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3 maggio 2026 - Aggiornato alle 14:29
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l'inchiesta sugli arbitri

Rocchi, Gervasoni e un "pronome": cosa c'è nella ormai "famosa" intercettazione (dove l'Inter non è mai citata)

Il racconto del Corriere della Sera sull'inchiesta della Procura di Milano e un "loro" mai identificato dal 2025. E infatti il gip a un certo punto stoppa le captazioni dei pm: "Indagine ormai essiccata".

03 Maggio 2026, 12:55

13:00

Rocchi, Gervasoni e un "pronome": cosa c'è nella ormai "famosa" intercettazione (dove l'Inter non è mai citata)

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Un impianto accusatorio che, allo stato degli atti, sembra fondato su suggestioni, deduzioni e su un semplice pronome. È l’immagine che emerge da un’analisi puntuale del fascicolo della Procura di Milano ricostruito dal Corriere della Sera.

Da tredici mesi, i magistrati tentano di sorreggere un’ipotesi di frode sportiva attorno a una sola parola: “Loro”. Un “Loro” che, come spiega il quotidiano di via Solferino, resta un enigma che gli inquirenti non sono ancora riusciti a tradurre in un nome e cognome.

Tutto ruota attorno a un’intercettazione dell’aprile 2025, in cui l’allora designatore arbitrale Gianluca Rocchi si sfoga con Andrea Gervasoni, supervisore del Var, manifestando fastidio per l’insistenza di questo indefinito “loro” sulle designazioni in vista del finale di campionato. Per il pm Ascione, che ha fatto notificare a Rocchi e Gervasoni un avviso a comparire, potrebbe essere l'Inter anche se, da quel che sappiamo, nessun tesserato della società nerazzurra è iscritto sul registro degli indagati.  

L’accusa prova a proiettare l’ombra di un condizionamento orchestrato dalla dirigenza dell’Inter, ma i riscontri concreti sembrano, punto dopo punto, indebolire l’impianto dell’indagine. A certificarne la fragilità è intervenuto già a inizio estate 2025 il giudice per le indagini preliminari, che – come riporta il Corriere della Sera – ha imposto uno stop, negando al pm ulteriori proroghe per le captazioni, ritenendone l’utilità investigativa “interamente spremuta ed ormai essiccata” visto che l’indagine non aveva prodotto “alcun risultato”. Neppure le successive audizioni dei testimoni hanno sortito effetti: l’invito a comparire notificato a Rocchi menziona ancora il “concorso di altre persone” rigorosamente non identificate. L’ex designatore ha legittimamente scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.

L’aspetto più paradossale del “teorema” accusatorio riguarda gli esiti sul campo delle cosiddette designazioni “pilotate”. Secondo l’accusa, “loro”, in un incontro a San Siro del 2 aprile 2025, avrebbero spinto perché Rocchi assegnasse Daniele Doveri alla semifinale di Coppa Italia (così da “schermarlo” e non averlo nel rush per lo scudetto) e Andrea Colombo per Bologna-Inter. Eppure, quei presunti desiderata, pur assecondati, si sono tradotti in un boomerang sportivo: l’Inter è uscita sconfitta da entrambe le gare.

Nel match di Bologna, inoltre, i nerazzurri hanno sollevato polemiche per un possibile errore arbitrale a loro sfavore. Se l’obiettivo fosse stato piegare il sistema al proprio vantaggio, i risultati ottenuti sembrano smentirlo in radice.

Nelle intercettazioni, Rocchi fa riferimento a una terza persona, ma gli inquirenti faticano a individuare un effettivo portavoce del club. All’udire il nome di battesimo “Giorgio”, gli investigatori approdano – tramite un puro “ragionamento” – all’ipotesi che si tratti di Giorgio Schenone, dirigente addetto agli arbitri per l’Inter ed ex assistente di linea di Rocchi. La stessa inchiesta, però, ammette che tale identificazione non possiede “sufficiente attendibilità”.

Per non veder naufragare l’ipotesi di frode sportiva, la giustizia si trova così a compiere vere e proprie acrobazie. Secondo il Corriere della Sera, per sostenere il coinvolgimento di un dirigente interista la Procura dovrebbe spingersi in una “disamina quasi psicologica” degli eventi. Questo perché lo scenario più favorevole all’Inter – e anche il più plausibile – è che Rocchi abbia semplicemente recepito “notori giudizi” provenienti dall’ambiente calcistico, decidendo poi in autonomia le designazioni. Se un’accusa è costretta a “psicanalizzare” le scelte di un designatore per colmare la carenza di prove oggettive e l’assenza di indagati certi, il rischio che l’intera vicenda si riveli un abbaglio mediatico e giudiziario appare, oggi - dice il Corriere - l’unica vera certezza.