TENNIS
«Non ce la faccio più»: l’ora fragile di Carlos Alcaraz e la diagnosi che inquieta
Un crollo emotivo in diretta mondiale, una frase sussurrata all’angolo e un interrogativo
Un cambio di campo, le luci calde di Miami, il brusio che non placa il ronzio nella testa. Poi, il sussurro che non ti aspetti dal numero uno: «Non ce la faccio più oggi, voglio tornare a casa adesso». La partita contro Sebastian Korda è ancora viva, ma nel terzo set arriva quel piccolo, enorme varco: il break nel settimo game. È il momento in cui il match si piega e, con esso, si affloscia la fiducia di Carlos Alcaraz. Sulla carta è solo un gioco strappato; nella sostanza è il punto di rottura di una serata in cui il corpo corre, la mente si impunta, la pressione presenta il conto. Lo ha raccontato, con lucidità e senza allarmismi, la psicologa Josefina Cutillas, che lo seguì da bambino: «È un danno psicologico paragonabile a un infortunio. La pressione è troppa, e se non ti occupi del tuo benessere alla fine crolli». Parole semplici, scomode, necessarie.
Il fatto: un terzo turno che pesa come una finale
Nella terza giornata “densa” del Miami Open, Korda batte il numero uno in tre set: 6-3, 5-7, 6-4. L’americano serve con una precisione glaciale, mette a segno 12 ace e non concede doppio fallo; la partita vive di strappi e correzioni d’inerzia, ma si decide quando Korda colpisce nel cuore del set finale: il break sul 4-3, settimo game, e poi tiene fino al traguardo. I numeri, stavolta, raccontano anche ciò che le frasi di Carlos hanno rivelato: più della tecnica, ha vinto la tenuta emotiva.
Il dettaglio del “settimo game” non è una pedanteria: è la fotografia di una soglia mentale. Nel tennis moderno i set si risolvono spesso nei famosi “momenti” — servizio da chiudere, palla corta da non sbagliare, risposta da osare — e il 7° game, statistica alla mano, è uno snodo dove la testa pesa quanto il braccio. Qui, la spinta si è invertita di colpo. E subito dopo è affiorata la frase che ha fatto il giro del mondo ispanofono: «No puedo más, me quiero ir a casa», catturata a bordocampo e rilanciata dai media spagnoli. La versione italiana ripresa dai giornali non cambia la sostanza: quel “non ce la faccio più” è il titolo di una crisi, non di una resa.
“Come un infortunio”: la lettura di Cutillas e il significato di un crollo
La dottoressa Josefina Cutillas, che ha lavorato con Alcaraz nell’età più plastica - fra i 7 e i 15-16 anni, quando si edificano abitudini mentali, rituali, anticorpi psicologici - ha definito il caso per quello che è: l’esito di uno stress accumulato, la manifestazione di un “infortunio psicologico”. Un concetto semplice: come un tendine che si sovraccarica partita dopo partita, anche la mente si microlesiona nel continuo alternarsi di aspettative, viaggi, luci e giudizi. Se non si previene, se non si cura il “benessere” con la stessa ferocia con cui si cura il dritto, il corto circuito è fisiologico.
Il parallelo con l’infortunio non è retorica. Gli psicologi dello sport sottolineano da anni come i tempi di recupero mentale abbiano una loro ciclicità, e come il “dolore” psichico chieda interventi puntuali: sonno, qualità del riposo, periodizzazione dei picchi di attenzione, consapevolezza dei pensieri automatici, rinegoziazione degli obiettivi. L’accumulo non esplode mai “quel giorno”: esplode “quel giorno” perché non lo si è ascoltato per tante settimane.
Il contesto: un calendario feroce e un bersaglio sulla schiena
Qui conviene allargare il quadro. Il 2025 di Alcaraz è stato siderale e, insieme, logorante: titolo a Monte-Carlo (Masters 1000), trionfo agli Internazionali d’Italia a Roma, difesa epica del Roland Garros contro Jannik Sinner — una finale da 5 ore e 29 minuti con 3 match point annullati, passaggio di nervi e di identità agonistica. Sono trofei che non solo nutrono la classifica: innalzano l’asticella dell’aspettativa collettiva e scrivono nel corpo debiti da ripagare. Nel 2026, su quella stessa terra battuta, Carlos sa di “difendere” non soltanto punti ATP, ma la percezione di invulnerabilità costruita un anno prima. E ogni sussurro esterno diventa eco interiore.
Non basta. A fine dicembre 2025, lo strappo sentimentale e professionale con Juan Carlos Ferrero: la chiusura di una relazione che è stata famiglia, accademia, imprinting, e la scelta di una nuova rotta tecnica con tutto il carico di incognite emotive. Diversi osservatori — fra cui Alex Corretja — hanno parlato di “tristezza per il tennis”, segnalando come quel legame fosse anche una cintura di sicurezza affettiva. Spezzarla significa reimparare a stare in equilibrio.
Eppure nel percorso di Alcaraz la dimensione mentale non è un tabù. Anzi: negli ultimi anni l’ha resa in modo trasparente parte del suo lavoro, affiancandosi a una specialista di altissimo profilo come Isabel Balaguer, docente e ricercatrice, riferimento internazionale per la psicologia dello sport. Proprio Balaguer, tra il 2024 e il 2025, ha raccontato come con Carlos si lavori su visualizzazioni, meditazioni, “stare nel punto” e ritornare al presente come boa mentale in mezzo alla tempesta. È la prova che l’attenzione alla mente c’è; ma è anche il segnale che, se salta una vite, il giorno del “non ce la faccio più” può capitare a chiunque.
Una frase, molte domande
Cosa ci dice quel «voglio tornare a casa adesso»? Che la stanchezza non è solo fisica. Che il carico simbolico di ogni partita — aspettative di sponsor, narrativa mediatica, confronto continuo con Sinner, confronto eterno con Nadal — si appiccica addosso fin dal riscaldamento. Lo spagnolo, già in passato, aveva ammesso pubblicamente che certe giornate di pressione “uccidono” più di altre: un tema tornato spesso nelle sue conferenze, anche in relazione ai momenti in cui l’assenza di un rivale diretto (o l’onda di una sua sconfitta) sembrava aumentare l’obbligo di vincere. Nulla di nuovo per un numero uno, ma qualcosa che, a 22-23 anni, può pesare come un macigno.