Orazio Fagone, dal trionfo olimpico alle Paralimpiadi: la storia del catanese che non ha mai mollato
Dall’oro a Lillehammer all’hockey su slittino, passando per il curling in carrozzina, Fagone racconta resilienza, passione e il ritorno allo sport dopo l’incidente che gli ha cambiato la vita
L’unico atleta italiano ad aver vinto un oro alle Olimpiadi invernali partecipando successivamente alle Paralimpiadi è originario di Catania. Orazio Fagone, 58 anni, in questi giorni sta incollato alla tv per seguire tutte le gare e per riannodare un filo che non è soltanto legato ai ricordi, ma anche al futuro: «Adesso che i figli sono adulti riprenderò ad allenarmi e forse a gareggiare. Non ho mai mollato l’handbike, ma sto pensando di fare anche altro».
Certo raccontare che un catanese è stato il principe dello short track olimpico negli Anni Novanta è strano. Ma piacevolmente reale.
«Nel 1994 ho vinto l’oro olimpico a Lillehammer e fu un successo sofferto ma meritato. Pochi giorni prima erano morte due nostre compagne azzurre nello short track. Tutte le dediche andarono a loro».
Catanese d’origine, ma si trasferì subito a Torino.
«I genitori lavoravano lì. Dopo aver praticato pattinaggio a rotelle fui stregato dagli sport sul ghiaccio: short track soprattutto. Ho vinto due medaglie di bronzo ai Giochi di Calgary nel 1988 ma allora quella disciplina era considerata dimostrativa, però i giornali scrissero tanto perché erano giorni di “vuoto” mentre tutti aspettavano Tomba. Comunque mi sono rifatto a Lillehammer».
Tanti successi anche ai Mondiali poi l’incidente in moto.
«Ho perso una gamba e dopo il periodo in cui ho realizzato quello che mi era accaduto, dopo cure e ripresa davvero durissima ho deciso che lo sport sarebbe stato una ragione di vita. Per una questione di orgoglio, di Dna, di riscatto, di mentalità».
E così è cominciato il suo percorso nelle discipline in cui ha primeggiato alle Paralimpiadi.
«Hockey su slittino, curling in carrozzina… Ho fatto di tutto cominciando da queste discipline».
Nel 2006 l’esperienza ai Giochi paralimpici di Torino con la nazionale di Sledge Hockey.
«Eravamo Paese ospitante, fu costruita una squadra in fretta e furia, ma segnammo gol ai mostri sacri di Norvegia e Inghilterra».
Come spiega il fenomeno curling?
«C’è dello spettacolo, c’è la novità che a livello mediatico ha funzionato. Per i diversamente abili la disciplina è ancora più difficile da interpretare. Non ci sono i compagni che con le scopette attutiscono o fanno in modo che la stone aumenti la velocità di traiettoria. Bisogna essere più precisi che mai. Ma è uno sport che diverte».
Cos’ha seguito in questi giorni?
«L’hockey, ho visto pure il curling».
Immaginiamo lo short track.
«Ci sono degli ex miei compagni. Abbiamo una squadra davvero competitiva. In questa disciplina la caduta può essere sempre dietro l’angolo, ma i ragazzi sono preparati. Abbiamo ottenuto buoni risultati in Coppa del Mondo, speriamo di far bene anche qui. Sulla pista lunga c’è uno squadrone azzurro».
Lo sci ha nomi nuovi nel maschile.
«Sono rimasto, a proposito di conoscenze dirette, ad Alberto Tomba, ma ho visto i tempi anche delle ragazze. Ci sono buone aspettative per uomini e donne».
Lo sledge hockey, ovvero l’hockey su slittino, punta a una medaglia.
«Canada e States sono grandi professionisti, l’Italia è al vertice».
Dopo aver allenato, gareggiato in più specialità si è fermato, ma è pronto a ricominciare.
«Subito. Bici (che ho anche perfezionato io in modo artigianale, a casa) per intenderci come quella di Zanardi con cui ho gareggiato spesso nelle stesse competizioni ma in categoria diverse, o tennis in carrozzina. Vedremo».
A Catania è tornato di recente.
«L’ultima estate da mia madre portando mia moglie e i tre figli. Sono rimasto stregato dal centro della città, dalla vita che anima la costa. Mi dispiace che adesso il ciclone abbia distrutto quasi tutto. Bisogna avere la forza di ripartire».
Detto da lei è un esempio.
«Forza di volontà e braccia. Allenamento mentale e fisico. Questo è alla base di tutto».