Finale play off
Italia, in Bosnia per completare l'opera
Coverciano-Sarajevo: dalla polemica per l’esultanza degli azzurri alle scelte tattiche di Gattuso in vista della Bosnia di Dzeko
Il calcio, a volte, non è solo una questione di pallone che rotola. Può diventare uno specchio deformante di tensioni sopite, di orgoglio nazionale ferito e di scivoloni comunicativi che trasformano una qualificazione o un’eliminazione in un caso diplomatico-sportivo. Nelle ultime ore, l’asse tra Sarajevo e Coverciano è diventato bollente, non tanto per quanto accaduto nei novanta minuti di gioco, ma per ciò che è successo subito dopo, tra i post sui social e le reazioni viscerali dei protagonisti.
LA SCINTILLA DELLA DISCORDIA
Tutto ha avuto inizio con la vittoria della Bosnia che sancì l'eliminazione del Galles. Un risultato sportivo netto, che però ha innescato una reazione a catena inattesa in casa azzurra. Alcuni video circolati in rete hanno mostrato l'esultanza di alcuni giocatori azzurri, come Dimarco e Vicario, al momento dell’ufficialità del passaggio del turno bosniaco. Un gesto interpretato in Bosnia come un segno di superiorità, se non addirittura di scherno. La stampa di Sarajevo e i social network locali sono esplosi: «Guardate che arroganza, ne terremo conto» è il grido che rimbalza dai media bosniaci. La furia dei tifosi dei "Dragoni" non si è fatta attendere, leggendo in quel "pugnetto" alzato da Dimarco non un banale calcolo di tabellone, che favorirebbe l'Italia nel prossimo turno, ma una mancanza di rispetto verso una nazione che vive il calcio con un'intensità drammatica.
L’ITALIA DEVE AVERE PAURA?
Mentre le polemiche infuriano, resta il dato tecnico. La Nazionale bosniaca guidata da Sergej Barbarez e trascinata dall'eterno Edin Dzeko si conferma una squadra ostica, solida e capace di compattarsi nelle difficoltà. A Cardiff ha fatto vedere una pressione alta che potrebbe metterci in difficoltà, non avendo, gli azzurri, un play che dribbli o crei superiorità. Ma quella di Gattuso è una Nazionale che ha dimostrato di avere carattere, di essere un gruppo unito con uno spirito collettivo di abnegazione che gli ha consentito di superare giovedì sera a Bergamo l’Irlanda del Nord. Quello che serve ora è gestire la pressione e le aspettative di tutti. Il metodo Gattuso? Pare che funzioni. Pochi concetti, chiari di calcio e di vita. Si fa quello che serve. Lo si fa insieme, per la Nazionale e anche per se stessi. I giocatori lo sanno. Disputare e far bene un Mondiale fa tutta la differenza del mondo. E nessuno dei 28 convocati ha mai giocato un Mondiale. Il day after a Coverciano è stato caratterizzato da riposo e scarico per chi ha giocato, campo e pallone per chi invece è rimasto fuori. La Bosnia di Dzeko ci aspetta nel piccolo stadio di Zeniza, ad un’oretta da Sarajevo, forte di un mix di vecchi e giovanissimi, di uno spogliatoio coeso con un senso di appartenenza solido. Hanno tempi supplementari e rigori da smaltire, ma più che un peso potrebbe essere un carburante in più.
SCELTE
Quale 3-5-2 per martedì, dunque? Quanto cambiare? La cosa più importante sarà non ripetere quel primo tempo lento e prevedibile visto con l’Irlanda del Nord, con i palloni addosso ai nostri giocatori offensivi spesso incapaci di creare spazio ed attaccarlo. A Bergamo, nella prima frazione di gioco non abbiamo mai dato l'impressione di stressare la linea difensiva degli irlandesi del Ct O'Neil. Meglio Kean che Retegui. Meglio nel secondo tempo con Locatelli a guadagnare metri a centrocampo e l’innesto dei giovani di gamba e libertà. Su tutti quel Pio Esposito, che subito ha capito che cosa serviva alla gara. Emblematica quella giocata per Kean appena entrato. L’interista, 3 reti in maglia azzurra per una media di un goal ogni 76 minuti, per un posto da titolare accanto a Kean, al momento il centravanti che può darci il mondiale. A Zenica abbiamo già giocato: era il 15 novembre del 2019, Roberto Mancini commissario tecnico azzurro. Il match venne vinto dall’Italia per tre a zero con reti di Belotti, Acerbi e Insigne. In quella formazione c’erano Donnarumma, in porta e, in mezzo al campo, Barella e Tonali. Quella partita era valida per le qualificazioni all’Europeo, poi, vinto due stagioni più tarde nella magica atmosfera di Wembley.