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2 aprile 2026 - Aggiornato alle 11:40
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il fallimento

Il giorno più lungo di Gravina: vertice in FIGC e ombra delle dimissioni

Dopo la dolorosa onta Mondiale di Zenica, il presidente federale è a un bivio. Alle 14:30 il confronto decisivo in via Allegri con le Leghe: il passo indietro è sempre più probabile

02 Aprile 2026, 09:02

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Il giorno più lungo di Gravina: vertice in FIGC e ombra delle dimissioni

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L’eco della porta sbattuta negli spogliatoi dello Stadion Bilino Polje di Zenica non si è ancora spenta, ma il naufragio della Nazionale si è già tramutato in una crisi istituzionale profonda, che ha un baricentro preciso: Gabriele Gravina.

La terza, dolorosissima, mancata qualificazione consecutiva alla rassegna iridata, maturata dopo il 4-1 ai rigori contro la Bosnia e con gli Azzurri in inferiorità numerica per larga parte dell’incontro, condanna l’Italia ad almeno sedici anni senza Mondiale.

Il vuoto generazionale e la frattura identitaria del nostro calcio hanno spostato il fronte della tempesta dal campo ai palazzi del potere sportivo. Oggi, 2 aprile 2026, i riflettori sono puntati su via Allegri, a Roma: alle 14.30 è previsto un vertice cruciale con tutte le componenti della FIGC, da Serie A e Serie B a Lega Pro e LND, fino ad AIC e AIAC.

In questo quadro delicatissimo, il presidente federale procede su un crinale sottilissimo, sospeso tra la volontà di guadagnare tempo e l’eventualità concreta di rimettere il mandato. Subito dopo la disfatta in Bosnia, Gravina aveva frenato sull’ipotesi di un addio immediato, rivendicando il percorso riformatore avviato e rinviando ogni valutazione al Consiglio federale della prossima settimana. Con il passare delle ore, però, la pressione è montata e lo scenario è cambiato: un passo indietro al termine del confronto odierno appare via via più plausibile.

La contraddizione è evidente: solo un anno fa Gravina veniva rieletto alla guida della Federcalcio con un plebiscitario 98,7% dei consensi. Un dato che oggi stride con la richiesta, amplissima, di azzerare il sistema e alimenta interrogativi su quanto sia realmente mutato il nostro calcio in dodici mesi.

La sua posizione è sotto assedio non soltanto sul piano sportivo, ma anche su quello politico-istituzionale: il fallimento della Nazionale è diventato un affare di Stato. Esponenti di Fratelli d’Italia e Lega hanno invocato le dimissioni, usando toni durissimi. A far vacillare ulteriormente la poltrona di via Allegri è intervenuto anche il Ministro per lo Sport, Andrea Abodi, che, pur mantenendo la necessaria cautela istituzionale, ha auspicato un profondo rinnovamento dei vertici e una rifondazione.

Pur non potendo la politica disporre per legge un commissariamento della FIGC in assenza di specifici presupposti, la spinta verso un ribaltone è, di fatto, inarrestabile. Se le dimissioni dovessero materializzarsi già oggi, si aprirebbe immediatamente la ricerca di figure di garanzia per gestire la transizione.

Tra i profili più accreditati a traghettare la Federazione fuori dalle sabbie mobili emergono i nomi del presidente del CONI, Giovanni Malagò, e dell’ex numero uno federale, Giancarlo Abete. L’idea è di affidarsi a un ampio gruppo di lavoro, con personalità autorevoli anche in veste “tecnico-consultiva”, per ridisegnare le direttrici e il futuro del movimento.

Il terremoto istituzionale rischia di travolgere, a cascata, anche l’assetto tecnico. Malgrado Gravina abbia chiesto espressamente al Commissario tecnico, Gennaro Gattuso, di restare come segno di continuità, anche il CT potrebbe scegliere la via delle dimissioni. Qualsiasi decisione sulla guida della Nazionale – con candidati del calibro di Antonio Conte e Roberto Mancini, e la clamorosa suggestione Pep Guardiola, frenata però dalla stringente norma italiana che vieta il doppio incarico club-Nazionale – sarà subordinata alla soluzione del rebus ai vertici.

Tutto dipenderà dalle mosse di Gabriele Gravina nelle prossime ore. Il Paese resta col fiato sospeso per capire se prevarrà un logorante stallo o se il presidente opterà per un passo indietro, consentendo al nostro calcio di provare a risorgere dalle proprie macerie.