English Version Translated by Ai
3 aprile 2026 - Aggiornato alle 12:18
×

nazionale

Il terremoto in Figc, la partita vera comincia adesso: il peso dei candidati e le divisioni sull'ipotesi commissariamento

Il calcio italiano entra nel suo passaggio più delicato: non basta scegliere un nome, bisogna decidere quale idea di futuro seguire

03 Aprile 2026, 09:39

09:40

malagò abete

Seguici su

Gabriele Gravina, rieletto appena nel febbraio 2025 con il 98,68% dei voti, ha rassegnato le dimissioni dalla presidenza della FIGC davanti ai rappresentanti delle componenti federali e ha convocato l’Assemblea Straordinaria Elettiva per il 22 giugno a Roma. Il gesto arriva pochi giorni dopo il crollo più pesante, quello che nessun comunicato riesce ad ammorbidire: l’Italia è rimasta fuori dal Mondiale 2026, battuta ai rigori dalla Bosnia-Erzegovina a Zenica il 31 marzo, e così ha mancato la qualificazione per la terza edizione consecutiva. In certi momenti la politica sportiva segue il risultato; stavolta ne è stata travolta.

Le dimissioni, però, non equivalgono a un vuoto di potere immediato. Gravina resta in carica per l’ordinaria amministrazione, insieme al consiglio federale, fino all’elezione del successore. È un dettaglio solo in apparenza tecnico, perché definisce il perimetro delle prossime settimane: la federazione non è commissariata, non è paralizzata, e deve anzi arrivare con una guida formale alla procedura d’iscrizione ai prossimi campionati professionistici. Nel comunicato ufficiale, la FIGC ha spiegato che la data del 22 giugno è stata scelta proprio “nel pieno rispetto dello Statuto federale” e per garantire alla nuova governance di gestire i passaggi più urgenti. Lo stesso Gravina ha inoltre comunicato la propria disponibilità a presentarsi in audizione alla VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera l’8 aprile, per riferire sullo stato del calcio italiano. Il messaggio, in controluce, è chiaro: l’uscita di scena politica è iniziata, quella istituzionale no.

Perché il 13 maggio è il primo snodo decisivo

Se il voto è fissato al 22 giugno 2026, la scadenza per presentare le candidature cade il 13 maggio: non per arbitrio, ma perché lo Statuto FIGC impone che le candidature a presidente federale siano depositate almeno 40 giorni prima dell’assemblea. È una norma pensata per evitare blitz dell’ultima ora, improvvisazioni, candidature di bandiera nate per disturbare il tavolo. Tradotto: chi vuole provarci ha poco più di un mese per costruire alleanze, ottenere l’accredito politico necessario e presentarsi con una piattaforma riconoscibile. Non basta la notorietà, non basta il curriculum, non basta essere un simbolo del calcio italiano. Serve che almeno una componente si assuma formalmente la responsabilità di sostenerti. E in un sistema dove i rapporti di forza sono ponderati, la politica federale resta una materia da specialisti.

Il meccanismo dei voti spiega perché la corsa alla successione non possa ridursi a una gara di popolarità. In assemblea, secondo lo statuto approvato dal CONI nel novembre 2024, la Lega Nazionale Dilettanti pesa per il 34%, le leghe professionistiche nel complesso per il 36% — con 18% alla Serie A, 6% alla Serie B e 12% alla Lega Pro — mentre i calciatori dell’AIC valgono il 20% e i tecnici dell’AIAC il 10%. È una geografia che obbliga a comporre, non a dominare.

Nessuno vince da solo; tutti, in qualche misura, devono trattare. Ecco perché il profilo del futuro presidente non dipenderà soltanto dal gradimento mediatico o dal favore del governo, ma dalla capacità di tenere insieme mondi che spesso hanno priorità opposte: sostenibilità dei club, riforma dei campionati, ruolo del settore tecnico, peso dei dilettanti, rapporti con la Serie A.

Il nodo politico: Abodi spinge sul commissariamento, ma il CONI frena

È qui che la vicenda federale smette di essere soltanto sportiva e torna apertamente politica. Il ministro per lo Sport, Andrea Abodi, dopo l’eliminazione mondiale ha parlato di “rifondazione” del calcio italiano, indicando come primo passaggio un rinnovamento dei vertici della FIGC. In questo quadro si è fatta strada anche l’ipotesi del commissariamento, sostenuta dal ministro come strumento per non limitarsi a cambiare il nome in cima all’organigramma, ma per tentare una discontinuità più profonda. Secondo quanto emerso nelle ricostruzioni di queste ore, Abodi immagina che “andare subito alle elezioni” possa non bastare e che serva una figura esterna al ciclo appena concluso. È la linea più interventista, quella che considera la crisi della Nazionale non un incidente, ma il sintomo terminale di un sistema arrivato a fine corsa.

Di segno diverso è la posizione del CONI e del suo presidente Luciano Buonfiglio. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Buonfiglio ha ricordato che il commissariamento di una federazione non è uno strumento politico da usare per reagire a una sconfitta sportiva, ma una misura prevista per casi di gravi irregolarità amministrative, patrimoniali o organizzative: conti fuori controllo, organi non funzionanti, perdite, mancata presentazione del bilancio, avvio impossibile dei campionati. “Tutto questo non c’è”, è il senso della sua posizione. E c’è un altro punto essenziale: anche in caso di dimissioni del presidente, spetterebbe comunque all’assetto in essere accompagnare il sistema verso la nuova assemblea elettiva. In altre parole, il CONI non nega la gravità del momento, ma contesta che esistano oggi i presupposti giuridici per azzerare la FIGC dall’esterno. È uno scontro di visioni prima ancora che di procedure.

