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Sarajevo 1996, perché Dzeko si è detto "sempre grato" all'Italia: quando la Bosnia batté gli azzurri dopo la guerra

In una Sarajevo ferita dall’assedio serbo, una nazionale appena nata sorprese i vicecampioni del mondo: una sera di calcio che divenne un atto pubblico di ricostruzione

31 Marzo 2026, 00:00

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“Più di una partita”: Sarajevo 1996, quando la Bosnia batté l’Italia e si prese il futuro

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"Per me quando inizia l'inno italiano tutti devono alzarsi ed applaudire, perché l'Italia è il primo Paese che è venuto dopo la guerra in Bosnia". Edin Dzeko, attaccante della Bosnia ed ex di Roma, Inter e Fiorentina, ha ricordato il precendete storico tra le due nazionali. "Magari tanti non si ricordano e non sanno - ha proseguito Dzeko - ma l'Italia è stata la prima a venire qua a giocare un'amichevole in Bosnia nel 1996. Per questo siamo sempre siamo sempre grati. Poi per 90 minuti ci sarà una guerra sicuramente, però dopo amici come prima, quello che succede succede, il calcio è questo".

Non è un ricordo tra tanti. Il precedente del 1996 tra Italia e Bosnia è storia. Allo scoccare del quinto minuto, un ragazzo alto e scattante che si chiama Hasan Salihamidžić sguscia sulla destra e colpisce. In quel preciso istante — Sarajevo, 6 novembre 1996, stadio Koševo — il boato non è solo il suono di un gol: è una città che prova a rialzarsi. Pochi mesi dopo la fine dell’assedio più lungo d’Europa nel secondo dopoguerra, la Bosnia ed Erzegovina batte l’Italia vicecampione del mondo per 2-1, conquistando la prima vittoria ufficiale della sua storia. Dal campo alla politica internazionale, quella sera tutto concorre a rendere il calcio una dichiarazione di esistenza.

Un’amichevole che non era un’amichevole

Sul tabellino c’è scritto “amichevole internazionale”. Ma nessuno, quel mercoledì, la vive come tale. La guerra è finita da poco più di otto mesi: l’assedio di Sarajevo da parte delle milizie serbe dopo che la Bosnia aveva dichiarato l'indipendenza dalla Jugoslavia, è stato dichiarato concluso il 29 febbraio 1996, dopo gli accordi di Dayton che avevano posto fine al conflitto con la firma cerimoniale del 14 dicembre 1995. In città, le cicatrici sono ovunque e la normalità è un progetto più che una realtà. Il Koševo, lo stadio delle Olimpiadi invernali del 1984, riapre alla grande scena: non solo una partita, ma un palcoscenico per dire al mondo che Sarajevo è ancora qui.

E attorno alla partita c’è un dispositivo internazionale di stabilizzazione che testimonia il “dopo Dayton”: nel 1996 agisce in Bosnia la forza NATO IFOR, che di lì a poco lascerà il posto alla SFOR per proseguire la messa in sicurezza del Paese. Il calcio arriva così dentro un cantiere di pace, dove ogni evento pubblico ha un valore che supera di molto il suo perimetro.

Il contesto sportivo: Italia grande, Bosnia appena nata

L’Italia allenata da Arrigo Sacchi, ancora “vicecampione del mondo” dopo USA ’94, è una squadra di primo piano nel ranking e nell’immaginario. In campo ci sono Paolo Maldini, Gianfranco Zola, Demetrio Albertini, Dino Baggio, Pierluigi Casiraghi ed Enrico Chiesa: una formazione che racconta da sola il peso tecnico e simbolico degli Azzurri. Dall’altra parte, la Bosnia di Fuad Mužurović è una nazionale giovane, affiliata alla FIFA solo da luglio 1996, che ha alle spalle pochissime gare riconosciute e una stagione sportiva ripartita tra macerie e precarietà.

Pochi giorni prima di quella sera, il centravanti Elvir Bolić è diventato famoso in tutta Europa segnando a Old Trafford il gol con cui il Fenerbahçe ha inflitto al Manchester United la sua prima sconfitta europea in casa dopo quarant’anni: un dettaglio che, riletto alla luce di Sarajevo, spiega con quale fiducia i bosniaci arrivino all’appuntamento.

La cornice: il Koševo e il ritorno della città

Il Koševo — oggi intitolato a Asim “Hase” Ferhatović — è un luogo di memoria e ripartenza. Qui si aprirono i XIV Giochi olimpici invernali l’8 febbraio 1984, davanti a oltre 50-60 mila spettatori e a miliardi di telespettatori nel mondo. Nel 1996, lo stadio torna centro del racconto pubblico della capitale: la Bosnia ha bisogno di eventi capaci di cucire, e il calcio è un filo potente.

È anche l’anno in cui l’aeroporto di Sarajevo, devastato durante il conflitto, riapre ai voli civili in agosto 1996: segni tangibili che la città prova davvero a riconnettersi con il mondo. La rotta dell’Italia verso Sarajevo non è più un’eccezione militare o umanitaria, ma parte di un lento ritorno alla normalità.

