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19 aprile 2026 - Aggiornato alle 18:28
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basket femminile

Da Palermo a Dallas, la scalata di Costanza Verona: «In Sicilia farsi notare è un’impresa, ma questa è stata la mia palestra più dura»

La “picciridda” d’esportazione, certezza della Nazionale, è stata invitata al training camp negli Usa, sarebbe la prima siciliana a giocare nel campionato più importante del mondo

19 Aprile 2026, 18:17

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Da Palermo a Dallas, la scalata di Costanza Verona: «In Sicilia farsi notare è un’impresa, ma questa è stata la mia palestra più dura»

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Immaginate. È la parola magica che apre le porte delle favole, ma qui la magia è quella vera di una palestra di Palermo, dove il rimbalzo del pallone scandisce il ritmo di un sogno che sembrava troppo grande per una bambina troppo piccola.

Immaginate una ragazzina che deve alzare lo sguardo per incrociare quello delle avversarie, ma che le guarda già tutte dall’alto di un talento che non si misura in centimetri. Mentre le coetanee sognano il mare di Mondello, lei sogna la retina che schiaffeggia l’aria. A 11 anni, quando la vita dovrebbe essere un gioco leggero, il suo basket è fatto di chilometri e sacrifici: quattro, cinque ore di pullman per andare a giocare a Messina, Agrigento o Ragusa. Trasferte infinite, spesso infrasettimanali, col naso appiccicato al finestrino e i libri di scuola aperti sulle ginocchia, inseguendo un canestro che sembra sempre un po' più lontano della costa siciliana.

Il destino, a volte, si diverte a fare i conti con il metro, e a Costanza Verona, nata a Palermo il 6 agosto del 1999, il metro ha detto male: lo sviluppo si ferma prima del previsto, a quel metro e settanta che nel basket è quasi un’eresia, un invito a cambiare sport. Ma è qui che la cronaca si fa epica. Perché se le avversarie non puoi superarle sopra la testa, devi girare loro intorno come un turbine.

Costanza esordisce nel Verga Palermo, in A3. A 15 anni, quando le compagne di classe pensano al primo motorino, lei prende per mano la squadra della sua città e la trascina in A2. Non è una comparsa: segna 9 punti di media. È un segnale ai naviganti: la “picciridda” ha il fuoco dentro. «Piero Musumeci e mia madre Simona Chines (giocatrice del Palermo in A1 dal 1987 al 1990, ndr) - afferma Costanza - sono stati la mia “culla” cestistica. Devo tutto a loro, la passione, la determinazione, la mia voglia di svettare».

Poi, il distacco. I 1.500 chilometri che separano la Sicilia dal grande basket del Nord non sono un muro, ma una pista di decollo. Battipaglia, Torino, Geas di Sesto San Giovanni e infine Schio, l’università del canestro. «A Torino Massimo Riga, a cui devo tanto, mi faceva sempre arrivare un’ora prima degli allenamenti per lavorare individualmente con lui. E non era facoltativo (ride, ndr). Alla Geas, Cinzia Zanotti mi ha fatto capire la giocatrice che potevo essere».

Un’ascesa verticale, costante come il suo nome. In Nazionale diventa una certezza: tre medaglie giovanili, un bronzo europeo da protagonista e quella qualificazione mondiale strappata poche settimane fa, mettendo la firma sul pass per la Germania. «Orgogliosa per il risultato raggiunto - afferma Costanza - siamo un gruppo meraviglioso, guidato da un coach eccezionale come Capobianco. Vincere con la Nazionale è diverso rispetto a farlo con il club, lo dico sempre. Ti rendi conto che stai rappresentando un Paese e moltissime persone ti seguono. Quando sei in campo senti la maglia e l’appartenenza e giochi a un livello molto alto contro le migliori atlete delle altre nazioni. L’obiettivo di questa Nazionale? Le Olimpiadi di Los Angeles, credo sia il sogno di qualunque atleta. Prima però ci sono i Mondiali e un Europeo da disputare».

