L'INTERVISTA
Dalla laurea al primato col Catania, Lunetta si racconta e confessa: «Da qui non me ne sarei andato per nessuna cifra»
Uomo-squadra, grinta, sacrificio, amore per il club e la città: «Le motivazioni contano più dei contratti, qui sono tornato a credere in me»
Esultanza con dedica speciale per Gabriel Lunetta (foto Filippo Galtieri)
Una laurea alla Cattolica di Milano riposta, per ora, nel cassetto per inseguire il sogno di ogni bambino. Gabriel Lunetta, uno dei risolutori di Catania-Cosenza, adesso capocannoniere del Catania primo in classifica, idolo di una tifoseria che si identifica nel personaggio tutto corsa, progressione, temperamento, sofferenza, potenza, si racconta in esclusiva al nostro giornale dopo il suo ottavo gol.
Prossimo passo personale, arrivare in doppia cifra.
«Francamente i miei numeri passano in secondo piano. Non faccio molto caso, preferirei…»
Vincere contro il Sorrento a Potenza.
«Non chiedo di meglio, adesso ogni gara conta il triplo, ogni movimento è importante. Non restano molte gare, dobbiamo gestirle al meglio».
Al Massimino dopo le undici gare (su dodici disputate), vinte si ripete un rituale diventato irrinunciabile. Il giro di campo e gli applausi del pubblico.
«Una scena che cerchiamo di meritare in partita. Un momento che ripaga la squadra, lo staff, il club per il lavoro impostato in ritiro e portato avanti fino a qui».
Lunetta è un idolo per il modo di presentarsi in campo. Che giochi un minuto o novanta da lei ci si attende sempre qualcosa di speciale.
«Quando entro, titolare o in corsa, l’affetto della gente lo avverto. Catania mi ha acceso una fiamma dopo i due precedenti campionati non eccezionali».
Come si spiega tanto affetto?
«La grinta, l’impegno, la voglia di arrivare mia è quella di tutta la squadra».
E dire che in estate s’era anche detto che c’erano tante squadre interessate a lei.
«Non mi è balenata l’idea di andare via. Neanche per un istante. Ho sempre detto alla società che da qui non mi sarei spostato per nessuna cifra al mondo. Le motivazioni sono più importanti dei contratti».

Catania rappresenta il suo rilancio. Che è successo prima?
«Avevo anche pensato di smettere».
Ma no…
«E invece sì. Ho fatto riflessioni profonde, il passaggio in Sicilia è stato provvidenziale. Fisicamente ho recuperato, le motivazioni sono state sempre elevatissime».
Anche il ritmo che impone l’allenatore.
«Abbiamo coniato il termine “Toscanismo” per dare meriti a chi ci guida ogni giorno senza tralasciare il minimo particolare».
Quanto urla Toscano?
«Tanto, ma a fin di bene. Dopo una stagione e mezza noi non abbiamo neanche bisogno di parlare. So già che vuole il massimo e cerco di ricambiare».
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Eppure da laterale di centrocampo è passato a fare il trequartista dopo una parentesi di falso 9.
«Ecco, mi aspettavo la domanda. Me la fanno in tanti. Io gioco dove serve. Da quinto o da centrale o da trequartista. Lo spirito non cambia. Non deve».
Cosa le chiede il tecnico?
«Aggressione degli spazi, c’è da guadagnare campo e attaccare l’area. Il lavoro è corale, non certo singolare».
In ritiro a Norcia l’abbiamo vista lottare come se fosse la gara decisiva dell’annata.
«Sono subito entrato in sintonia con tutti, mi aiutava la forma fisica, si sono create le basi per la stagione, non è un caso che le cose adesso vadano bene. Da lì ci sono state giornate felici e piccole flessioni che tutti insieme abbiamo superato».

