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Dai rigori di Bergamo alla sfida all'Inter: nelle mani di Motta il destino della Lazio
Undicesima finale di Coppa Italia conquistata dai biancocelesti con un epilogo da thriller. Il protagonista assoluto è il portierino classe 2005, ora atteso dal grande banco di prova nerazzurro nella finale di Roma
C’è un istante, nella parabola di un atleta, in cui la parola "destino" smette di essere un’astrazione e prende forma concreta tra i pali di una porta. La notte di Bergamo, che ha consegnato alla Lazio l’undicesima finale di Coppa Italia della sua storia, non può essere compressa nella semplice cronaca di gol annullati, ribaltamenti di fronte o fiammate allo scadere.
Al di là del tabellino, è soprattutto una splendida favola sportiva contemporanea, con il volto acerbo e i riflessi d’acciaio di Edoardo Motta. Classe 2005, diciotto anni appena superati, Motta non avrebbe dovuto nemmeno essere in campo.
Le gerarchie del professionismo sono di norma ferree: davanti a lui c’erano le certezze, i titolari, l’esperienza. Ma il fato, assumendo le sembianze di una crudele concatenazione di infortuni che ha estromesso sia il numero uno Provedel sia il suo vice Furlanetto, ha rimescolato le carte. Così, il giovane estremo difensore è stato catapultato, senza paracadute, nel crogiolo di una semifinale di ritorno ad altissima temperatura e dal peso specifico incalcolabile. Passare dal silenzio della panchina ai riflettori di una sfida da "thrilling" contro l’Atalanta è un macigno psicologico che piegherebbe molti veterani. Eppure, la vicenda di Motta dimostra che la stoffa del campione non risiede soltanto nel talento, ma nella fiammata mentale di chi sa farsi trovare pronto nel momento dell’emergenza.
La sliding door di questa sceneggiatura perfetta non si apre ai calci di rigore, ma nei titoli di coda dei supplementari: un pallone morbido, lo stacco imperioso di un dominatore d’area come Scamacca, la sfera che pare già destinata in fondo al sacco. Lì, il ragazzo compie un intervento prodigioso, deviando istintivamente sulla traversa. È il battesimo del fuoco: l’ansia si dissolve, lasciando spazio alla trance agonistica.
Ciò che accade poi, nella "lotteria crudele" degli undici metri, travalica la statistica ordinaria e sfiora l’incredibile. Parare un rigore richiede bravura e un filo di fortuna; neutralizzarne quattro su cinque in una semifinale è materia da fantascienza. Motta non si è limitato a difendere la porta: ha letteralmente ipnotizzato professionisti navigati, abituati ai palcoscenici internazionali. Scamacca, Zappacosta, Pasalic e De Ketelaere si sono arresi, in sequenza, davanti al muro di gomma innalzato da un adolescente che, in pochi minuti, è diventato l’eroe assoluto della serata. È il trionfo della sfrontatezza giovanile, la conferma che, quando il "destino" ti chiama, talvolta l’unica risposta possibile è volare da un palo all’altro, sorridendo alla pressione.