L’ANALISI
Il grande slam di una società che ha trasformato l'arte della vittoria
L'analisi del ciclo rossazzurro dopo la vittoria di un trofeo prestigioso come la Coppa Italia di futsal
Meta Catania ha deciso di riscrivere le leggi del futsal tricolore. Non è più una semplice striscia di successi; è un’egemonia culturale applicata al rimbalzo controllato.
Quattro titoli in tre anni. Se fosse un romanzo, lo avrebbe scritto un Dumas in stato di grazia; se fosse musica, sarebbe il crescendo rossiniano di chi non sa più cosa significhi la parola “sazietà”.
In tre stagioni, i rossazzurri hanno collezionato trofei come fossero perle di una collana preziosissima. È il capolavoro di una società che ha saputo seminare nel basalto, raccogliendo frutti d’oro. È la vittoria di un popolo che vede nei propri ragazzi il riflesso di una città che non si arrende mai.
I due scudetti sono due “stelle polari” che hanno orientato la navigazione di una flotta che non teme tempeste: il primo come scoperta, il secondo come conferma di una superiorità che si è fatta dogma. Poi la Supercoppa: il trofeo del coraggio. La Coppa Italia, infine: il sigillo definitivo, la corona posta sulla testa del re a ribadire che, nel cortile di casa nostra o lontano dalle mura amiche, comanda solo chi ha il fuoco dentro.
Non chiamatelo miracolo. Il miracolo è un evento accidentale; qui siamo di fronte a una pianificazione estetica. La Meta ha trasformato il futsal in una disciplina dove il pallone non rotola, ma ubbidisce a un disegno superiore. È la forza di un gruppo che ha saputo fondere il talento sudamericano con la ferocia sicula, creando un ibrido che corre più veloce del tempo.
In questi tre anni, Catania non ha solo vinto: ha “abitato” la vittoria. Ha reso normale l'eccezionale. Mentre gli altri inseguono schemi e tatticismi, i ragazzi di coach Juanra e del presidente Enrico Musumeci inseguono l'eternità. Ogni gol è una rima, ogni parata è un paragrafo di storia. Il quadrilatero dei trionfi è ora completo, ma la sensazione è che ci vorrà inchiostro in abbondanza per scrivere i prossimi capitoli.
Perché quando hai il Vulcano nelle vene, non ti accontenti di guardare la cima: vuoi diventarne il cratere.