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la cabala

Milano-Cortina, portabandiera tutti e quattro sul podio: l’Italia sfata un tabù che durava da decenni

Quattro alfieri, quattro storie e un filo tricolore: da San Siro al Lago di Tesero, i leader simbolici dell’Italia si sono presi anche le medaglie. E ora il “record azzurro” ai Giochi invernali cambia volto.

16 Febbraio 2026, 12:16

Milano-Cortina, portabandiera senza catene: tutti e quattro sul podio. L’Italia sfata un tabù che durava da decenni

Quattro alfieri, quattro storie e un filo tricolore: da San Siro al Lago di Tesero, i leader simbolici dell’Italia si sono presi anche le medaglie. E ora il “record azzurro” ai Giochi invernali cambia volto.

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A Milano-Cortina 2026, gli alfieri azzurri sono quattro e, uno dopo l’altro, hanno tutti centrato un podio: la regina dello short track Arianna Fontana con l’ennesimo capolavoro, l’alpina d’acciaio Federica Brignone con un doppio oro da leggenda, il curler Amos Mosaner con il bronzo in coppia nel doppio misto. Con il sigillo di “Chico” Pellegrino arriviamo a quattro su quattro. Una rarità, un unicum, un segnale. E forse, più di tutto, un indizio dell’Italia che sta cambiando passo ai Giochi di casa.

Non era una delegazione come le altre. Per la prima volta l’Italia ha avuto quattro portabandiera: una coppia a Milano (Arianna Fontana e Federico Pellegrino) e una a Cortina d’Ampezzo (Federica Brignone e Amos Mosaner), in sintonia con il format diffuso della cerimonia inaugurale del 6 febbraio 2026 tra San Siro e le sedi in quota. Una decisione simbolica – equilibrio di genere e di “famiglie” sportive, ghiaccio e neve – presa dal CONI per rappresentare al meglio l’anima dei Giochi italiani. E la sfilata doppia, tra San Siro e la Regina delle Dolomiti, ha avuto la potenza di un manifesto: quattro storie, un’unica bandiera.

Mentre il pubblico di casa si stringe attorno agli azzurri, i numeri raccontano un salto di qualità. Con una settimana ancora da vivere, l’Italia ha già superato il suo massimo storico ai Giochi invernali: più di 20 medaglie di Lillehammer 1994, spingendosi oltre quota 22 e restando a ridosso del dominio norvegese. È un exploit corale, figlio di un programma pluriennale che ha spinto talenti cresciuti nel territorio e nelle forze sportive. Tra i picchi d’eccellenza: l’oro nel biathlon di Lisa Vittozzi, il doppio trionfo di Brignone, e i podi “senza età” di Fontana. Il metallo, stavolta, ha il suono della costanza.

A 36 anni, Arianna Fontana ha aggiunto un altro capitolo alla sua biografia già leggendaria. Argento nei 500 metri di short track dopo avere trascinato la staffetta mista, e soprattutto la cifra che pesa come un macigno nella storia dello sport italiano: 13 medaglie olimpiche complessive, primato assoluto eguagliato con il “totem” della scherma Edoardo Mangiarotti. Un record che racconta affidabilità, longevità e un istinto da predatrice agonistica mai sopito. All’Ice Skating Arena, l’Italia ha urlato il suo nome come dal 2006 a oggi: è la bandiera che si muove veloce sul ghiaccio.

Cosa significa il “13”: è il tetto che nessun azzurro aveva toccato dai Giochi di Roma 1960, quando Mangiarotti completò la sua collezione. Oggi Fontana lo affianca, diventando di fatto la più vincente di sempre tra gli italiani tra estive e invernali. Un traguardo che racconta anche il respiro internazionale dello short track azzurro.

Meno di un anno fa il ginocchio di Federica Brignone faceva temere per il futuro. A Cortina, davanti alla sua gente, la campionessa valdostana ha riscritto la narrazione: prima l’oro nel Super-G, poi il capolavoro nel gigante con un margine da fuoriclasse. Due ori che proiettano Brignone nel pantheon dello sci azzurro e aggiornano anche il suo conto personale: la più medagliata tra gli sciatori italiani, un’icona di resilienza sportiva. Da portabandiera a leader naturale sulle piste di casa, in due specialità diverse e con una naturalezza da campionessa totale.