Per Costanza, detta Cocca, l'orgoglio va oltre l'orizzonte. C’è un momento, in un recente video della Fiba, che la “spiega” meglio di mille statistiche. Le stelle del basket mondiale sfilano davanti alla telecamera dichiarando la propria nazionalità: “francese”, “spagnola”, “belga”. Quando tocca a lei, non dice “italiana”. Sorride e scandisce: “siciliana!”. È il ruggito dell'appartenenza. È il grido di chi non dimentica la polvere di Palermo nemmeno quando calca i parquet più prestigiosi d'Europa. «Mi sento siciliana al 100% - dice convinta - nascere a Palermo e vivere in questa meravigliosa isola è una cosa diversa. Ma per noi la strada era sempre in salita. Solo per raggiungere Catania ci volevano quattro ore di viaggio. A differenza di chi cresce nei vivai di Venezia o Costa Masnaga, dove le finali nazionali sono un palcoscenico naturale, la Sicilia non ti regalava nessuna vetrina. Se volevi che qualcuno si accorgesse di te, non potevi limitarti a giocare bene: dovevi fare rumore. Mi sono dovuta impegnare il doppio, forse il triplo. Ma è proprio in quel silenzio di chi non viene notato che è nata la mia determinazione. È un fuoco diverso quello che ti porti dentro quando sai che nessuno verrà a bussare alla tua porta per caso. In Sicilia farsi notare è un’impresa, ma quella difficoltà è stata la mia palestra più dura: mi ha insegnato che per arrivare dove gli altri arrivano in autostrada, io dovevo imparare a correre più forte di tutti. Ed essere siciliana aiuta».

La lotta del siciliano è spesso legata al desiderio di non abbandonare la propria terra, di riscattarla con il lavoro, l'intelletto e il coraggio quotidiano. È una fierezza silenziosa che non cerca applausi, ma si manifesta nella fatica di chi sa che nulla è mai stato regalato. E ora, proprio mentre gioca la sua quinta finale scudetto contro Venezia - con la possibilità di mettere in bacheca, a soli 26 anni, un palmarès da leggenda con 4 scudetti e altrettante Coppe Italia e Supercoppe - arriva la notizia che fa tremare i polsi.

Le Dallas Wings hanno chiamato. Un contratto non garantito, un invito al training camp che profuma di storia. Cosa significa questo “volo” transatlantico? Costanza potrebbe essere la seconda italiana nella Wnba attuale, accanto alla stella Cecilia Zandalasini. Sarebbe la nona italiana di sempre a calcare i campi del campionato più bello del mondo. Soprattutto, sarebbe la prima siciliana della storia a sbarcare nell'Olimpo americano.

«Cosa mi aspetto dalla chiamata della Wnba? Per adesso, l'unico orizzonte che vedo è quello delle finali scudetto con Schio. C'è un tricolore da cucirsi sul petto, una battaglia da vincere qui, a casa nostra, prima di guardare oltreoceano. Il dovere chiama, e io ho intenzione di rispondere presente. Poi, però, arriverà il momento di cambiare emisfero. L’America non è più solo un video sullo schermo o un parquet calpestato durante un camp estivo; stavolta è la realtà. So bene che far parte di una franchigia Wnba è un altro pianeta, una sfida che ti toglie il respiro. Ma io sono pronta a giocarmi tutto: entrerò in palestra con la fame di chi deve conquistarsi ogni centimetro. L’obiettivo è chiaro: un posto tra le dodici, o magari una maglia da development player. Non importa quanto sia stretta la porta, io proverò a sfondarla con tutto l'entusiasmo e la fatica che ho in corpo. È un’opportunità di quelle che passano una volta sola, e io non ho nessuna intenzione di vederla sfilare via».

Se dovesse firmare quel contratto per un anno, Costanza Verona porterebbe la Trinacria nel Texas. Dimostrerebbe che si può arrivare nell'élite mondiale partendo da una palestra di periferia, sfidando i pregiudizi fisici e le distanze geografiche. Perché nel basket l'altezza è un parametro, ma l'anima è un'altra cosa. E se ti chiami Costanza, e nel sangue hai il sale del mare siciliano, non c'è gigante che possa impedirti di toccare il cielo. Buon viaggio, Picciridda. Il mondo ti aspetta, e stavolta dovrà abbassare lo sguardo per vedere come si gioca davvero.