MILANO CORTINA
Brignone, Vittozzi, Moioli-Sommariva: la domenica che ha cambiato le Olimpiadi italiane
Cortina brilla, Anterselva ruggisce, Livigno vola: tre podi in poche ore ridisegnano i Giochi azzurri e alzano l’asticella di ciò che credevamo possibile
Cortina brilla, Anterselva ruggisce, Livigno vola: tre podi in poche ore ridisegnano l’Olimpiade azzurra e alzano l’asticella di ciò che credevamo possibile
L’urlo è partito alle Tofane come un’onda d’urto, ha risalito la Val Pusteria in un sussurro trattenuto davanti agli ultimi cinque bersagli e si è trasformato in scia sullo Snow Park di Livigno. In meno di tre ore l’Italia ha visto la neve diventare metallo: l’oro di Federica Brignone in gigante, l’oro storico di Lisa Vittozzi nell’Inseguimento del biathlon, l’argento in rimonta dello snowboardcross a squadre firmato da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva. Tre gare, tre epiloghi che raccontano il carattere di una squadra di casa capace di cambiare inerzia a questi Giochi di Milano-Cortina 2026 e di spingere il Paese oltre un confine statistico e simbolico: superato il record nazionale di medaglie fissato a Lillehammer 1994.
Cortina, Olympia delle Tofane: la perfezione che ha un volto
Sullo stesso pendio che due giorni fa l’aveva incoronata nel SuperG, Federica Brignone si è ripresa la scena e la storia. Partita col pettorale alto, ha costruito già nella prima manche il margine che fa la differenza quando le gambe bruciano e la pressione aumenta: leggerezza di linea, timing sui cambi, nessun fronzolo. Il cronometro è stato un alleato: nella classifica finale del gigante la valdostana ha chiuso in 2:13.50, con +0.62 su un argento “doppio”, condiviso da Sara Hector e Thea Louise Stjernesund. Quarta, beffata di 5 centesimi, un’ottima Lara Della Mea. Decima Sofia Goggia, quattordicesima Asja Zenere. È il suo secondo oro a questi Giochi, la quinta medaglia olimpica della carriera, in una disciplina che l’ha già vista bronzo a PyeongChang 2018 e argento a Pechino 2022. A 35 anni, dopo un grave infortunio alla gamba sinistra nella primavera 2025, l’azzurra ha rimesso in bacheca la specialità più “sua” nel luogo più esigente. Cortina ha risposto con il boato che si riserva alle fuoriclasse.
Non è solo un trionfo tecnico. È anche genealogia dello sci italiano: prima di lei, le uniche vittorie italiane in un gigante olimpico femminile portavano la firma di Deborah Compagnoni (1994, 1998). Il cerchio si è richiuso nella stessa vallata dolomitica, con una campionessa che era già titolare della Coppa di specialità e del titolo mondiale quando, poco meno di un anno fa, il suo ginocchio aveva imposto lo stop. Oggi quel ginocchio è simbolo di un’Italia che sa resistere e poi accelerare.
C’è anche la cronaca dei distacchi che racconta la qualità del gesto: alle Tofane la manche d’attacco di Brignone ha scomposto gerarchie annunciate e lasciato poco spazio alle inseguitrici, compresa Mikaela Shiffrin, finita lontano dal podio in una giornata complicata. Dettagli che certificano il peso specifico di questo oro e lo rendono materia da manuale per gli allenatori.
Anterselva, Sudtirol Arena: cinque colpi per cambiare la storia
Un’ora dopo, ad Anterselva, il biathlon azzurro ha trovato il suo momento fondativo. Lisa Vittozzi ha vinto l’Inseguimento 10 km con una gara gestita come un’opera di sottrazione: niente sbavature sugli sci, lucidità tattica nel tenere la scia giusta, e soprattutto un ultimo poligono “da antologia”. Entrata seconda alle spalle della norvegese Maren Kirkeeide, l’azzurra ha piazzato un cinque su cinque perfetto proprio quando la gara poteva ribaltarsi. La norvegese ha commesso due errori, la porta si è spalancata e Vittozzi ha corso verso la prima medaglia d’oro olimpica dell’Italia nel biathlon, la prima femminile di sempre e, soprattutto, la prima in assoluto per i colori azzurri in questa disciplina. Un primato che diventa spartiacque.
