nazionale
Donnarumma rompe il silenzio: «Non abbiamo chiesto premi alla federazione in caso di qualificazione»
Dopo il crollo di Zenica, il portiere dell’Italia prova a rimettere ordine tra dolore, responsabilità e veleni
Il rumore più forte, a volte, arriva quando lo stadio ha già smesso di gridare. A Zenica, la notte del 31 marzo 2026, il boato del Bilino Polje ha accompagnato l’uscita dell’Italia dal cammino verso il Mondiale 2026. Prima il vantaggio firmato da Moise Kean, poi l’espulsione di Alessandro Bastoni, quindi il pareggio della Bosnia ed Erzegovina con Haris Tabaković e infine il verdetto ai rigori: un’altra ferita profonda, un altro passaggio storico vissuto dal lato sbagliato.
In questo clima avvelenato, in cui alla delusione sportiva si sono aggiunti sospetti, retroscena e accuse, Gianluigi Donnarumma ha deciso di parlare. E lo ha fatto scegliendo la via più diretta: smentire con nettezza l’idea che il gruppo azzurro abbia chiesto alla FIGC un premio economico in caso di qualificazione. “Io da capitano non sono mai andato a chiedere un euro alla nazionale italiana”, ha spiegato il portiere, precisando che nelle competizioni è consuetudine che sia la Nazionale a riconoscere eventualmente un “regalo” ai giocatori qualificati, non il contrario. Il senso della frase è chiaro: nessuna trattativa, nessuna pressione, nessuna richiesta alla federazione.
La sua non è stata soltanto una precisazione contabile o lessicale. È stata, soprattutto, una presa di posizione morale. Perché in giorni così fragili, quando una sconfitta scoperchia tutto, anche la differenza tra una prassi federale e una richiesta dei giocatori diventa enorme. E infatti il capitano ha confessato di essere rimasto ferito più dai commenti e dalle parole circolate dopo la partita che non dalla necessità, pur durissima, di metabolizzare il ko. Un passaggio che racconta molto dello stato emotivo di un gruppo travolto non solo dall’eliminazione, ma anche dal sospetto di aver perso il senso della misura e del rapporto con il Paese.
La smentita di Donnarumma: cosa ha detto
Le parole di Donnarumma meritano di essere lette nel loro significato pieno, non ridotte a una formula difensiva. Il portiere ha distinto due piani. Da una parte, ha negato che i calciatori abbiano avanzato richieste alla Federazione; dall’altra, ha ricordato che, “come sempre, in tutte le competizioni”, può esistere un riconoscimento da parte della Nazionale verso chi raggiunge un traguardo. La differenza è sostanziale: nel primo caso ci sarebbe una negoziazione promossa dal gruppo, nel secondo una dinamica organizzativa interna, tradizionale, non eccezionale.
È un punto cruciale, perché il dibattito pubblico si era acceso proprio su questo equivoco: l’idea, cioè, che in un momento di massima pressione agonistica e simbolica i giocatori avessero pensato anzitutto al denaro. Donnarumma ha voluto tagliare corto su questo aspetto non soltanto per difendere sé stesso, ma per proteggere l’immagine dell’intero spogliatoio. Da capitano, ha scelto di esporsi lui, assumendosi il peso della smentita e il rischio di apparire in trincea mentre tutto intorno crollava.
C’è anche un altro elemento da considerare. Quando un capitano dice “il nostro regalo era andare al Mondiale”, non sta soltanto chiudendo una polemica: sta provando a riportare il discorso dentro il perimetro sportivo. In altre parole, ricorda che per quel gruppo la qualificazione aveva un valore prima di tutto tecnico, identitario, professionale. Un messaggio forse tardivo, ma necessario, in un contesto in cui la credibilità della Nazionale era stata corrosa in poche ore.
Il dolore per Zenica e il senso di colpa del capitano
La parte più significativa dell’intervento di Donnarumma, però, forse non riguarda i premi. Riguarda il dolore. “Sono stati giorni molto duri”, ha ammesso, allargando la ferita a tutti gli italiani che tenevano al Mondiale quanto, se non più, dei giocatori stessi. È un’ammissione che suona insieme come confessione e come richiesta implicita di comprensione. Non assolve nessuno, non alleggerisce il fallimento, ma rimette al centro una verità spesso dimenticata nel dibattito post-sconfitta: chi perde così, di solito, non esce indenne nemmeno dentro.
Il riferimento al senso di responsabilità è ancora più netto quando cita il rapporto con Gigi Buffon, con il “mister” e con il presidente. Il portiere si commuove, racconta un legame forte con le figure che hanno accompagnato questo tratto della Nazionale e ammette che è normale sentirsi responsabili per ciò che sta accadendo. In quel passaggio si legge la dimensione umana di un capitano che non prova a sottrarsi, che non si rifugia nei luoghi comuni del “si vince e si perde tutti insieme”, ma riconosce il peso specifico della propria posizione.
E in effetti il contesto attorno alla squadra è cambiato a velocità impressionante. Dopo la sconfitta in Bosnia, il presidente federale Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni il 2 aprile 2026, annunciando per il 22 giugno l’assemblea straordinaria elettiva della FIGC. Il giorno successivo, 3 aprile 2026, si è chiuso consensualmente anche il rapporto con il commissario tecnico Gennaro Gattuso. Nel giro di appena 72 ore, il vertice politico e quello tecnico della Nazionale sono stati travolti dagli effetti di Zenica.
Non tutto da buttare? Il nodo della memoria corta
C’è un altro passaggio interessante nelle dichiarazioni del numero uno azzurro: “Non è tutto da buttare”. Una frase che, pronunciata nel pieno della rabbia collettiva, può suonare impopolare, ma che ha una sua logica. Donnarumma ha richiamato l’Europeo vinto nel 2021 e il record di 37 partite utili consecutive, ancora oggi primato mondiale per Nazionali, come segnali di un recente passato che non può essere cancellato con un colpo di spugna.
Naturalmente questo non basta a consolare nessuno. E forse non basta nemmeno a spiegare come una squadra capace di toccare un picco storico sia precipitata in una crisi così lunga e strutturale. Però serve a evitare una lettura semplicistica. Il problema della Nazionale italiana non sembra ridursi all’atteggiamento di un singolo gruppo o di un singolo ct: è più profondo, più carsico, più sistemico. Lo dimostra anche la relazione che Gravina ha annunciato di voler portare in Commissione Cultura della Camera l’8 aprile 2026, dedicata ai punti di forza e di debolezza dell’intero movimento.
Qui la vicenda dei presunti premi si collega a un discorso più ampio. Quando una filiera calcistica entra in crisi, il racconto pubblico tende a trasformare singoli episodi in prove definitive: una richiesta, una voce, una fotografia rubata, una frase fuori contesto. Ma spesso quei dettagli diventano così esplosivi proprio perché trovano terreno fertile in una sfiducia precedente. Donnarumma lo ha capito e ha cercato di spegnere almeno un focolaio: quello che metteva in discussione la serietà del gruppo sul piano umano.