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Il cortocircuito di Vancouver: l'Iran messo alla porta (e l'Italia spera)
Il Canada respinge per "terrorismo" il capo del calcio iraniano. Il Mondiale 2026 rischia di perdere Teheran per ragioni di Stato e si riaccende il clamoroso sogno del ripescaggio azzurro
A ridosso dell’inizio della Coppa del Mondo, Mehdi Taj, presidente della federazione calcistica dell’Iran, in viaggio verso il 76° Congresso FIFA, è stato fermato, interrogato e infine respinto dalle autorità canadesi.
Non un banale disguido burocratico né l’inciampo di un passeggero qualunque: l’accesso in Nord America gli è stato negato per i presunti legami con le Guardie della Rivoluzione islamica (Pasdaran), inserite da Ottawa nell’elenco delle organizzazioni terroristiche nel giugno 2024.
La vicenda è subito esplosa sul piano politico-sportivo. Stando alle ricostruzioni, Taj disponeva di un’autorizzazione provvisoria poi revocata al momento dell’arrivo. La ministra degli Esteri, Anita Anand, ha confermato l’episodio senza fornire dettagli, ribadendo una linea di assoluta fermezza nei confronti di figure ricollegate all’IRGC.
Da Teheran è giunta una replica immediata: la federazione ha denunciato il “comportamento inappropriato” delle autorità canadesi, sostenendo che l’intera delegazione — incluso il segretario generale e il suo vice — sia stata costretta a ripartire con il primo volo utile, via Turchia.
Il Congresso di Vancouver del 30 aprile 2026 non era un appuntamento di rito, ma la principale ribalta politico-strategica in vista del primo Mondiale a 48 squadre co-organizzato da Stati Uniti, Canada e Messico. L’episodio di Toronto mostra, con brutale chiarezza, che il calcio non può più illudersi di restare avulso dalle frizioni geopolitiche.
Sul piano pratico, lo scenario si complica in vista del torneo al via l’11 giugno 2026. L’Iran si è qualificato sul campo, ma l’alt imposto in frontiera al suo massimo dirigente è un campanello d’allarme: se persino l’ingresso per un appuntamento istituzionale si traduce in un respingimento formale, l’iter per visti, trasferte e accoglienza di calciatori, staff, dirigenti e tifosi iraniani in Paesi ostili a Teheran rischia di trasformarsi in un rebus.
Da qui all’estate, ogni pratica che coinvolga l’Iran sarà passata al setaccio con una lente politica severissima.
In questo cortocircuito diplomatico si profilano ipotesi eclatanti. Se le restrizioni nordamericane venissero estese, o se l’imbarazzo indusse il regime a una rinuncia per protesta, un boicottaggio — o una “espulsione bianca” dovuta all’impossibilità di ottenere i visti — lascerebbe un vuoto nel tabellone. In tale contesto, si porrebbe il tema della sostituzione e i tifosi italiani tornerebbero ad accarezzare l’idea di un ripescaggio, confidando nel peso storico e simbolico della Nazionale.