La partita

I gol e i minuti che la raccontano

Minuto 5: Hasan Salihamidžić — futuro esterno del Bayern Monaco — affonda sulla destra e porta avanti la Bosnia. È il gol che accende lo stadio e ribalta le gerarchie emotive.

Minuto 10: l’Italia reagisce subito con Enrico Chiesa. Sembra l’avvio di una rimonta naturale, per qualità e abitudine dei vicecampioni del mondo.

Minuto 43: Elvir Bolić ritrova la porta. Dopo Manchester, ancora lui: Sarajevo esplode di nuovo. Sul tabellone, all’intervallo, c’è scritto 2-1. Sarà il risultato finale.

Il dato di pubblico oscilla tra “oltre 40 mila” e “fino a 50 mila” presenze a seconda delle fonti; la sostanza non cambia: il Koševo è pieno e partecipe, per una gara che in Bosnia assume il tono di una celebrazione civile.

Le scelte dei CT e gli uomini in campo

Arrigo Sacchi manda in campo una squadra di alto profilo, con Paolo Maldini capitano davanti a Francesco Toldo, e un tridente “leggero” in cui spicca Gianfranco Zola. Nella ripresa entrano anche Fabrizio Ravanelli, Marco Simone, Gianluigi Lentini. Dall’altra parte Fuad Mužurović affida la fascia a Muhamed Konjić e schiera, oltre a Salihamidžić e Bolić, anche Elvir Baljić, allora astro nascente del calcio balcanico. È una Bosnia coraggiosa, verticale, decisa a sfruttare l’energia della serata.

L’arbitro, la gestione delle sostituzioni, l’andamento tattico rivelano una gara vera, intensa: l’Italia cerca il pari con il fraseggio e i cambi offensivi, la Bosnia non arretra e, anzi, difende alto quando possibile, trovando in Bolić la valvola per risalire il campo. Non è un assalto all’arma bianca, ma un piano partita consapevole, sulle gambe giuste.

La qualità che fa la differenza

Il gol di Bolić al 43’ è anche il manifesto di una squadra che, pur giovane, non difetta di carisma. La memoria recente dell’impresa di Old Trafford lo accompagna come un viatico tecnico e psicologico. La conclusione, precisa e letale, punisce un’Italia che si era illusa di poter gestire la serata in controllo dopo l’1-1 di Chiesa. A fine gara i bosniaci non festeggiano “contro” qualcuno, ma “per” qualcosa: una prima volta che vale un capitolo di storia collettiva.

Oltre il risultato: simboli, immagini, conseguenze

Perché quella vittoria è “la prima volta” che conta

Per la Bosnia ed Erzegovina, appena affiliata alla FIFA nell’estate 1996, battere l’Italia è molto più che un exploit tecnico: è la prima vittoria ufficiale riconosciuta dalla federazione internazionale. In un Paese che sta riorganizzando istituzioni, campionati, impianti e calendari dopo anni di guerra, questo “2-1” traccia una linea netta tra il prima e il dopo. Anche la federazione bosniaca, a posteriori, indicherà la serata di Sarajevo come una delle pietre miliari del suo percorso.

Alla portata storica dell’evento contribuisce pure la dimensione internazionale: i vicecampioni del mondo — all’epoca tra le prime posizioni del ranking FIFA — non sono un avversario qualsiasi. Per la Bosnia, che muove i primi passi nelle competizioni europee dopo la guerra, l’immagine di quella partita diventa un biglietto da visita verso l’esterno.

Il significato per l’Italia: la fine dell’era Sacchi

Per l’Italia, Sarajevo 1996 segna lo spartiacque finale dell’era Arrigo Sacchi. Reduce dall’eliminazione nella fase a gironi di Euro ’96, il CT rimane in carica ancora per poche settimane: a dicembre si dimetterà e al suo posto arriverà Cesare Maldini, campione d’Europa tre volte alla guida dell’Under 21. La sconfitta di Sarajevo, più che un processo tecnico, è un simbolo: una Nazionale potentissima per qualità individuali ma fragile nel momento storico. Da lì parte un altro ciclo.

“Noi contro di loro” non c’entra: c’entra il futuro

Molti resoconti internazionali dell’epoca insistono sul paradosso che la partita sarebbe dovuta passare in secondo piano rispetto al messaggio di “solidarietà, buona volontà e cooperazione”. Invece fu vera, competitiva, intensa — e proprio per questo piena di senso. Per i bosniaci, non una “vendetta” contro qualcuno, ma la prova di poter competere e vincere con le migliori. Per gli italiani, un richiamo a ricalibrare ambizioni e percorso.

Che cosa insegna Sarajevo 1996, oggi

Il calcio come diplomazia del quotidiano

C’è una frase che sintetizza bene il senso di quella sera: il calcio non fa la pace, ma rende la pace “abitabile”. Mettere in sicurezza le strade, riaprire un aeroporto, riparare uno stadio, convocare una nazionale, stampare i biglietti: sono gesti pratici che, uno accanto all’altro, compongono una ricostruzione. In quell’istante, la Bosnia che batte l’Italia è un’immagine capace di viaggiare, oltre le macerie, senza bisogno di traduzione.