il caso
Inchiesta Rocchi, oltre l'errore: chi vuole interrogare e cosa cerca il pm
Il sostituto procuratore Maurizio Ascione interroga i vertici della Lega e i referee manager: nel mirino i contatti occulti che potrebbero aver pilotato l'uso del VAR e le scelte dei direttori di gara
L’indagine della Procura di Milano sul sistema arbitrale ha imboccato una nuova direzione: non più soltanto fischietti, cartellini e valutazioni sul rettangolo di gioco, ma i delicati snodi organizzativi del calcio italiano.
L’obiettivo del pm Maurizio Ascione è andare oltre l’errore tecnico per distinguere ciò che rientra nella fisiologica gestione del campionato da eventuali pressioni indebite.
La lente della magistratura si è così spostata dal campo alle stanze dei bottoni, coinvolgendo esponenti della Lega Serie A e figure di raccordo tra i club e i direttori di gara.
Che cosa vuole chiarire precisamente Ascione con le convocazioni negli uffici milanesi? Al centro c’è la ricerca di un presunto “ecosistema di relazioni” attorno al pianeta calcio, potenzialmente in grado di incidere su un ambito che dovrebbe restare impermeabile.
Il fascicolo ipotizza la frode sportiva e mira a verificare se le designazioni arbitrali e la gestione della sala VAR di Lissone siano state condizionate da pressioni, gradimenti o interferenze esterne, in deroga ai criteri tecnici.
Per questo il magistrato non si limita ai vertici arbitrali — tra cui Gianluca Rocchi e Andrea Gervasoni, autosospesisi lo scorso 25 aprile — ma ha deciso di ascoltare dirigenti della Lega e i cosiddetti “club referee manager” come persone informate sui fatti.
L’audizione di profili chiave, come Andrea Butti, Head of Competitions della Lega Serie A, serve a mappare frequenza e natura dei contatti tra chi regge l’organizzazione del torneo e chi sovrintende alle designazioni.
Ascione intende definire i margini dell’interazione e i passaggi più sensibili tra la macchina del campionato e i designatori. Non è la Lega, in quanto istituzione, a essere posta sotto accusa; si cerca piuttosto di capire se, in una rete ad alta densità di interessi, si siano aperti dei “varchi impropri”.
Le domande del pm provano a tracciare il confine — spesso sottile — tra il necessario coordinamento logistico e una indebita influenza sulle scelte arbitrali.
Il nodo cruciale riguarda il ruolo dei “club referee manager”, dirigenti incaricati di curare i rapporti con il settore arbitrale, istituzionalizzati dalla FIGC per favorire formazione e comprensione del protocollo VAR tra società e arbitri.
Il paradosso su cui si concentra l’inchiesta è che questo canale, nato come ponte di trasparenza, possa essersi trasformato in una corsia per veicolare malumori, richieste, preferenze o persino pressioni volte a orientare le designazioni.
In questo quadro si collocano anche gli approfondimenti su alcune intercettazioni che coinvolgerebbero dirigenti come Giorgio Schenone dell’Inter, non indagato.
Ascione cerca riscontri testimoniali: da un lato i sospetti, corroborati da alcune deposizioni su scelte arbitrali indirizzate; dall’altro le difese degli interessati.
Al momento risultano almeno cinque indagati noti, tra cui Rodolfo Di Vuolo, Luigi Nasca e Daniele Paterna, quest’ultimo accusato di false informazioni al pm.
Gervasoni, ad esempio, ha respinto con fermezza l’ipotesi di manipolazioni nella gestione del VAR, richiamando l’assenza di prove dirette.
Il tutto avviene in stridente contrasto con le rassicurazioni di febbraio 2026, quando i vertici del calcio — tra cui Gabriele Gravina, Luigi De Siervo e lo stesso Rocchi — si erano riuniti a Lissone per rilanciare collaborazione e chiarezza sul protocollo VAR.
Il pm interroga le “figure-ponte” per comprendere se comunicazioni laterali, tra telefonate e interlocuzioni istituzionali, possano celare un sistema strutturato di condizionamento.
La domanda di fondo resta la stessa nella testa del pm Ascione: dietro gli errori degli arbitri c’era solo l’errore, o un meccanismo in grado di manovrare le partite di Serie A?