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l'inchiesta

I segreti delle designazioni "gradite": perché è una partita giocata senza i club

Da Bologna al derby di Coppa Italia: come le nomine venivano manipolate per favorire i "fedelissimi" dei vertici arbitrali. Le squadre totalmente estranee ai giochi di potere

30 Aprile 2026, 18:54

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I segreti delle designazioni "gradite": perché è una partita giocata senza i club

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L’indagine della Procura di Milano sulle cosiddette “designazioni combinate” sta mettendo sotto pressione l’Associazione Italiana Arbitri (AIA) e i suoi vertici. Ma il presunto “nemico” della regolarità non indossa la maglia di alcun club.

Eppure, al di là delle immediate speculazioni da bar, il cuore della vicenda non riguarda un favore all’Inter, ritenuta del tutto estranea ai fatti. Il fascicolo è esploso a partire da una conversazione del 2 aprile 2025, a margine della semifinale di Coppa Italia disputata a San Siro, e descrive uno scenario diverso: una lotta di potere tutta interna al mondo arbitrale.

Sotto la lente degli inquirenti figurano due gare chiave: Bologna-Inter del 20 aprile 2025, affidata ad Andrea Colombo, e la semifinale di ritorno Inter-Milan del 23 aprile 2025, diretta da Daniele Doveri.

Secondo l’ipotesi investigativa, quelle nomine non sarebbero nate da valutazioni puramente tecniche, bensì sarebbero state “costruite”. Colombo sarebbe stato designato in quanto profilo ritenuto “gradito” ai nerazzurri, mentre Doveri sarebbe stato inserito nel derby di Coppa con l’intento preciso di impedirgli una successiva e potenziale finale, perché considerato “poco gradito”.

Su un punto però le fonti investigative sono categoriche: il perimetro delle responsabilità è circoscritto all’ambiente arbitrale. L’Inter non è indagata, né lo sono suoi dirigenti; i club risultano totalmente estranei al procedimento e non compaiono neppure come parti lese.

Se dunque l’Inter non c’entra ed è stata una “comparsa” inconsapevole, a chi giovava il sistema? La risposta, secondo l’inchiesta del pm Ascione, si annida nelle stanze dell’AIA. Non si parla di partite truccate in senso classico, ma di un meccanismo clientelare nelle assegnazioni: dirigere un big match significa visibilità, prospettive internazionali e compensi superiori.

Le designazioni - questa è l'accusa - sarebbero state utilizzate come leva di potere per premiare gli arbitri “allineati” e penalizzare gli “scomodi”, orientando a tavolino carriere e graduatorie. Le etichette di “arbitro gradito” o “sgradito” a una determinata squadra avrebbero funzionato come giustificazioni interne — o pretesti — per pilotare i percorsi professionali e calibrare i pesi politici nella categoria.

A scoperchiare il vaso di Pandora è stato un profondo malessere interno. Arbitri ed ex arbitri, ritenendosi penalizzati, hanno presentato denunce che descrivono un contesto in cui il merito tecnico rischiava di cedere il passo a logiche di fazione.

Ne è scaturito un vero terremoto istituzionale: Gianluca Rocchi, responsabile della CAN e indagato per concorso in frode sportiva, si è autosospeso insieme al supervispre Andrea Gervasoni, mentre l’AIA ha affidato a Dino Tommasi il compito di garantire la continuità operativa.