Perché è speciale: vincere in due discipline a distanza di pochi giorni, dopo una riabilitazione complicata, ribadisce un concetto chiave per comprendere Brignone: gestione dei tempi, tecnica inossidabile e una fame che la spinge oltre gli ostacoli. In tribuna si respirava la consapevolezza che un pezzo di storia stesse prendendo forma sotto gli occhi di tutti.

Là dove il ghiaccio detta architetture sottili e la mano trema solo a chi non ha dentro il mestiere, Amos Mosaner ha rimesso l’Italia del curling sul podio olimpico. Con Stefania Constantini, nel doppio misto, è arrivato il bronzo del 10 febbraio 2026, contro la Gran Bretagna, in un match nervoso e tattico vinto 5-3. Quattro anni dopo l’oro di Pechino 2022, gli azzurri confermano che non c’era stato alcun colpo di fortuna: è scuola, è organizzazione, è leadership. Per Mosaner, alfiere a Cortina, la medaglia è un sigillo sul ruolo di ambasciatore di uno sport che in Italia ha finalmente trovato casa.

Il contesto del torneo: in semifinale la corsa si era fermata all’ultimo end contro gli Stati Uniti (coppia Thiesse–Dropkin), poi argento dietro alla Svezia dei Wranå. Un tabellone di altissimo livello che dà ulteriore peso al bronzo azzurro.

La staffetta maschile di sci di fondo ha cambiato metrica – dai classici 4x10 km alla nuova 4x7,5 km – ma non ha cambiato il valore della fatica. Per l’Italia, il bronzo del 15 febbraio 2026 in Val di Fiemme è una rinascita vent’anni dopo Torino 2006. Il quartetto Davide Graz, Elia Barp, Martino Carollo, Federico Pellegrino ha saputo soffrire, restando a distanza giusta dalla Norvegia irraggiungibile e dalla Francia fuori portata, e poi ha chiuso i conti con la Finlandia nell’ultima frazione. Per Pellegrino, due volte argento olimpico nella sprint, portabandiera a San Siro, è una medaglia dal sapore speciale, forse l’ultima danza a cinque cerchi.

Una medaglia “di sistema”: l’Italia torna sul podio olimpico della staffetta maschile dopo 20 anni e arricchisce una tradizione che conta, prima di Cortina, due ori e tre argenti tra il 1992 e il 2006. La svolta regolamentare sulla distanza non ne attenua il valore: al contrario, sottolinea la capacità di adattamento del movimento azzurro alla nuova formula 4x7,5 km.

In Italia – come altrove – ha a lungo serpeggiato l’idea che essere portabandiera potesse “pesare” in gara. Una superstizione, certo, ma alimentata da precedenti illustri.

A Parigi 2024, l’altista Gianmarco Tamberi, alfiere insieme alla fiorettista Arianna Errigo, non è andato a podio, debilitato anche da problemi renali alla vigilia della finale. Per lui, da campione olimpico in carica, è stato un epilogo amaro: undicesimo con 2,22 m, lontano dal metallo.

A Rio 2016, la nuotatrice Federica Pellegrini, icona del nostro sport, chiuse quarta nei 200 stile libero, gara della vita e della sua leggenda tecnica, mancando la medaglia per 26 centesimi.

Tornando ai Giochi invernali, a Vancouver 2010 il fondista Giorgio Di Centa – due ori a Torino 2006 – sfilò con il Tricolore ma non salì sul podio in quell’edizione. L’Italia raccolse 5 medaglie complessive, nessuna firmata da lui.

Un’altra immagine scolpita è quella di Carolina Kostner: portabandiera a Torino 2006, chiuse nona nel pattinaggio artistico, lontana dal sogno di una medaglia casalinga. Il suo bronzo olimpico arriverà otto anni dopo, a Sochi 2014.

Ecco perché Milano-Cortina spezza la narrativa: gli alfieri non sono più simboli “appesantiti” dal ruolo ma capitani che moltiplicano il proprio raggio d’azione. La prova è nei fatti: 4 su 4 a medaglia in pochi giorni, in discipline diversissime tra loro, con identiche responsabilità e identico peso emotivo. È un rovesciamento culturale prima ancora che statistico.