PREMIER LEAGUE
Tudor-Tottenham, fine corsa: perché gli Spurs hanno scelto di cambiare ad appena 44 giorni dall’arrivo
Una separazione “consensuale” che pesa come un macigno: dentro numeri impietosi e scelte controverse
Allo scoccare di un pomeriggio grigio di fine marzo, lo striscione luminoso del sito ufficiale degli Spurs s’è acceso con tre righe secche, chirurgiche, quasi asettiche: “È stato concordato di comune accordo che Igor Tudor lascia il club con effetto immediato”. Sotto, un’altra frase che racconta molto più di un comunicato: “Il Club porge le sue condoglianze per il recente lutto familiare dell’allenatore croato”. Nel giro di pochi minuti, la notizia ha risalito l’Europa del calcio come una scossa: il Tottenham cambia ancora, con la stagione che corre e l’ombra della retrocessione che si allunga sul Nord di Londra.
I fatti, prima di tutto
La società ha annunciato la separazione immediata da Igor Tudor, “di comune accordo”, assieme all’uscita dallo staff di Tomislav Rogic (preparatore dei portieri) e Riccardo Ragnacci (preparatore atletico). L’aggiornamento sul nuovo allenatore arriverà “a tempo debito”.
Tudor era stato nominato il 14 febbraio scorsoper traghettare la squadra fino a fine stagione. In sette partite alla guida degli Spurs, il suo bilancio è di 1 vittoria, 1 pareggio e 5 sconfitte: uno score che, in Premier, ha lasciato il Tottenham in zona caldissima, a ridosso dei posti che portano in Championship. La vittoria è arrivata in Champions League (3-2) contro l’Atlético Madrid senza evitare però l’eliminazione con un complessivo 7-5; il pari è stato l’1-1 ad Anfield con il Liverpool.
Dall’insediamento al crollo
Quando Igor Tudor ha messo piede a Hotspur Way, lo ha fatto in piena emergenza, raccogliendo l’eredità dell’esonero di Thomas Frank e di una classifica già precaria. La nomina chiudeva tre giorni di vuoto tecnico dopo il ribaltone in panchina. Il messaggio ufficiale ne inquadrava la missione: “migliorare le prestazioni, ottenere risultati, risalire la classifica”.
La prima, durissima, è stata il North London Derby del 22 febbraio: Tottenham-Arsenal 1-4. Un pomeriggio che ha mostrato subito la fragilità strutturale della squadra e l’ampiezza del compito affidato al croato.
Poi il crollo interno del 5 marzo contro il Crystal Palace (1-3), partita spaccata dall’espulsione di Micky van de Ven e da venti minuti di black-out che hanno fatto precipitare l’inerzia del match. Nel dopo gara Tudor ha provato a vedere “segnali”, ma i numeri — e la classifica — dicevano il contrario.
La notte di Madrid: il caso-Kinsky e la ferita aperta
Il 10 marzo al Metropolitano è diventato un simbolo. Il Tottenham affonda 5-2 con l’Atlético, ma soprattutto vive l’episodio-simbolo della gestione: dopo due errori iniziali, Antonín Kinský viene sostituito da Guglielmo Vicario al minuto 17. Una decisione che ha innescato un’ondata di critiche in Inghilterra e fuori, tra chi ha difeso il portiere e chi ha puntato il dito sulla scelta tecnica e sulla protezione dei giovani. Le cronache e le analisi internazionali hanno raccontato quel cambio come il punto di rottura del fragile patto emotivo tra spogliatoio, staff e piazza.
A freddo, lo stesso Tudor aveva ammesso che “tutto stava andando storto” in un 2026 diventato un percorso a ostacoli, con strisce negative che richiamavano statistiche centenarie.
Un lampo, poi il buio
Il 15 marzo il pari di Anfield (1-1) aveva riaperto uno spiraglio, restituendo una prova di resilienza in un ambiente depresso. Tre giorni dopo, al ritorno degli ottavi di Champions, il Tottenham batte 3-2 l’Atlético con la doppietta di Xavi Simons e il sigillo di Randal Kolo Muani, ma non basta per ribaltare il 5-2 dell’andata: fuori dall’Europa con il più classico dei “successi amari”. Quello resta anche l’unico successo di Tudor in panchina.
Il 22 marzo arriva la sconfitta più pesante nel merito e nel morale: 0-3 contro il Nottingham Forest, uno scontro diretto per la salvezza che precipita gli Spurs al 17° posto, un solo punto sopra la zona rossa. Il giorno dopo si ferma tutto per la sosta, ma l’aria — dentro e fuori — è già cambiata.
Uno sguardo al futuro: chi, come e quando
Il comunicato ufficiale rimanda a “un aggiornamento a tempo debito” sul nuovo Head Coach. Nel frattempo, è verosimile l’affidamento temporaneo del gruppo a uno dei tecnici interni, in attesa di una scelta definitiva che tenga conto di due esigenze non negoziabili: identità di gioco e capacità di gestione in emergenza. La scadenza, non scritta ma evidente, è il calendario della Premier League a ridosso del rush finale.
Sul medio periodo, il grande tema resta la panchina per il prossimo ciclo. Nelle ultime settimane — già durante la parentesi Tudor — si è riaccesa nei bookmaker e nelle cronache internazionali la suggestione Mauricio Pochettino per l’estate, pur con il vincolo del suo ruolo con la Nazionale USA in vista del Mondiale 2026. Trattiamo l’ipotesi per ciò che è: un’ipotesi, appunto, alimentata da voci, mercati e rimandi sentimentali della tifoseria. Nessuna conferma ufficiale, ad oggi.