La cornice ha fatto il resto: quasi 20 mila persone sulle tribune della Sudtirol Arena hanno tenuto il fiato fino all’ultimo bersaglio prima di esplodere quando la quinta piastra è caduta. Era una settimana che Vittozzi, 31 anni, teneva la barra alta – argento nella staffetta mista – e l’Inseguimento le ha consegnato il tassello mancante di una carriera già piena. Il biathlon, sport di precisione nell’incertezza, ha eletto un nuovo manifesto italiano.
Nella stessa giornata il biathlon ha raccontato anche altro: nel settore maschile ha brillato lo svedese Martin Ponsiluoma davanti al norvegese Sturla Holm Lægreid e al francese Emilien Jacquelin; Tommaso Giacomel e Lukas Hofer hanno firmato rimonte e piazzamenti utili a una fotografia complessiva di movimento in salute. Ma l’inquadratura resta per forza di cose sul gesto di Vittozzi e su quello “0” finale al poligono, incastonato come un diamante nella statistica più ostica del biathlon.
Livigno, Snow Park: la rimonta che allunga la scia azzurra
A Livigno, quasi in simultanea, lo snowboardcross ha riaperto la vena emotiva della giornata. Lorenzo Sommariva ha completato la sua frazione tra contatti e turbolenze che lo hanno lasciato in ritardo, ma la seconda metà era nelle mani giuste: Michela Moioli, già bronzo nell’individuale due giorni prima, ha messo in pista la sua miglior dote, la capacità di leggere la neve negli ultimi metri. Partita terza, ha recuperato con traiettorie pulite e decisioni nette fino a scavalcare la Francia e a chiudere alle spalle della Gran Bretagna di Huw Nightingale e Charlotte Bankes. Argento Italia, bronzo Francia. E un’altra pagina firmata dalla campionessa bergamasca, capace di rimettersi in gioco anche dopo uno spavento in allenamento durante la settimana.
L’argento della coppia Moioli–Sommariva è anche una medaglia-soglia: è il podio che ha fatto scattare il nuovo record azzurro ai Giochi invernali, portando il totale oltre le 20 medaglie di Lillehammer 1994. Nel dettaglio: la finale della mixed team ha consegnato all’Italia il secondo posto a +0.43, dietro alla Gran Bretagna e davanti alla Francia, dopo un percorso di turni sempre in rimonta con Moioli protagonista. Dalla tribuna, l’abbraccio di Giovanni Malagò alla campionessa italiana ha cristallizzato l’emozione di una giornata “di casa” che resterà a lungo.
Un Paese oltre il suo record: numeri e contesto
Per dare misura alla portata di quanto visto tra Cortina, Anterselva e Livigno, basta un dato: con Brignone, Vittozzi e la coppia Moioli–Sommariva, l’Italia ha superato e poi ritoccato il suo massimo storico di medaglie in un’Olimpiade invernale. La proiezione aggiornata nel pomeriggio del 15 febbraio 2026 parla di un bottino che ha già varcato quota 22 podi, con almeno 8 ori nel carniere e una settimana di gare ancora da vivere. È una progressione che sta portando gli azzurri nelle zone altissime del medagliere, dietro soltanto a corazzate come la Norvegia. L’obiettivo fissato dal CONI alla vigilia – 19 medaglie – è stato superato in corsa. Non è solo volume: è una distribuzione di successi che tocca molte discipline diverse, segno di un movimento ampio e ben nutrito.
