo. Ma spesso ho vinto e sono andato via perché vedevo che i club non potevano garantire una continuità».
Busetta, un galvanizzatore, s’è sempre scritto.
«E il vostro indimenticabile Carmelo Gennaro coniava un termine per ogni intervista: sergentaccio, motivatore, galvanizzatore. Che bella stagione quella di Catania col ds Mazza. Vincemmo la D dopo un duello infinito».
Gangi, basta la parola.
«Quella sfida fu l’ultimo atto, un trionfo dopo una stagione condotta al limite dell’immaginabile, con una città che era al nostro fianco. Quella gara è diventata iconica perché diede avvio alla rimonta dopo il declassamento del Catania. E chi se la scorda?»
Chi l’ha guidata in questo lungo percorso tra campo e panchina?
«Mia moglie Barbara. Siamo sposati da 60 anni. Solo lei mi può capire fino in fondo».
La voce diventa più roca. Lo sguardo verso la sua signora. E, ora possiamo raccontarlo, scende una lacrima.