Pallamano
Gianluca Vinci: «La mia Nazionale è l'Albatro, abbiamo fatto la storia»
Il capitano, unico siracusano doc, dopo aver alzato la storica Coppa Italia a Riccione
Gianluca Vinci (foto Figh)
Siracusa ritrova un pezzo del suo orgoglio sportivo e lo fa attraverso un trofeo che pesa come un simbolo. L'Albatro Teamnetwork ha conquistato la Coppa Italia di pallamano maschile a Riccione, superando Trieste in finale e centrando il primo titolo della propria storia. Un successo che va oltre il parquet e che, per impatto emotivo, riaccende in città quella sensazione di appartenenza che in passato aveva avuto un nome su tutti: Ortigia.
A raccontarlo, con la voce ancora impastata di incredulità e commozione, è il capitano Gianluca Vinci, «siracusano doc» e volto di una squadra che negli ultimi anni ha costruito identità e credibilità. «Non ho realizzato ancora», ammette ripercorrendo le ore della finalissima e di una giornata che resterà scritta nella memoria del club. Poi, quasi a voler mettere ordine nelle emozioni, arriva la frase che più di tutte fotografa il senso dell'impresa: «Essere lì, essere siracusano… dopo l'Ortigia ci siamo noi». Non una sfida, ma una consegna ideale: la continuità di un orgoglio sportivo che torna a scaldare la piazza.
Anche se la Coppa è arrivata lontano dalla Sicilia, Siracusa era presente. E Vinci lo sottolinea senza retorica, parlando di una trasferta diventata epica: «Gente che è venuta, è partita la sera dopo Sassari… abbiamo spinto». La distanza si è accorciata nella voce dei tifosi, in un sostegno che ha trasformato Riccione in una casa provvisoria, ma piena.
Nel pieno dei festeggiamenti, come spesso accade a chi trascina e vince, spunta la domanda destinata ai protagonisti: «Si è fermato un papà e mi ha detto: perché non ti chiamano in Nazionale?». Vinci non alza la polemica, non cerca rivendicazioni. Risponde invece con una frase che racconta mentalità e priorità: «La mia Nazionale è l'Albatro». Un modo per dire che il valore non si misura solo nelle convocazioni, ma nella responsabilità quotidiana di guidare un gruppo e rappresentare una città.
E proprio il gruppo, per il capitano, è stato il segreto decisivo. «Deve essere un trampolino. Siamo una grande squadra», spiega. La Coppa non è un colpo di fortuna: nasce dalla compattezza nei momenti più complicati. «Due partite eravamo sotto, ma siamo uniti». Anche quando l'errore brucia e l'istinto sarebbe quello di isolarsi: «Quando mi giro perché sbaglio…». In quelle fratture potenziali, l'Albatro non si è spezzata. Anzi, ha trovato energia. «Ieri sera non ci avrebbe battuto nessuno», aggiunge Vinci, con la certezza di chi ha sentito una squadra più affamata, più pronta.
Il finale, oltre che per la propria famiglia in lacrime presente lì a bordo campo, però, è anche per chi ha resistito quando vincere sembrava un miraggio: Vito Laudani e Gabriele Di Stefano. «Tanti anni difficili, stagioni dove non ne vincevamo una: era facile lasciare. Invece loro hanno perseverato e hanno avuto ragione». Ed è forse questa l'immagine più vera del trionfo: un trofeo che luccica, ma soprattutto racconta fedeltà, sacrifici e una città che sogna adesso un tricolore.
«Ci penseremo da domani quando rientreremo in città anche perché sabato si torna a giocare in campionato e avremo una spinta in più».
L'Albatro ha vinto a Riccione, sì, ma ha riportato a casa qualcosa che mancava: la certezza che una città può ancora riconoscersi in una maglia e in un gruppo che non si sfila nei momenti storti. Se l'Ortigia è stata un'epoca, oggi «dopo l'Ortigia ci siamo noi» diventa una promessa: continuità, non confronto. E dentro quella promessa c'è la risposta migliore a ogni domanda sulla Nazionale: la responsabilità di rappresentare Siracusa, ogni giorno, vale già una convocazione. Ora la Coppa è un punto, non un traguardo: un trampolino. Perché quando vinci così, unito, non alzi solo un titolo: alzi una comunità.