la storia
Brutta, letale e invincibile: 50 anni fa l'era effimera della "racchetta spaghetti" che fece infuriare Vilas
L'ira del campione argentino, le provocazioni di Nastase e un torneo finito nel caos: la folle e brevissima epopea dell'attrezzo che sconvolse il tennis nel 1977 (e che fu poi vietato)
Autunno 1977. Guillermo Vilas, allora re incontrastato della terra battuta (una specie di Rafa Nadal ante litteram) e reduce da una serie impressionante di vittorie sul rosso, lascia il campo furibondo durante la finale del torneo di Aix-en-Provence contro Ilie Nastase.
Sotto di due set, l’argentino fa i bagagli e consegna alla memoria una motivazione destinata a rimanere: “Non ho perso contro un giocatore, ma contro una racchetta”.
In quell’istante si apre e si chiude, di fatto, il mese d’oro della “racchetta spaghetti”, l’invenzione più discussa, stravagante e dirompente nella storia ultracentenaria del tennis.
Un attrezzo quasi leggendario che, per poche settimane, trasformò i campi di mezzo mondo in laboratori di fisica applicata. Tutto comincia nel 1971 a Vilsbiburg, piccolo centro della Baviera. Werner Fischer, orticoltore di mestiere e tennista per passione, ha un’intuizione: perché le corde devono flettersi e scattare soltanto nella direzione d’impatto?
Nel tentativo di replicare nel tennis gli effetti del tennistavolo, concepisce un complesso sistema a doppia incordatura: 36 verticali e appena 5 o 6 orizzontali, non intrecciate ma distribuite su tre piani sovrapposti.
A tenere separati i filamenti e consentirne il movimento elastico, nastri adesivi, doppi nodi e soprattutto minuscoli tubicini in plastica, da cui nascerà il soprannome “spaghetti”.
L’estetica del telaio è discutibile e l’incordatura richiede fino a tre ore agli esperti (contro i tradizionali 15-20 minuti), ma in campo i vantaggi sono sorprendenti.
Fischer la mette in mano ai compagni del suo modesto club, che vola inaspettatamente nella massima serie tedesca. Anni dopo, studi universitari confermeranno il fenomeno: la palla, trattenuta più a lungo su una superficie cedevole e mobile, subisce una sorta di “doppio colpo” che immagazzina energia e raddoppia le rotazioni.
La vera “spaghetti mania” però deflagra negli Stati Uniti. Scartata da campioni come Jimmy Connors, viene adocchiata dal semisconosciuto Mike Fishbach in un negozio di fotografia a Gstaad. Non potendola acquistare, la osserva con cura e, tornato nella sua cantina a Long Island, ne realizza una copia artigianale lavorando per 30 ore con il fratello.
Con quello strumento inconsueto si presenta allo US Open 1977, supera le qualificazioni e firma l’impresa eliminando nettamente l’ex campione Stan Smith.
L’inglese John Feaver, tra i primi a subirne gli effetti, racconterà atterrito: “Quando le corde impattano la palla non si sente niente, ma in volo sembra un uovo impazzito, e al momento del rimbalzo può schizzare un metro da una parte o dall’altra”.
Tra le vittime dell’arnese c’è persino Ilie Nastase. Sconfitto a Parigi dal francese Georges Goven, uno dei primi ad adottarlo, il romeno esplode di rabbia e giura che non avrebbe mai usato quella racchetta perché sarebbe stato contrario alla sua “dignità”. Ma Nastase è un istrione: pochi giorni dopo cambia idea, telefona a Fischer e lo supplica di portargliene una in Costa Azzurra.
Si arriva così al celebre torneo di Aix-en-Provence: su quattro semifinalisti, tre impugnano la “spaghetti” (Nastase, Goven e Deblicker). L’unico baluardo del tennis ortodosso è Vilas, la cui imbattibilità sul rosso si sgretola in due set sotto i rimbalzi “alieni” prodotti da Nastase, fino al ritiro per frustrazione.
È la goccia che fa traboccare il vaso. Le istituzioni del tennis, timorose che la tecnologia soppianti il talento, intervengono a gamba tesa. Il giorno successivo alla finale, il 3 ottobre 1977, la Federazione Internazionale (ITF) emette un provvedimento d’urgenza che vieta temporaneamente le racchette a doppia incordatura; il divieto diventerà permanente l’anno seguente.
Il bando repentino, forse utile a preservare l’essenza romantica del gioco, stronca però le ambizioni economiche di Werner Fischer. L’inventore è a un passo da contratti faraonici: Adidas, Lacoste, Donnay e Prince lo cercano, e lui ha già 2.000 telai pronti per invadere il mercato. Invece, resta con un pugno di mosche.
“Sarebbe bastato un anno e sarei diventato ricco, invece mi hanno rovinato”, ricorderà furente anni dopo. Negli Stati Uniti, un imprenditore tedesco, Gunter Harz, proverà a citare in giudizio la federazione americana chiedendo 2 milioni di dollari di risarcimento per l’esclusione dal mercato, senza esito.
Oggi l’invenzione di Fischer è un cimelio, uno dei quali è custodito persino nelle teche del Museo di Wimbledon.