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1 aprile 2026 - Aggiornato alle 21:34
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Il caso

La mancata partecipazione al mondiale: ecco a quanto ammonta il danno economico

Il "Brand Italia" ha subìto una svalutazione senza precedenti. E i partner commerciali rinegoziano gli accordi al ribasso

01 Aprile 2026, 18:29

18:30

Gabriele Gravina, presidente federale

Gabriele Gravina, presidente federale

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C’è un uomo che martedì sera, nello spoglio catino del “Bilino Polje”, sorrideva beffardo dall’alto. Non era un tifoso bosniaco e nemmeno un membro dello staff del ct Barbarez. Era Edward Aloysius Murphy. La sua legge, implacabile come un fischio d’inizio sotto la pioggia, ha trovato a Zenica il suo laboratorio perfetto: "Se qualcosa può andare male, lo farà". E per l'Italia di Rino Gattuso, nell’ultima notte di marzo che ora sa di fine del mondo, tutto è andato esattamente come non doveva. Per la terza volta consecutiva, il calcio italiano si ritrova a guardare il mappamondo con l'amarezza di chi è stato invitato alla festa ma ha bucato tutte e quattro le gomme lungo la strada. Non è più un caso, non è più sfortuna: è una coreografia del disastro meticolosamente eseguita, ormai una costante matematica. Se la sconfitta di Zenica contro la Bosnia ed Erzegovina è stata il trauma, le sue conseguenze sono la dimostrazione vivente della Legge di Murphy: in un sistema dove tutto può andare storto, il peggio non solo accade, ma si siede a tavola e ordina il conto più salato possibile.

BARATRO E SOLITUDINE

L’Italia del calcio si ritrova oggi a fare i conti con macerie che non sono solo sportive, ma strutturali, economiche e psicologiche. Gli azzurri, sono gli unici a restare a casa tra i campioni, cioè le squadre che hanno vinto almeno una volta la Coppa del Mondo, e tra le nazionali che occupano le prime dieci posizioni del ranking Fifa. Si sarebbe dovuto vincere per andare al Mondiale, invece ci si è arresi all’imperfezione del numero tre: terza esclusione di fila, che ormai è anche solitudine visto che nessuna nazionale campione ha mai saltato tre Mondiali di fila. In un Paese dove la responsabilità è spesso un concetto astratto, la Legge di Murphy impone che il fallimento sia totale. Le dimissioni in blocco della FIGC non sono più un'ipotesi, ma dovrebbero diventare una necessità inevitabile. Il fallimento del progetto tecnico di Gattuso, e del suo predecessore, trascina con sé l'intera impalcatura del calcio italiano. La responsabilità, per sua stessa ammissione, è del Presidente Gabriele Gravina. La prossima settimana si riunirà il consiglio federale per decidere le sorti del vertice del nostro calcio e, forse, si capirà se realmente si vorrà mettere in atto un cambiamento o, come spesso è accaduto, un semplice rimpasto realizzato con l’allontanamento dei meno colpevoli.

BUDGET

La discesa all’inferno del nostro football tocca anche le finanze della Figc. La mancata partecipazione a USA-Messico-Canada 2026 comporterà una perdita stimata tra i 100 e i 150 milioni di euro in termini di premi FIFA, diritti TV, sponsorizzazioni e merchandising. I partner commerciali, già scottati dai precedenti blackout, potranno rinegoziare i contratti al ribasso. Le clausole presenti negli accordi con gli sponsor, vedi Adidas, prevedono un malus, cioè una rimodulazione al ribasso, che scatta automaticamente in caso di mancata qualificazione: in totale, si parla di 9,5 milioni in meno. Il "Brand Italia", ossia il prestigio della maglia azzurra, un tempo asset globale, ha subito una svalutazione senza precedenti. Un’intera generazione di tifosi all’estero, come in Patria, crescerà senza vedere l’Italia sul palcoscenico più importante. E dunque, se un brand può essere associato a un successo, lo farà; se viene associato a un fallimento cronico, scapperà.

CRISI D’IDENTITÀ

A livello tecnico, la sconfitta per 5-2 ai rigori contro la Bosnia certifica la sparizione, o la carenza, del talento italiano. Non si può pensare e credere che elementi di qualità e valore come Pio Esposito, Marco Palestra o Niccolò Pisilli da soli possano invertire un trend che è negativo da troppi anni. Il paradosso di Murphy si applica anche ai giovani: "Se un giovane promettente può essere bruciato da troppa pressione o troppe panchine, accadrà". Il campionato di Serie A, sempre più dominato da stranieri, non riesce più a produrre i ricambi necessari, e i pochi talenti rimasti vengono schiacciati dal peso di dover salvare, da soli, un sistema in rovina. Mentre l’Italia si è risvegliata orfana di un futuro calcistico immediato e la Bosnia festeggia una storica qualificazione, noi ci interroghiamo su come sia stato possibile fallire ancora. La risposta è nella semplicità crudele di Murphy: abbiamo lasciato troppe cose al caso, e il caso ha scelto la strada peggiore. Dodici anni senza Mondiali non sono una statistica, sono una condanna. Se qualcosa poteva andare storto nel percorso di rinascita, lo ha fatto nel modo più rumoroso possibile, tra i fischi di Zenica e il silenzio assordante di un'intera penisola. Restano come sempre le analisi, i processi e soprattutto quella amara sensazione che, dopotutto, Murphy avesse ragione fin dall'inizio: se l'Italia può fallire la qualificazione, lo farà nel modo più spettacolare e atroce possibile.