Il bronzo che vale vent’anni: la staffetta maschile del fondo torna sul podio
La giornata italiana aveva peraltro già acceso i motori in tarda mattinata, al Centro del fondo di Lago di Tesero. Nella nuova distanza della 4x7,5 km, il quartetto composto da Davide Graz, Elia Barp, Martino Carollo e Federico Pellegrino ha conquistato un bronzo di sostanza e di memoria. Davanti, la Norvegia – con l’ultimo frazionista Johannes Høsfot Klaebo – si è presa l’oro, la Francia l’argento; l’Italia ha aspettato l’ultima frazione per rovesciare la partita: Pellegrino è rientrato sul finlandese Niko Anttola, lo ha studiato, e lo ha passato nell’ultima salita, la “Zorzi”, firmando un sorpasso che ha il sapore di film già cult. È il ritorno sul podio olimpico della staffetta maschile italiana a distanza di 20 anni dall’oro di Torino 2006, dopo una rincorsa costruita con intelligenza.
L’impresa azzurra si avvita a un’altra statistica di grandezza assoluta: con questo successo di squadra, Klaebo ha messo in bacheca il suo nono oro olimpico, issandosi in vetta all’albo dei plurivincitori dei Giochi invernali. Un segno dei tempi: il fondo mondiale vive l’epoca dell’uomo che detta nuovi standard, e il bronzo dell’Italia vale ancora di più perché scolpito dentro questa era.
Le parole che restano
I fuoriclasse spesso faticano a nominare l’eccezione nell’istante in cui la compiono. «Sono senza parole», ha detto Federica Brignone davanti alle telecamere, quasi a voler spostare l’attenzione dal trionfo alla pulizia del gesto: “Ho pensato solo a sciare e spingere il più possibile”. Un modo di raccontarsi che spiega tanto: l’ordine con cui ha gestito la prima manche, la freddezza nel non concedere nulla nella seconda, l’empatia nel pensiero rivolto alla compagna Della Mea, quarta per un’inezia. Sono frasi che fanno eco alla sostanza della giornata: meno enfasi, più controllo; meno aggettivi, più fatti.
Di fronte ai cinque colpi perfetti di Lisa Vittozzi nell’ultimo poligono, l’Italia ha riscoperto il gusto del silenzio che precede l’esultanza. È in quel respiro trattenuto che si misura la grandezza delle imprese tecniche, quelle in cui l’errore è tanto possibile quanto definitivo. La biatleta di Sappada ha allineato gesto, testa, marcia e si è presa la medaglia che mancava alla storia azzurra. Una campionessa completa, in uno scenario – Anterselva – che conosce a memoria e che l’ha adottata come un simbolo.
E poi c’è la carezza lunga di Michela Moioli alla pista di Livigno: quella capacità di rimontare con linee pulite, scegliendo il sorpasso non come acuto di disperazione ma come curva scritta con anticipo. È la cifra di un’atleta che tiene insieme esperienza, coraggio e gestione del rischio, e che con Sommariva ha riportato lo snowboard italiano al centro dell’album di famiglia dei Giochi. L’argento – e il record nazionale di podi – come conseguenza naturale di una cultura vincente.
E adesso?
La classifica delle medaglie dice che l’Italia è stabilmente nella fascia nobile e che i margini per allungare la scia ci sono ancora. Ma anche se oggi non arrivasse altro, il 15 febbraio 2026 resterebbe inciso come il giorno in cui tre luoghi – Cortina, Anterselva, Livigno – hanno scritto un racconto coerente: talento, metodo, coraggio. E un Paese intero che li ha riconosciuti all’istante.
È la fotografia di un’Olimpiade che sta cambiando la percezione di cosa sia possibile per l’Italia degli sport invernali. Con Brignone che raddoppia e tocca corde epiche; con Vittozzi che apre, finalmente, la pagina d’oro del biathlon italiano; con Moioli e Sommariva che aggiungono il punto esclamativo di squadra. Per una volta, le parole arrivano dopo: parlano i numeri, parlano i gesti, parla la neve.