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L'Italia deve davvero avere paura della Bosnia? L'analisi ragionata sulla Nazionale di Barbarez e Dzeko
Martedì prossimo gli Azzurri si giocano il Mondiale americano con una gara secca in trasferta: i pregi e i difetti dei nostri avversari
L’Italia ha di fronte un ostacolo inatteso ma estremamente insidioso sulla strada verso il Mondiale: la Bosnia Erzegovina. I balcanici hanno superato a sorpresa il Galles nella semifinale playoff a Cardiff e ora se la vedranno in gara secca con gli azzurri. La Bosnia non è esattamente uno squadrone, almeno sulla carta. Attualmente è 71° nel ranking FIFA (gennaio 2026), ma è una nazionale organizzata, pragmatica e abituata a “soffrire senza spezzarsi”. Sta attraversando una fase di transizione che combina l’esperienza dei senatori con l’energia di una nuova ondata di esterni e under.
Il commissario tecnico Sergej Barbarez, ex bandiera sulla panchina della Bosnia dall’aprile 2024, ha impresso uno spirito combattivo. Pur all’esordio alla guida di una selezione maggiore, ha riportato i “Draghi” su binari competitivi, trasformandoli in una tipica squadra “da playoff”, scorbutica e capace di governare emotività e dettagli.
Il laboratorio di Barbarez si fonda su un 4-2-3-1 o, in alternativa, su un 4-3-3. L’approccio non è dogmatico: le scelte vengono adattate alle caratteristiche dell’avversario. In non possesso, la Bosnia difende con un blocco medio-basso molto compatto, densificando il centro per sporcare o chiudere le linee interne. In fase offensiva alterna un palleggio paziente alla ricerca immediata della verticalità: il piano principale prevede il gioco diretto sul centravanti per sviluppare sulle seconde palle. Sulle corsie i terzini spingono per cross indirizzati sul secondo palo, mentre in transizione la squadra preferisce rallentare se non si aprono spazi favorevoli. Dopo il ritiro di Miralem Pjanić nel 2024, la manovra è diventata più corale e meno dipendente dal singolo colpo di genio, con maggior affidamento alle catene laterali.
Il simbolo, capocannoniere e primatista di presenze resta l’eterno Edin Džeko. Pur avendo compiuto 40 anni e trasferitosi in inverno allo Schalke 04, l’attaccante continua a dominare il reparto. È il fulcro del gioco: sponde, letture spalle alla porta e una presenza capace di occupare l’area di rigore, fisicamente ed emotivamente. Con lui in campo “nessuna palla alta è innocua”. A sostegno agiscono i mediani, un “doppio schermo” di protezione davanti alla difesa, e gli esterni, determinanti per generare cross e conquistare calci piazzati che alimentano l’attacco.
Le insidie per l’Italia? il gioco diretto su Džeko è un tema costante. Gli Azzurri dovranno imporsi nei duelli aerei ed evitare che le sue sponde inneschino i compagni tra le linee, curando in modo maniacale marcature preventive e coperture “a rimorchio”. La Bosnia sa addormentare la partita, abbassando il ritmo per limitare la qualità altrui. Rende al massimo sugli episodi e sulle palle inattive, un autentico marchio di fabbrica, con marcature miste e attenzione alle seconde traiettorie. La retroguardia bosniaca impone enorme pazienza. L’Italia dovrà mantenere un’andatura alta e continua, riducendo gli “stop & go” che favoriscono il riposizionamento avversario. Sarà decisivo creare vantaggi posizionali con triangolazioni rapide sul lato forte per poi colpire sul lato debole.