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Sulle macerie della Nazionale, la Serie A accelera per Malagò alla Figc: chi è che spinge e chi è che frena
Dopo l'ennesimo deludente flop sportivo azzurro e le inevitabili dimissioni di Gabriele Gravina arrivate il 2 aprile, l'intero sistema del calcio italiano cerca disperatamente una nuova figura di riferimento
Il 22 giugno 2026 non sarà una data come le altre per il calcio italiano. Dopo l’ennesimo trauma sportivo della Nazionale e le dimissioni di Gabriele Gravina, rassegnate il 2 aprile, l’assemblea elettiva della FIGC si prepara a una contesa politica di sistema destinata a incidere sul futuro del nostro pallone.
Non si tratterà soltanto di scegliere un nuovo presidente, ma di decidere quale anima del movimento guiderà quella “rifondazione” invocata con forza anche dal ministro per lo Sport, Andrea Abodi. Un pressing, quello dell’Esecutivo, arrivato fino a ventilare l’ipotesi del commissariamento nei giorni più bui della crisi.
In questo quadro complesso, la Serie A ha archiviato le consuete lentezze muovendosi con anticipo su un profilo di altissimo livello: Giovanni Malagò. L’ex presidente del CONI è il candidato di punta con cui il massimo campionato tenta l’offensiva politica. I club lo considerano la figura più adatta a interloquire con le istituzioni, puntando a un consenso che vada oltre il perimetro del professionismo, forte anche del sostegno dichiarato di dirigenti come Adriano Galliani e Urbano Cairo.
Nelle elezioni federali, tuttavia, il prestigio del nome si misura con l’aritmetica del voto ponderato. La Serie A dispone soltanto del 18% dell’assemblea, e l’intero fronte dei professionisti (Serie A, B e Lega Pro) non supera il 36%. A fare da argine contro un presidente “calato dall’alto” c’è il peso della Lega Nazionale Dilettanti (LND), guidata da Giancarlo Abete, che vale il 34% dei consensi. Abete è stato netto: nessun pacchetto preconfezionato, priorità ai vivai, alle infrastrutture e alla centralità della base. Un’impostazione che lascia persino aperta la possibilità di un ritorno in campo dello stesso Abete o di una candidatura alternativa espressa dall’area dilettantistica.
Tra vertice e base, l’ago della bilancia spetta alle componenti tecniche. L’AIC (calciatori) di Umberto Calcagno pesa per il 20%, l’AIAC (allenatori) di Renzo Ulivieri per il 10%. Questo blocco del 30% per ora resta prudente e osserva con attenzione le mosse degli altri: chiede di discutere di programmi prima che di poltrone, in attesa di capire se Malagò saprà farsi garante di una coalizione larga o se resterà vincolato agli interessi dei grandi club.
Il cronoprogramma è stringente. Lo statuto impone che ogni candidatura sia sostenuta da delegati appartenenti ad almeno due componenti diverse: nessuno possiede i numeri per imporsi da solo. Entro l’inizio di giugno andranno depositati nomi e linee di governo. Prevarrà chi proporrà soluzioni concrete su riforma dei campionati e crescita dei giovani. Se, al contrario, domineranno i veti incrociati, il calcio italiano rischierà di scivolare nell’ennesimo, pericoloso stallo.