La successione: Malagò è il nome forte, ma non l’unico

Dentro questo quadro, la corsa alla presidenza è appena cominciata e ha già il sapore della conta. Il nome che più di tutti agita il sistema è quello di Giovanni Malagò. Secondo il Corriere della Sera, la Lega Serie A immagina in lui il profilo della rottura: peso istituzionale, relazioni internazionali, esperienza di vertice nello sport. Per molti club sarebbe la figura capace di dare alla federazione maggiore autorevolezza e di rimettere il calcio al centro del dialogo con palazzi, sponsor e organismi internazionali. Ma proprio lì nasce il primo ostacolo: Malagò è ai ferri corti con Abodi e con l’attuale maggioranza di governo. E in una fase in cui la partita federale è inevitabilmente intrecciata con quella politica, questo non è un dettaglio secondario. La sua candidatura, se dovesse prendere forma, sarebbe insieme molto forte e molto divisiva.

Accanto a Malagò, il ventaglio dei nomi è ampio ma non ancora consolidato. Giancarlo Abete, presidente della Lega nazionale dilettanti, porta con sé il peso decisivo dei dilettanti, che da soli muovono il 34% dei voti assembleari. È considerato da tempo un alleato centrale di Gravina e rappresenta una linea di continuità, sia pure con un profilo istituzionale più da garante che da uomo di rottura. Lo stesso Abete ha avvertito che, senza convergenza su un candidato, il rischio è quello di uno stallo che potrebbe riaprire il tema del commissariamento. Più defilato ma osservato con crescente attenzione c’è Matteo Marani, presidente della Lega Pro: figura considerata moderna, dialogante, apprezzata per il lavoro svolto in Serie C. In questo momento sembra il nome di chi aspetta che gli altri si scoprano, ma proprio questa prudenza potrebbe trasformarsi in un vantaggio.

Le suggestioni dal campo: Albertini, Maldini e il fascino dei simboli

Ogni crisi del calcio italiano riporta in superficie un riflesso antico: cercare nel prestigio degli ex campioni una forma di riscatto morale prima ancora che gestionale. Anche stavolta accade. L’Associazione calciatori sarebbe orientata a spingere il nome di Demetrio Albertini, ex vicepresidente federale ed ex presidente del Settore Tecnico, profilo che piace anche al mondo degli allenatori. Ha competenza, esperienza politica interna, conoscenza delle stanze federali: qualità preziose in una fase in cui la FIGC non può permettersi apprendistati. Al tempo stesso, proprio quella lunga militanza rischia di esporlo alla critica più frequente di queste ore: essere percepito come un ritorno del passato anziché come l’inizio di una fase davvero nuova.

Sul piano mediatico, però, il nome che accende di più l’immaginazione resta quello di Paolo Maldini. Abodi lo ha definito una “persona meravigliosa”, e il suo profilo ha la forza simbolica dei grandi capitani: autorevolezza immediata, credibilità pubblica, riconoscibilità internazionale. Ma la distanza tra suggestione e candidatura reale, in un’elezione federale, è enorme. Servono una componente pronta ad accreditarlo, una struttura politico-programmatica, un’idea di federazione traducibile in alleanze. Lo stesso discorso vale, in misura diversa, per altri nomi evocati nelle ultime ore: Alessandro Del Piero, Beppe Marotta, perfino Gianni Rivera. Tutti portano qualcosa — icona, esperienza, prestigio — ma nessuno, oggi, appare già in grado di sommare consenso trasversale e tenuta istituzionale. Per questo la sensazione è che il nome finale possa emergere non dal più rumoreggiato, ma dal più negoziabile.

Il punto vero: il nuovo presidente non potrà limitarsi a cambiare il tono

La tentazione, in ore così convulse, è raccontare la successione come una sfida di personalità. Sarebbe un errore. La prossima presidenza della FIGC nascerà dentro un’agenda pesantissima: rilancio della Nazionale, sostenibilità economica del calcio professionistico, rapporto tra centro federale e leghe, valorizzazione dei settori giovanili, tenuta del sistema dilettantistico, governance delle iscrizioni e dei controlli. Quando Gravina è stato rieletto il 3 febbraio 2025, aveva parlato della necessità di rendere più sostenibile il mondo del calcio e di proseguire un percorso di riforme. Meno di 14 mesi dopo, quel mandato si è schiantato contro il verdetto del campo e contro la percezione diffusa che il sistema non sia riuscito a prevenire il proprio declino competitivo. Cambiare presidente, dunque, è inevitabile; pensare che basti, sarebbe ingenuo.

Per questo il passaggio tra il 13 maggio e il 22 giugno non sarà soltanto una campagna elettorale federale, ma una prova di verità per tutto il calcio italiano. Le componenti dovranno decidere se scegliere un traghettatore autorevole, un riformatore capace di spaccare gli equilibri, oppure un mediatore in grado di evitare una guerra di posizione. Il governo, dal canto suo, dovrà chiarire se intende accompagnare il processo o continuare a premere per una soluzione straordinaria. E il sistema calcio dovrà finalmente rispondere alla domanda che da anni aggira e rinvia: se il fallimento è diventato strutturale, chi ha davvero il coraggio di mettere mano alle cause e non solo ai nomi? La poltrona di via Allegri non è mai stata così esposta. Ma oggi, più ancora della poltrona, pesa il vuoto di progetto che le si è creato attorno.