La gara clou quale è stata?
«Ce ne sono state tre, almeno. Tutte importanti, ma alcune ci hanno permesso di stare, adesso, in cima».
Quali sono?
«Catania-Siracusa, vi sembrerà strano».
Gol di… Lunetta che con una progressione ha bruciato tutti quanti. A momenti travolgeva pure i compagni.
«Non avevamo vissuto giornate memorabili, sembravamo sull’orlo di una crisi di risultati. Invece abbiamo reagito».
Le altre due?
«Crotone, avversario molto tosto. Monopoli fuori casa perché per la prima volta abbiamo ribaltato un passivo lottando fino alla fine».
Ma la rete segnata a Monopoli e annullata è sua o di Rolfini?
«Facciamo metà ciascuno? Io avrei colpito ugualmente la palla. Ha fatto bene Alex».
E l’esultanza? A momenti linciava Casasola.
«Ma no, no. Mi ha abbracciato in modo giustamente caloroso, ma mi faceva male la spalla e non volevo che il dolore aumentasse. Gridavo per la gioia e anche perché i compagni mi avevano toccato schiena e spalla».
Sembra la scena del film “L’allenatore nel pallone”.
«Più o meno, ma alla fine io e Tiago ci abbiamo riso su e anche tanto».
Qualche ora fa è arrivata la notizia del rinnovo di Jimenez. Lei tempo fa lo aveva “spinto” sui social pubblicando il simbolo della penna che firma sul foglio bianco.
«A Kaleb sono legato da un rapporto di amicizia speciale; è un mio fratellino, da due anni viviamo anche insieme a pranzo e fuori dal campo. Mi fa piacere abbia rinnovato, lo tengo sotto la mia ala protettiva. Ha fatto la scelta giusta».

Laurea in Economy e Management alla Cattolica, ottenuta studiando su testi di lingua inglese. Ma poi ha deciso di giocare a calcio.
«Per ora faccio quello che amo, sono felice per la scelta, da ragazzino ho sempre vissuto col pallone tra i piedi. I miei hanno assecondato ogni volontà permettendomi anche di frequentare le scuole in lingua inglese che parlo come l’italiano».
Chi le ha fatto scoprire il calcio?
«Mio zio. Andavamo a San Siro a vedere il Milan. Lo consideravo un gioco non una prospettiva di lavoro. Poi nell’Atalanta Primavera ho capito che avrei potuto tentare la strada del professionismo».
Ed è arrivato anche in prima squadra sostenendo ritiri e allenamenti con Colantuono, Reja, Gasperini.
«Tre stili diversi. Colantuono e Reja li ho avuti da giovanissimo tra rientro dai prestiti e ritiri. Gasperini è un perfezionista. Ricordo come preparò la sfida con il Milan nei minimi dettagli. Nello spogliatoio lo guardavo concentrato e con ammirazione. In campo ogni mio compagno sapeva cosa fare in netto anticipo».
E Gomez?
«Il Papu che ho conosciuto a Bergamo era come… un Maradona. Con la palla tra i piedi faceva quello che voleva. Potevi correre a occhi chiusi, ti ritrovavi il pallone tra i piedi».
Torniamo al Catania che festeggia il primato.
«Sarà un duello fino alla fine tra noi, Benevento e Salernitana».
Ma il sostegno del pubblico è il vostro valore aggiunto.
«Aspettiamo i tifosi a Potenza per il match col Sorrento, riprendiamo a lavorare come se fosse sempre la sfida decisiva».
Un pensiero sul presidente Pelligra che dopo aver comprato Torre del Grifo prevedendo uno spazio anche per le giovanili, portando avanti un discorso valido sotto il profilo sociale, ha devoluto l’incasso dell’ultima gara per la ricostruzione.
«Ha espresso la vicinanza del club nei confronti di chi ha bisogno. Condivido, fiero, le parole e i fatti del presidente. Siamo vicini a tutta la gente di Catania e della Sicilia. Utilizzo una frase molto cara ai catanesi: “Melior de cinere surgo” che riassume tutto».
Lo stesso slogan che hanno utilizzato Aloi, Cicerelli e Di Gennaro, ora anche capitan Di Tacchio, dopo gli infortuni.
«Le prime tre sono assenze di lungo corso, ma vi assicurano che giocano in campo insieme a noi, idealmente. Quanto a Di Tacchio lo aspettiamo prestissimo. Siamo un gruppo unito ma i messaggi che arrivano da chi sta fuori rendono il Catania una volta di più una famiglia».
Ci salutiamo con un sorriso perché quando i tifosi la incontrano per strada esprimono tutta la propria stravaganza.
«E riconoscenza, aggiungo. Allora... una volta un tifoso mi ha regalato un santino taroccato perché c’era la mia faccia. Un altro mi ha mostrato un tatuaggio e c’era la mia firma. Poi mi chiedono perché amo Catania…»